Garlasco, la frase del carabiniere e la sessualità di Sempio al microscopio: «Al funerale facciamo finta di non conoscerci»

Andrea Sempio

Nel caso Garlasco non tornano più soltanto gli orari, gli scontrini, le celle telefoniche e i ricordi familiari. Ora sotto la lente finiscono anche le frasi lasciate cadere nel momento sbagliato. Una, soprattutto, pesa più delle altre perché arriva da un racconto di Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, intercettata nel 2022. La donna riferisce un commento attribuito a un maresciallo presente al primo interrogatorio di Andrea e dei suoi amici a Pavia, pochi giorni dopo l’omicidio di Chiara Poggi: «Se ci vedete al funerale di Chiara, facciamo finta di non conoscerci».

Una frase strana. Troppo strana per passare inosservata. Perché se davvero un carabiniere avesse detto una cosa simile a ragazzi appena sentiti nell’ambito di un’indagine per omicidio, il problema non sarebbe solo di stile. Sarebbe investigativo. Perché significa anticipare un possibile controllo, un appostamento, una presenza discreta al funerale. E soprattutto significa dirlo proprio a chi, in teoria, dovrebbe essere osservato senza sapere di esserlo.

La frase del maresciallo al funerale di Chiara

Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, a Zona Bianca non ci gira intorno. La sua reazione è durissima: «Questo sottoufficiale è un vero dilettante allo sbaraglio. Perché chi fa questo tipo di appostamenti deve essere totalmente sconosciuto. I ragazzi li senti dopo il funerale, ma non prima».

Il punto è semplice e feroce: se vuoi osservare qualcuno durante un funerale, non gli dici prima che potresti esserci. Non lo avvisi. Non gli consegni la possibilità di controllarsi, di cambiare comportamento, di evitare contatti, sguardi, gesti, reazioni. In una indagine così delicata, ogni dettaglio può diventare materiale utile. Ma se il dettaglio viene bruciato prima, l’appostamento perde forza.

Naturalmente la frase arriva attraverso il racconto di Daniela Ferrari e va collocata nel suo contesto. Ma proprio perché emerge da un’intercettazione, finisce dentro quel gigantesco archivio di parole familiari, ricordi, giustificazioni e contraddizioni che oggi gli inquirenti stanno rileggendo con occhi diversi.

Sempio e il racconto della doppia faccia

Accanto alla frase del carabiniere, a Zona Bianca torna anche un altro capitolo: la sessualità di Andrea Sempio, ormai scandagliata come una possibile chiave di lettura della sua personalità. Il ritratto che emerge dalle ricostruzioni dell’accusa punta su una frattura: da una parte il ragazzo normale, inserito, con una relazione stabile; dall’altra una zona più opaca, fatta di scritti, fantasie, comportamenti e monologhi inquieti.

La parte rispettabile del racconto passa dalla relazione con l’ex fidanzata Mao, iniziata nel 2015 quando lei era ancora minorenne. Agli inquirenti la ragazza avrebbe descritto una storia serena, normale, anche sul piano dell’intimità. Un elemento che, nella ricostruzione difensiva, serve a respingere l’immagine di un uomo incapace di rapportarsi in modo equilibrato con il femminile.

Ma l’accusa legge altri elementi in direzione opposta. Nei forum dei seduttori, nelle consulenze del RaC.I.S., nei monologhi captati dalle intercettazioni e in alcuni comportamenti verso le donne, gli investigatori vedono indici di maniacalità, ossessione, frustrazione, possibile predisposizione alla violenza.

Forum, foto rubate e rapporto con le donne

Il materiale più scivoloso riguarda gli scritti sui forum dei seduttori e i comportamenti attribuiti a Sempio nei confronti del genere femminile. Non siamo nel terreno della prova diretta dell’omicidio, ma in quello della personalità, del possibile movente, della compatibilità psicologica con una reazione violenta a un rifiuto.

È qui che compaiono gli elementi più disturbanti: le foto prese di nascosto dai cellulari delle colleghe, gli scatti hot a pagamento ricevuti dalla cugina, i monologhi intercettati, le frasi che restituiscono un rapporto problematico con il desiderio, il controllo, la frustrazione. Tutto materiale che l’accusa prova a mettere in fila per costruire un profilo.

Il passaggio più delicato resta quello su Chiara Poggi. Secondo questa lettura, un eventuale rifiuto da parte della ragazza avrebbe potuto agire da detonatore dentro una mente già ossessiva. Simone Borile lo sintetizza così: «Un evento particolare in una mente ossessiva può provocare una vera e propria tempesta».

Il rischio della psicoanalisi da processo

Qui, però, il caso Garlasco entra nel terreno più pericoloso: trasformare la personalità in prova. Un conto è analizzare comportamenti, scritti, intercettazioni e abitudini per capire se esista un quadro coerente. Un altro è usare ogni elemento ambiguo come tessera di un mostro già disegnato.

La sessualità di Andrea Sempio diventa così un campo minato. Da una parte l’accusa cerca indici di ossessione e violenza. Dall’altra la difesa può sostenere che si stia costruendo una figura nera attraverso materiali laterali, sgradevoli, discutibili, ma non necessariamente collegati all’omicidio di Chiara Poggi.

Il punto giornalistico sta proprio qui: oggi gli investigatori non guardano più solo a dove fosse Sempio quella mattina. Guardano anche a chi fosse, a come parlava, a cosa scriveva, a come si comportava con le donne, a quali fantasie o frustrazioni emergessero dal suo mondo privato.

Garlasco, tra appostamenti e zone d’ombra

La frase attribuita al maresciallo e l’analisi della sessualità di Sempio finiscono così nello stesso quadro: quello di una nuova indagine che rilegge il passato cercando crepe, omissioni, errori, leggerezze. Se davvero qualcuno disse ai ragazzi «al funerale facciamo finta di non conoscerci», resta da capire perché. Se davvero il profilo di Sempio contiene elementi di ossessione verso il femminile, resta da capire quanto pesino sul piano investigativo.

Perché il rischio, nel caso Garlasco, è sempre lo stesso: confondere il sospetto con la prova, ma anche liquidare come folklore ciò che invece potrebbe raccontare qualcosa. Una frase sbagliata detta da un carabiniere può bruciare un controllo. Un comportamento disturbante può restare solo un comportamento disturbante. Ma quando tutto entra nello stesso fascicolo, niente resta davvero neutro.

E così, diciotto anni dopo il delitto di Chiara Poggi, il caso continua a muoversi tra due estremi: gli errori di chi indagò allora e le domande di chi indaga oggi. In mezzo c’è Andrea Sempio, osservato non solo nei suoi spostamenti, ma anche nelle sue parole, nei suoi desideri, nei suoi silenzi e nelle contraddizioni di chi, intorno a lui, continua a raccontare pezzi diversi della stessa storia.