ìIl nuovo processo ad Alberto Stasi non si celebra in tribunale. Va in onda quasi ogni sera, tra collegamenti da Garlasco, plastici della villetta, reperti ingranditi sul maxischermo, telefonate al 118 riascoltate parola per parola e ospiti che ormai si interrompono come avversari politici.
La sentenza definitiva esiste: Stasi è stato condannato a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Ma nel racconto televisivo quella verità processuale ha smesso da tempo di essere un punto di arrivo. È diventata il centro di una guerra culturale e mediatica nella quale ciascun volto ha assunto una posizione sempre più riconoscibile.
Non è soltanto il confronto tra la difesa di Stasi e quella di Andrea Sempio. È una battaglia tra giornalisti, criminologi, ex investigatori e commentatori. Alcuni sono ormai apertamente revisionisti. Altri continuano a ritenere Stasi l’unico responsabile. E poi ci sono i conduttori, che oscillano tra garantismo, spettacolo e prudenza.
Giuseppe Brindisi, il volto del fronte che non crede più alla vecchia verità
Tra i giornalisti, Giuseppe Brindisi è quello che più chiaramente ha dato spazio ai dubbi sulla condanna di Stasi. A Zona Bianca ha ospitato ripetutamente Antonio De Rensis e le figure che contestano la ricostruzione originaria, fino a dedicare ampio spazio alle parole dell’ex procuratore generale Oscar Cedrangolo, che nel 2015 chiese l’annullamento della condanna e oggi definisce uno dei principali indizi contro Stasi una «bufala».
Brindisi non è il legale aggiunto della difesa e sarebbe scorretto descriverlo così. Ma il suo orientamento televisivo è riconoscibile: insiste sulle incongruenze, sulle testimonianze controverse e sui possibili errori dell’inchiesta. Il suo scontro con Roberta Bruzzone, culminato in una durissima lite a Quarto Grado, ha reso visibile una contrapposizione che fino a quel momento restava sottotraccia.
Nel fronte di chi ha cambiato sguardo su Stasi è entrato anche Milo Infante. Il conduttore di Ore 14 ha compiuto un passo raro per un giornalista televisivo: ha dichiarato di sentirsi in colpa per avere contribuito alla «mostrificazione» di Stasi e ha affermato di dovergli delle scuse, perché il dovere di un cronista è continuare a dubitare. Non è una proclamazione formale d’innocenza, ma è certamente una presa di distanza dal racconto mediatico che accompagnò la condanna.
Accanto a loro si colloca spesso Carmelo Abbate, tra le voci più critiche verso la lettura tradizionale del delitto. Nei confronti televisivi mette sistematicamente in discussione gli elementi utilizzati contro Stasi e si scontra proprio con Bruzzone, che invece continua a difendere la responsabilità del condannato.
Bruzzone e Garofano: per loro il colpevole è già stato trovato
Dall’altra parte c’è Roberta Bruzzone, probabilmente il volto mediatico più netto del fronte contrario alla revisione della posizione di Stasi. La criminologa non si limita a ricordare l’esistenza della sentenza: continua a sostenere che il responsabile dell’omicidio sia Alberto Stasi e che, al momento, nulla collochi Andrea Sempio sulla scena del crimine. Ha definito inconsistenti diverse piste rilanciate negli ultimi mesi e ha annunciato una consulenza volta a evidenziare nuove contraddizioni nelle dichiarazioni del condannato.
La sua posizione è resa ancora più significativa dal ruolo assunto al fianco della parte civile. Bruzzone non è dunque una semplice opinionista esterna che commenta il caso: partecipa al confronto tecnico e mediatico dalla parte di chi considera ancora valida la ricostruzione che ha portato alla condanna.
Con lei si trova Luciano Garofano, ex comandante del RIS di Parma e protagonista degli accertamenti scientifici originari. Garofano ha difeso più volte il lavoro svolto dai RIS, arrivando a definire la propria perizia difficilmente superabile, e ha ribadito che la verità processuale continua a indicare Stasi come responsabile.
Il suo caso è particolare perché per un periodo ha lavorato come consulente della difesa di Andrea Sempio. Ma questo incarico non lo ha mai trasformato in un sostenitore dell’innocenza di Stasi. Al contrario, Garofano ha sempre separato i due piani: verificare gli elementi che riguardano Sempio non significa, nella sua impostazione, cancellare le prove e gli indizi valorizzati contro l’ex fidanzato di Chiara.
Tra le voci giornalistiche più vicine a questa lettura si può inserire anche Chiara Ingrosso, che ha rivolto accuse molto dure alla strategia di Antonio De Rensis, arrivando a sospettare che alcune dichiarazioni utilizzate dalla difesa fossero state «costruite». Una posizione incompatibile con il fronte revisionista e nettamente critica verso il modo in cui la difesa di Stasi ha alimentato alcuni filoni mediatici.
Nuzzi e Giletti, i due grandi registi che non scelgono ufficialmente il campo
Più difficile è attribuire una maglia a Gianluigi Nuzzi. Quarto Grado ha dato enorme spazio alle nuove indagini, alle tesi della difesa di Stasi e agli elementi contro Andrea Sempio. Ma nello stesso studio siedono stabilmente Bruzzone, Garofano, Abbate, Brindisi e rappresentanti delle diverse parti. Nuzzi alterna aperture alle nuove piste e richiami alla prudenza, intervenendo spesso per impedire che l’indagine su Sempio si trasformi automaticamente in un’assoluzione televisiva di Stasi.
La sua posizione più corretta da descrivere è quindi quella del regista del confronto: non neutrale nel senso freddo del termine, perché seleziona temi, documenti e ospiti, ma neppure dichiaratamente schierato con uno dei due fronti. Lo stesso vale per Massimo Giletti. A Lo Stato delle Cose ha dato spazio a De Rensis, Garofano, agli ex investigatori e ai legali di Sempio, entrando spesso in conflitto con tutti. Ha contestato alcune ricostruzioni, ma ha anche ricordato che le anomalie emerse nelle nuove indagini non bastano, da sole, a dimostrare l’innocenza di Stasi.
Nuzzi e Giletti appartengono dunque a un terzo schieramento: quello dei conduttori che tengono aperto il caso. Non proclamano un verdetto alternativo, ma costruiscono ogni settimana il palcoscenico sul quale gli altri combattono. Il risultato è che Garlasco possiede ormai un cast fisso. Brindisi, Infante e Abbate rappresentano, con gradazioni diverse, il fronte che dubita sempre più apertamente della condanna. Bruzzone, Garofano e Ingrosso incarnano quello che continua a considerarla fondata. De Rensis e Bocellari spingono verso la revisione; la famiglia Poggi e i suoi consulenti difendono la sentenza.
In mezzo ci sono milioni di telespettatori chiamati ogni sera a trasformarsi in giurati. Ed è forse questa la ragione per cui il caso non riesce più a chiudersi: non esiste ormai soltanto una verità processuale. Esistono due Garlasco parallele, con i propri esperti, i propri giornalisti e i propri programmi di riferimento. Due racconti incompatibili che, settimana dopo settimana, continuano a processarsi a vicenda.







