Dalla provincia pugliese, Volturara Appula, alle stanze del potere di Palazzo Chigi. Giuseppe Conte si mette a nudo nel salotto di Monica Setta a “Storie al Bivio”, raccontando un passato fatto di sacrifici, chilometri e sogni che sembravano irraggiungibili. Un racconto che diventa lo specchio di un’intera generazione di “fuori sede” che ogni giorno combatte per trovare il proprio posto nel mondo.
La vita da fuori sede dell’ex Premier
C’è stato un tempo in cui Giuseppe Conte non era il “Presidente” ma uno dei tanti studenti arrivati nella Capitale con la valigia piena di speranze e poche certezze. Ai microfoni di Monica Setta, l’ex Premier ha ricordato i suoi primi passi a Roma: una casa lontana dal centro, ben oltre il Grande Raccordo Anulare, e lo spaesamento del primo giorno di università. Il suo racconto intercetta il cuore del problema dei giovani fuori sede di oggi: la fatica di integrarsi in una metropoli partendo da zero, senza reti di sicurezza o cognomi importanti, contando solo sulle proprie forze.
La sfida di chi viene dalla provincia
Il percorso di Conte, partito da un piccolo comune pugliese, rappresenta una “conferma lampante” per chiunque viva lontano dai grandi centri di potere. “Crederci è ancora possibile”, sembra sussurrare il leader del M5S tra le righe del suo racconto. Spesso chi viene dalla provincia deve affrontare un “doppio turno di gavetta”. Rispetto a chi è nato nei salotti romani o nelle grandi città, chi arriva dalla periferia d’Italia deve correre il doppio per ottenere la metà delle occasioni.
La storia di Conte a “La Rustica”
Finito a vivere a La Rustica, nella periferia estrema vicino al Raccordo Anulare, il futuro Premier scoprì presto il volto difficile della capitale: “Il mio primo giorno, un disastro. Un disastro perché ero capitato (…) con degli amici nella periferia di Roma – che è La Rustica – vicino al Raccordo Anulare. Quindi non mi ero neppure reso conto, si trattava di un’ora e un’ora e mezza cambiando vari mezzi. Il primo giorno arrivo all’università e non riesco a seguirle le lezioni. Arrivo tardi tardissimo, tutta l’aula piena (…) non ci capì nulla..”. Un inizio in salita, compensato però dal fermento culturale di una Roma che offriva cinema d’essai e teatri, come quella volta all’Argentina in cui Conte assistette a un leggendario e furioso litigio tra Carmelo Bene e Vittorio Gassmann.

Precariato universitario e avvocatura
Dietro il balzo a Palazzo Chigi non c’è stata una strada tortuosa fatta di studio e, spesso, anche di incertezze. Conte descrive così questo periodo: “Mi piaceva la politica, pero sono stato così assorbito dal percorso per quanto riguarda l’avvocatura (…) è stata una gavetta molto lunga. (…) poi il percorso accademico, il precariato universitario è stato faticoso ed è stato anche costellato da tante incertezze”, prima di riuscire a scalare la piramide accademica fino a diventare ordinario.
Nonostante la brillante carriera legale in studi prestigiosi, come quello di Guido Alpa, Conte non ha mai abbandonato l’attenzione per la politica, pur senza una militanza attiva. “C’è stata sempre da parte mia l’attenzione alla vita politica e la vita sociale. Ho seguito sempre il dibattito politico con grande passione. Non ho avuto la militanza concreta in un partito quindi ho partecipato a iniziative politiche. La seguivo assolutamente con grande intensità“, sottolinea Giuseppe Conte.
Diventa Presidente del Consiglio
Il punto di svolta arriva nel 2018, in un momento di totale relax familiare. Conte si trova a Sperlonga, vicino Gaeta, per un fine settimana con la compagna Olivia Paladino e i rispettivi figli. La politica bussa alla sua porta sotto forma di una proposta del Movimento 5 Stelle per incontrare Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti.
La reazione di Olivia è immediata e quasi profetica: “Figurati, sceglieranno te”, gli disse subito. E così fu. Da quel weekend al mare alla guida del Paese durante la tempesta del Covid-19, la parabola di Giuseppe Conte resta la prova che il riscatto sociale è possibile, anche partendo da molto lontano.
Una lezione per tutti i “fuorisede”
Per chi vive in un paesino sperduto, dove le occasioni sembrano un miraggio e il “centro delle cose” appare sempre troppo lontano, la sfida è indubbiamente più dura. È quel “doppio turno di gavetta” deve essere una spinta in più per correre più forte, di studiare di più, di lottare contro il pregiudizio di chi pensa che il talento nasca solo all’interno delle grandi circonvallazioni cittadine.
Se oggi ti senti un “fuori sede” smarrito in una metropoli che non ti aspetta, o se stai guardando la mappa sognando di scappare da una realtà che ti va stretta, ricorda: anche chi ha guidato il Paese ha iniziato perdendosi sui mezzi pubblici della periferia. Non importa quanto sia sperduto il tuo punto di partenza: con la giusta determinazione, quella strada che oggi sembra un vicolo cieco può diventare la corsia preferenziale che ti porterà esattamente dove desideri.







