Chiara Poggi non sarebbe morta subito. Avrebbe resistito, sofferto, tentato di reagire mentre veniva colpita. È uno dei passaggi più duri contenuti nella nuova consulenza della Procura di Pavia firmata dall’antropologa forense Cristina Cattaneo, depositata nell’inchiesta che oggi vede indagato Andrea Sempio per l’omicidio di Garlasco. Un documento destinato a pesare enormemente in un eventuale processo, perché modifica uno dei punti più discussi del delitto: il comportamento della vittima durante l’aggressione.
Secondo la consulenza, Chiara Poggi sarebbe rimasta cosciente nei primi momenti dell’attacco e avrebbe avuto “possibilità di reazioni protettive e/o di allontanamento dal pericolo”. Non solo: l’aggressione sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti massimo, un tempo enorme dentro una scena del crimine che per diciannove anni è stata raccontata come rapidissima e quasi istantanea.
Cristina Cattaneo: “Chiara era nelle piene capacità di reagire”
La relazione della Procura di Pavia si basa sull’analisi delle ferite riportate dalla vittima e sul materiale autoptico raccolto nel 2007, considerato sufficiente da non richiedere la riesumazione del corpo. Il dato centrale riguarda proprio lo stato di coscienza della ragazza durante i primi colpi.
La dottoressa Cristina Cattaneo scrive che, nelle fasi iniziali dell’aggressione, Chiara Poggi era “molto probabilmente nelle piene capacità di reagire”. Nella consulenza si parla di “difesa passiva”, spiegando che la vittima avrebbe mantenuto vigilanza integra e capacità di compiere azioni finalizzate, pur in condizioni di dolore e stress acuto.
Un passaggio che si scontra con quanto sostenuto subito dopo il delitto dal medico legale Marco Ballardini, autore dell’autopsia, secondo cui Chiara non avrebbe avuto il tempo materiale per difendersi. Proprio quella lettura era stata utilizzata anche per spiegare l’assenza di materiale genetico dell’aggressore sotto le unghie della vittima.
Dodici colpi e una morte arrivata dopo minuti interminabili
Secondo la nuova consulenza, Chiara Poggi sarebbe stata colpita almeno dodici volte. I primi colpi non sarebbero stati immediatamente letali. Solo successivamente, dopo ulteriori violenze alla testa, la vittima avrebbe perso la capacità di reagire. Il colpo mortale sarebbe stato quello all’occipite, la parte posteriore del cranio.
È qui che il documento introduce il dato più impressionante: la durata dell’aggressione. “Dal suo inizio alla morte di Chiara, molto probabilmente è da ritenersi tra i 15 e i 20 minuti massimo”, scrive Cattaneo. Una finestra temporale che inevitabilmente riapre il confronto con la ricostruzione utilizzata nel processo ad Alberto Stasi, unico condannato in via definitiva per il delitto.
I giudici che condannarono Stasi avevano infatti costruito la dinamica dell’omicidio su circa 23 minuti complessivi: il tempo necessario, secondo quella sentenza, per aggredire Chiara, ripulirsi, disfarsi dell’arma e tornare a casa accendendo il computer.
L’orario del delitto e il silenzio dopo le 9.12
La consulenza della Procura non restringe però il grande nodo dell’orario della morte. Anche Cristina Cattaneo conferma un intervallo molto ampio, collocando il decesso tra le 7 e le 12.30. Questo significa che, in un eventuale processo a Sempio, l’accusa dovrà continuare a basarsi soprattutto su altri elementi investigativi per collocare con precisione quei 15-20 minuti di aggressione.
Resta però un punto fermo che continua a ossessionare il caso Garlasco: alle 9.12 Chiara Poggi disattiva l’allarme di casa. È l’ultimo gesto certo della ragazza ancora viva. Dopo quel momento, il silenzio. Nessuna risposta ai messaggi, nessuna telefonata, nessun altro segnale.
Ed è proprio dentro quel vuoto, tra le 9.12 e il ritrovamento del corpo, che la nuova consulenza prova a riscrivere gli ultimi minuti della vittima: non un’aggressione lampo, ma un tempo più lungo, più feroce e più drammatico di quanto raccontato finora.







