«Ho sempre saputo che Alberto era innocente». Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, rompe il silenzio proprio mentre il caso Garlasco si avvicina a uno dei passaggi decisivi della nuova inchiesta. Lo fa con una lunga lettera indirizzata a Verità Nascoste, nella quale ripercorre quasi vent’anni vissuti accanto al figlio, unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, e ribadisce una convinzione che sostiene di non avere mai abbandonato.
Non è una lettera costruita come una requisitoria contro magistrati, investigatori o famiglia Poggi. Ligabò racconta soprattutto cosa abbia significato essere la madre di un uomo accusato e poi condannato per uno dei delitti più discussi della cronaca italiana. E pronuncia parole destinate inevitabilmente a pesare nel nuovo clima che circonda Garlasco: «La verità trova sempre la sua strada, anche quando sembra impossibile».
«Se avessi avuto un dubbio, lo avrei portato ad assumersi le sue responsabilità»
Il passaggio più netto riguarda proprio la colpevolezza di Alberto. Ligabò racconta di avere dovuto convivere per anni con un ragionamento che considera tanto semplice quanto devastante: se tuo figlio viene processato per omicidio, agli occhi degli altri «un motivo ci sarà». Ogni tentativo di difenderlo rischia così di essere interpretato come la reazione di una madre incapace di accettare ciò che ha fatto il proprio figlio.
Lei respinge questa lettura: «Per me non è mai stato così, io ho sempre saputo che Alberto era innocente e se avessi avuto un solo dubbio sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità». Una certezza che Ligabò sostiene di avere conservato durante l’intero percorso giudiziario, fino alla condanna definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata.
Oggi lo scenario è profondamente cambiato. Alberto Stasi è in semilibertà, Andrea Sempio è indagato dalla Procura di Pavia e la Procura generale di Milano sta esaminando gli atti in vista di una possibile revisione della condanna. Per la madre di Stasi, però, non si tratta di una rivincita: nella lettera insiste proprio sull’assenza di qualsiasi desiderio di vendetta.
Il carcere di Alberto e la morte del marito
Il racconto diventa ancora più personale quando Ligabò torna agli anni della detenzione. Dopo l’ingresso di Alberto in carcere, la famiglia viene colpita da un’altra tragedia: muore il marito Nicola Stasi, padre di Alberto. «È come vedere la tua vita andare in frantumi, sapere che niente sarà mai più come prima. La mia famiglia non c’era più», scrive.
Da quel momento la quotidianità della donna finisce per ruotare attorno ai pochi contatti consentiti con il figlio. Per anni può sentirlo dieci minuti alla settimana e incontrarlo per un’ora. Racconta l’attesa della telefonata, il lungo viaggio verso il carcere, il pacco con i vestiti e qualcosa da mangiare, conversazioni necessariamente normali dentro una situazione che normale non era più.
«L’unica cosa che mi rendeva felice era sapere che, nonostante tutto, stava bene». Ligabò dice di essere oggi «orgogliosa dell’uomo che è diventato» e di sperare per lui in un futuro diverso dopo gli anni trascorsi in carcere.
Il pensiero per Chiara Poggi
Nella lettera c’è anche Chiara Poggi. La madre di Stasi non cancella dal proprio racconto la ragazza uccisa il 13 agosto 2007 e che aveva fatto parte della vita della sua famiglia. «Il tempo passa, ma non cancella le persone che abbiamo conosciuto e che hanno fatto parte della nostra vita. Quello che è accaduto resta una tragedia e il pensiero non può che andare anche a questo».
È un passaggio significativo proprio perché Ligabò tiene separate le due questioni: la convinzione dell’innocenza del figlio e la tragedia dell’omicidio di Chiara. Non presenta quindi la possibile riapertura della partita giudiziaria come una vittoria contro qualcuno.
Lo dice esplicitamente quando parla degli ultimi mesi, durante i quali racconta di avere ricevuto messaggi e manifestazioni di vicinanza anche da sconosciuti: «Non ho mai vissuto tutto questo con spirito di rivincita. Ho imparato che il rancore non alleggerisce il peso delle cose, anzi lo aumenta».
Settembre può cambiare ancora il caso Garlasco
La lettera arriva mentre il nuovo settembre giudiziario di Garlasco promette di essere decisivo. La Procura di Pavia deve arrivare alla conclusione dell’indagine che vede Andrea Sempio indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, mentre sul fronte Stasi resta aperta la questione dell’eventuale revisione della sentenza definitiva.
Sono due percorsi distinti, ma inevitabilmente destinati a incrociarsi nella ricostruzione di quanto accadde nella villetta di via Pascoli. Per Elisabetta Ligabò, dopo quasi vent’anni, rimane soprattutto l’attesa. E la speranza che ciò in cui dice di avere creduto dal primo giorno possa trovare finalmente un riconoscimento anche fuori dalle mura della sua casa.
«Dopo tanti anni di sofferenza, di attese e di solitudine», conclude, il desiderio è ormai soltanto quello di «poter vivere con un po’ di pace nel cuore». Poi la frase che racchiude il senso dell’intera lettera e che, pronunciata oggi dalla madre dell’unico uomo condannato per l’omicidio di Chiara Poggi, assume inevitabilmente un peso particolare: «La verità trova sempre la sua strada».







