Le primarie del centrosinistra non sono ancora state convocate, ma nel Partito democratico sembrano avere già prodotto il primo risultato: mettere a nudo tutte le paure di un partito che vede avvicinarsi lo scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte e comincia a chiedersi cosa accadrebbe il giorno dopo. Soprattutto se a perdere fosse proprio la segretaria dem.
Il fronte di chi considera pericoloso affidare ai gazebo la scelta del candidato premier continua infatti ad allargarsi. Roberto Speranza, Dario Franceschini, Stefano Bonaccini, Dario Nardella, insieme ad Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, con accenti e motivazioni differenti hanno sollevato dubbi sull’utilità di una competizione interna alla coalizione. Al dibattito hanno partecipato anche intellettuali come Michele Serra, Francesco Piccolo e Corrado Augias.Dietro la discussione sul metodo si nasconde ormai una questione molto più pesante: il futuro politico di Schlein e, insieme a lei, l’equilibrio stesso del Pd.
Il grande incubo del Pd: Schlein perde contro Conte, e poi?
Il ragionamento dei contrari alle primarie parte da un’obiezione semplice. Se Conte battesse Schlein, quanti elettori del Pd accetterebbero davvero di votare l’ex presidente del Consiglio come candidato premier? E, capovolgendo il risultato, quanti elettori del Movimento 5 Stelle seguirebbero Schlein dopo avere visto sconfitto il proprio leader?
na consultazione nata per incoronare il capo della coalizione potrebbe così produrre esattamente l’effetto opposto: certificare pubblicamente la divisione del centrosinistra a pochi mesi dalle elezioni e consegnare a Giorgia Meloni una campagna elettorale molto più semplice.
Ma per il Pd esiste un problema ancora più esplosivo.
Schlein non arriverebbe ai gazebo come una candidata qualsiasi: ci arriverebbe da segretaria del maggiore partito della coalizione. Una sconfitta contro Conte aprirebbe quindi immediatamente la questione della sua permanenza alla guida del Nazareno. È questo lo scenario che spaventa ormai anche settori che non hanno combattuto la segretaria. Dario Nardella lo ha sintetizzato senza troppi giri di parole: «Le primarie ci indeboliscono e fanno il gioco di Meloni».
Schlein non arretra: «Alla Festa dell’Unità parlo io»
La segretaria, almeno pubblicamente, non mostra alcuna intenzione di lasciarsi accompagnare gentilmente fuori dalla competizione. Alle continue interviste sulle primarie ha replicato liquidandole come «esercizi intellettuali» e rivendicando il proprio ruolo: «Alla Festa dell’Unità parlo io». Una risposta che segnala quanto il dibattito abbia ormai toccato direttamente la sua leadership.
Perché dietro gli appelli a trovare un candidato unitario o un terzo nome Schlein può facilmente leggere anche un messaggio meno diplomatico: una parte del centrosinistra non ritiene scontato che debba essere lei a sfidare Meloni.
E il paradosso diventa evidente. Ritirarsi prima delle primarie potrebbe apparire come un’ammissione di debolezza; partecipare e perdere rischierebbe di trasformarsi in una sentenza politica.
Delrio: «Il Pd deve fare il Pd, non il custode del Campo largo»
A complicare ulteriormente il quadro arriva il fermento dell’area cattolico-democratica. Sul Corriere della Sera, Graziano Delrio mette sul tavolo un disagio che supera abbondantemente la questione delle primarie.
L’ex ministro rivendica la tradizione cattolico-democratica e parla apertamente di «disagio in un dibattito così polarizzato: dalla politica estera a quella interna».
Delrio non chiede però a Schlein di farsi da parte. Anzi, ne difende apertamente il diritto a partecipare all’eventuale sfida con Conte: «Sbaglia chi pensa di provare a convincere la segretaria a ritirarsi». Poi arriva l’avvertimento politicamente più significativo: «Il Pd deve fare il Pd e non solo il custode del Campo largo». È una frase che colpisce uno dei punti più fragili della strategia dem. Costruire la coalizione non può significare, secondo Delrio, subordinare identità e programma del partito alla necessità di tenere insieme forze molto diverse pur di presentarsi unite contro Meloni.
Immigrazione, sicurezza e industria: i cattolici chiedono risposte
Delrio sposta infatti immediatamente il confronto dai nomi ai contenuti. Chiede una discussione sull’immigrazione e una proposta di revisione della Bossi-Fini. Mette sul tavolo la sicurezza, citando le proposte di Franco Gabrielli, e domanda quale politica industriale possa conciliare produzione e transizione energetica. In altre parole, prima di stabilire chi debba guidare il centrosinistra bisognerebbe stabilire dove vuole portarlo. Ed è proprio su questo terreno che emerge il malessere di una parte dell’area cattolica.
Il senatore Alfredo Bazoli parla di «posizioni massimaliste» che rischierebbero di snaturare la vocazione plurale del Pd. La critica riguarda soprattutto politica internazionale, Palestina, Israele e Ucraina, temi sui quali Bazoli vede il pericolo di inseguire «una certa pancia del partito» anziché mantenere come riferimenti lo stato di diritto e il diritto internazionale.
Bazoli: «Rischiamo di cambiare il Dna del Pd»
La critica diventa ancora più netta quando Bazoli affronta l’identità del partito: «A volte vedo il rischio di cambiare il dna di una certa tradizione politica, la nostra del Pd, privilegiando quella del Pci, piuttosto che una linea più plurale. Va recuperata la nostra natura».
Non è una sfumatura.
Il Pd nacque dalla fusione di tradizioni politiche differenti e il timore espresso dall’area cattolica è che la segreteria Schlein stia progressivamente spostando il baricentro verso una sinistra più identitaria, lasciando sempre meno spazio alla componente popolare e riformista. Bazoli indica però anche un modello positivo: il lavoro sulla proposta di legge sul fine vita, dove le diverse sensibilità interne sarebbero riuscite a raggiungere una sintesi senza costringere una parte del partito a rinunciare alla propria identità.
Il problema non sono più soltanto le primarie
Il cortocircuito del centrosinistra sta quindi diventando evidente. Le primarie dovrebbero risolvere il problema della leadership della coalizione, ma rischiano di aprirne contemporaneamente altri due: la successione alla guida del Pd e la tenuta dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Schlein non può facilmente rinunciare alla candidatura senza apparire ridimensionata. Conte non ha alcuna ragione politica per consegnarle gratuitamente la leadership. E inventare un terzo candidato significa trovare qualcuno abbastanza autorevole da convincere entrambi a fare un passo indietro.
Nel frattempo il Pd deve affrontare una discussione ancora più profonda sulla propria identità. I cattolici chiedono maggiore pluralismo, i riformisti temono uno spostamento troppo a sinistra, gli alleati vogliono contare nella scelta del candidato e Schlein non intende farsi commissariare dalle correnti. Il centrosinistra cercava un metodo per scegliere chi mandare contro Giorgia Meloni. Ha trovato, almeno per il momento, un metodo formidabile per discutere di se stesso. E mentre la coalizione decide se celebrare o esorcizzare i gazebo, Meloni può permettersi il lusso più prezioso per un presidente del Consiglio che punta alla riconferma: stare a guardare gli avversari mentre litigano su chi dovrà provare a batterla.







