«Dieci anni prima le indagini avevano registrato rilevanti omissioni». Giulia Pezzino, ex pm di Pavia, pronunciò queste parole davanti agli investigatori della Procura di Brescia. La puntata di Filorosso del 10 agosto le ha riportate al centro del caso Garlasco.
La frase assume un peso particolare perché Pezzino seguì nel 2017 la prima inchiesta su Andrea Sempio e firmò la richiesta di archiviazione. L’ex magistrata non criticava il lavoro compiuto in quel fascicolo: spiegava perché aveva scelto un ristretto gruppo di carabinieri per svolgere gli accertamenti. Dopo quanto accaduto nel 2007, voleva impedire nuove fughe di notizie e garantire la massima riservatezza.
Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, ha sottolineato subito il significato della parola utilizzata: «Se un pubblico ministero parla di rilevanti omissioni, non parla di una cappellata». Secondo il legale, quella formula non descrive semplici errori o inevitabili imprecisioni, ma accertamenti importanti che gli investigatori non eseguirono.
Garlasco, che cosa disse Giulia Pezzino a Brescia
Giulia Pezzino rese le dichiarazioni il 20 novembre 2025, durante l’inchiesta bresciana sulla precedente gestione del fascicolo Sempio. Gli investigatori le chiesero di ricostruire le scelte compiute nel 2017, quando la difesa di Stasi indicò l’amico di Marco Poggi come possibile responsabile dell’omicidio.
L’ex pm raccontò di aver affidato gli accertamenti al luogotenente Silvio Sapone e a un numero limitato di militari. L’enorme attenzione mediatica imponeva, a suo giudizio, la massima prudenza. Pezzino aggiunse di aver cercato «la massima sicurezza sulla serietà delle attività» proprio perché, dieci anni prima, gli inquirenti avevano lasciato sul terreno «rilevanti omissioni».
Pezzino ha sempre difeso la richiesta di archiviazione di Andrea Sempio. Ha spiegato di averla scritta personalmente e di averne condiviso il contenuto con l’allora procuratore aggiunto Mario Venditti. Le sue parole, dunque, non esprimono un’autocritica sul fascicolo del 2017: formulano invece un giudizio molto severo sulle indagini avviate subito dopo l’omicidio di Chiara Poggi.
De Rensis: «Omissioni non significa semplici errori»
Durante Filorosso, De Rensis ha contestato ogni tentativo di ridimensionare la frase. La difesa di Stasi distingue nettamente un errore da un’omissione: nel primo caso, un investigatore svolge un’attività ma arriva a una conclusione sbagliata; nel secondo, non compie affatto un accertamento necessario oppure lo lascia incompleto.
Pezzino, però, non specifica nella dichiarazione a quali mancanze si riferisse. Luciano Garofano ha quindi invitato alla prudenza: prima di trasformare quelle parole in un’accusa contro l’intero gruppo investigativo del 2007, occorre individuare le attività trascurate e stabilire chi avrebbe dovuto svolgerle.
Il nodo rimane. Se nel 2017 Pezzino considerava quelle omissioni tanto gravi da imporre un metodo di lavoro più riservato e rigoroso, bisogna capire se le indicò negli atti, se i nuovi investigatori le colmarono e quanto influirono sulla ricostruzione del delitto.
I verbali contestati e il computer di Chiara Poggi
La dichiarazione dell’ex pm riaccende l’attenzione anche sulle prime ore dell’inchiesta. Durante la trasmissione, gli ospiti hanno discusso di due verbali che riporterebbero la stessa data, lo stesso orario e lo stesso luogo, ma recherebbero i nomi di due militari diversi. In entrambi comparirebbe anche il maresciallo Francesco Marchetto.
Marchetto ha spiegato di non aver ancora esaminato i documenti e ha chiesto di valutarli nel loro contesto prima di formulare qualsiasi conclusione. La coincidenza, però, alimenta nuovi dubbi sulla precisione con cui i carabinieri documentarono alcune attività investigative.
Resta aperto anche il capitolo informatico. Gli investigatori portarono via il computer di Chiara dalla villetta prima dell’arrivo del Ris e lo trasferirono a Vigevano. Le modalità con cui acquisirono, analizzarono e conservarono i dati hanno provocato per anni contestazioni tra consulenti e difese.
Questi elementi non dimostrano che un’indagine diversa avrebbe prodotto un esito differente. Le parole di Pezzino, tuttavia, confermano un fatto preciso: già nel 2017 la magistrata che guidava il nuovo fascicolo considerava incompleto il lavoro svolto dieci anni prima.
A diciannove anni dall’omicidio, mentre la Procura di Pavia attende le nuove consulenze su Andrea Sempio, il caso Garlasco torna ancora una volta al punto di partenza. Al centro non c’è soltanto ciò che gli investigatori trovarono nella villetta, ma anche tutto quello che non cercarono, non verificarono o non conservarono correttamente dopo la morte di Chiara Poggi.







