Garlasco, oggi il 19° anniversario dell’omicidio di Chiara Poggi: il silenzio della famiglia, un condannato e un nuovo accusato

Chiara Poggi – @lacapitalenews.it (2)

Diciannove anni dopo, in casa Poggi il 13 agosto non è il giorno del delitto di Garlasco. È il giorno di Chiara. Di una figlia e di una sorella che aveva 26 anni, una laurea in Economia, un lavoro e un futuro che sembrava già cominciato. Prima che un assassino entrasse nella villetta di via Pascoli e lo cancellasse.

Rita e Giuseppe Poggi non chiedono nuove telecamere, interviste o ricostruzioni. Andranno in chiesa, porteranno i fiori sulla tomba della figlia e resteranno accanto al figlio Marco. «Vogliamo stare raccolti tra di noi come abbiamo fatto sempre. Vogliamo ricordarla in silenzio», ha detto mamma Rita.

Quel silenzio pesa più delle migliaia di ore di televisione dedicate al caso. Arriva dopo un anno nel quale la famiglia ha dovuto rivivere ogni dettaglio della morte di Chiara, difendersi dall’accusa di voler ostacolare la nuova inchiesta e scoprire che gli investigatori avevano intercettato anche le sue conversazioni. Diciannove anni dopo, i Poggi reclamano almeno per un giorno il diritto di sottrarre Chiara al “caso Garlasco” e restituirla alla sua vita.

Ma questo 13 agosto cade nel momento più sconvolgente dell’intera vicenda giudiziaria. Per l’omicidio esiste già un colpevole condannato in via definitiva: Alberto Stasi. La Procura di Pavia, però, sostiene oggi che Chiara l’abbia uccisa un altro uomo, Andrea Sempio, e che abbia agito da solo.

Non esistono ancora due verità giudiziarie dello stesso valore. Da una parte c’è una sentenza definitiva; dall’altra un’accusa che dovrà affrontare il vaglio di un giudice e, forse, di un processo. Esistono però due ricostruzioni inconciliabili della stessa mattina, della stessa casa e della stessa morte.

L’ultima estate di Chiara Poggi

Chiara trascorse da sola gli ultimi giorni nella villetta di famiglia. I genitori e il fratello erano partiti per le vacanze il 5 agosto. Rita Poggi ricordò poi davanti ai carabinieri l’ultima immagine della figlia: Chiara ferma vicino al cancello pedonale, intenta a salutarli mentre l’automobile si allontanava lungo via Pascoli. Prima della svolta verso Pavia, sua madre la vide rientrare in casa.

Alberto Stasi, allora ventiquattrenne e fidanzato di Chiara, non aveva seguito la famiglia in vacanza. Doveva lavorare alla propria tesi di laurea. Lui e Chiara continuarono a frequentarsi nei giorni successivi.

La mattina di lunedì 13 agosto 2007 qualcuno entrò nella villetta. Non forzò porte né finestre. Chiara conosceva con ogni probabilità la persona alla quale aprì o che sapeva come entrare.

Le nuove analisi medico-legali descrivono una lotta. Chiara non subì l’aggressione senza reagire: cercò di difendersi, cadde, provò a rialzarsi. L’assassino la colpì ripetutamente al volto e alla testa con un oggetto contundente mai ritrovato. Secondo la ricostruzione più recente della Procura, avrebbe usato un martello a coda di rondine e inferto almeno dodici colpi.

La dinamica del delitto

Il killer trascinò Chiara verso la porta della cantina e la spinse lungo i gradini. Poi la colpì ancora mentre giaceva priva di sensi. La lasciò in fondo alla scala e uscì dalla casa portando con sé l’arma.

Alle 13.50 circa Alberto Stasi telefonò al 118: «Mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli, a Garlasco. Credo che abbiano ucciso una persona». Disse di aver trovato Chiara e di averne visto il corpo dalla scala della cantina.

In quel momento cominciò il caso Garlasco. E, quasi nello stesso istante, Chiara rischiò di scomparire dietro tutto ciò che sarebbe venuto dopo: le fotografie della villetta, le tracce di sangue, le biciclette, le scarpe, i computer, le impronte, gli scontrini, gli interrogatori e una guerra giudiziaria destinata a durare quasi vent’anni.

Alberto Stasi, dalle assoluzioni alla condanna definitiva

Gli investigatori concentrarono presto i sospetti su Stasi. Il fidanzato non confessò mai e ha sempre proclamato la propria innocenza. Nessuno trovò l’arma del delitto, gli inquirenti non individuarono un movente certo e sulla sua persona o sui suoi vestiti non emersero tracce riconducibili all’aggressione.

Il processo con rito abbreviato si concluse nel 2009 con l’assoluzione. Anche la Corte d’assise d’appello assolse Stasi nel 2011. La Cassazione annullò però quella decisione e ordinò un nuovo giudizio. Nell’appello bis del 2014 arrivò la condanna a sedici anni, diventata definitiva nel dicembre 2015.

I giudici costruirono la responsabilità di Stasi attraverso una serie di elementi indiziari: la presenza del Dna di Chiara sui pedali della bicicletta, l’assenza di tracce di sangue sulle scarpe con le quali dichiarò di aver attraversato una casa insanguinata, le incongruenze nel racconto e gli accertamenti informatici sul suo computer.

Quella sentenza costituisce ancora oggi la verità dello Stato. Stasi ha scontato circa dieci anni in carcere e dal giugno 2026 si trova in affidamento in prova ai servizi sociali. La libertà parziale non cancella la condanna: per la giustizia italiana resta l’assassino di Chiara Poggi. Eppure, mentre Stasi completa l’esecuzione della pena, un’altra Procura sostiene ormai una storia opposta.

La nuova inchiesta indica Andrea Sempio come unico assassino

Andrea Sempio aveva diciannove anni nel 2007 ed era un amico di Marco Poggi. Frequentava la villetta di via Pascoli e conosceva Chiara. Gli investigatori lo avevano già indagato nel 2016, dopo una consulenza della difesa di Stasi sul Dna trovato sulle unghie della vittima. La magistratura archiviò quella posizione nel 2017.

La Procura di Pavia ha riaperto il fascicolo nel 2025 e ora considera Sempio l’unico autore dell’omicidio. Nell’avviso di conclusione delle indagini, i pubblici ministeri gli contestano l’omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti.

Secondo l’accusa, Sempio avrebbe sviluppato un interesse ossessivo per Chiara anche attraverso la visione dei suoi video intimi. La giovane avrebbe respinto un suo approccio sessuale e quel rifiuto avrebbe scatenato «odio» e una reazione omicida. Questa ricostruzione appartiene alla Procura e non ha ancora ricevuto la conferma di un giudice. Sempio nega ogni responsabilità e rivendica la propria innocenza.

I magistrati indicano tra gli elementi a suo carico il profilo genetico maschile rilevato sulle unghie di Chiara, ritenuto compatibile con la linea paterna della famiglia Sempio, l’impronta palmare numero 33 trovata su una parete vicina al corpo, le presunte contraddizioni sullo scontrino del parcheggio di Vigevano presentato a sostegno del suo alibi e alcune conversazioni intercettate.

La Procura ha inoltre affidato allo psichiatra Roberto Catanesi una consulenza sulla personalità dell’indagato. La difesa ha depositato propri elaborati per contestare punto dopo punto il nuovo impianto accusatorio: dal Dna alla dinamica delle macchie di sangue, dalla compatibilità dell’impronta 33 alla morfologia del piede rispetto alle tracce di scarpa rinvenute nella villetta.

Le indagini preliminari proseguiranno fino al 28 settembre. Dopo quella data, la Procura potrà chiedere il rinvio a giudizio. Un giudice dovrà decidere se gli elementi raccolti giustifichino un processo.

Un delitto, due uomini e una contraddizione enorme

Se Andrea Sempio arrivasse a processo con l’accusa di aver agito da solo, il caso entrerebbe in una dimensione senza precedenti. Un tribunale dovrebbe valutare una ricostruzione che non affianca Sempio a Stasi, ma sostituisce l’uno all’altro.

La condanna definitiva di Alberto Stasi, tuttavia, non svanirebbe automaticamente. Soltanto un procedimento di revisione potrebbe cancellarla. I suoi avvocati preparano l’istanza, mentre anche la Procura generale di Milano valuta se promuoverla davanti alla Corte d’appello di Brescia.

Il possibile processo a Sempio e la revisione di Stasi percorreranno strade diverse, ma inevitabilmente finiranno per specchiarsi. Se la nuova accusa superasse il vaglio giudiziario, diventerebbe sempre più difficile sostenere che due uomini abbiano commesso da soli lo stesso omicidio. Se invece crollasse, la sentenza contro Stasi manterrebbe intatta la propria forza e la nuova inchiesta lascerebbe dietro di sé altre ferite.

Il principio resta essenziale: Stasi è colpevole per una sentenza definitiva; Sempio è un indagato e va considerato innocente fino a un’eventuale condanna irrevocabile. Nessun processo televisivo può modificare questa distinzione.

Diciannove anni dopo, prima di tutto viene Chiara

Il caso Garlasco ha prodotto una quantità sterminata di carte, perizie e parole. Ha diviso magistrati, investigatori, scienziati, giornalisti e opinione pubblica. Ha trasformato ogni oggetto della villetta in un simbolo: una bicicletta nera, un paio di scarpe, un martello scomparso, il gradino di una scala, un’impronta sul muro, un brick di tè nella spazzatura. Dietro quegli oggetti viveva una ragazza.

Chiara Poggi non era soltanto la vittima di uno dei delitti più discussi d’Italia. Era una giovane donna riservata, laureata in Economia all’Università di Pavia, legata alla propria famiglia e pronta a costruire la vita adulta. Aveva progetti, abitudini, affetti e una voce che diciannove anni di discussioni hanno spesso coperto.

Oggi i suoi genitori non chiedono che qualcuno scelga pubblicamente tra Stasi e Sempio. Chiedono silenzio. Chiedono una messa, dei fiori e qualche ora nella quale il Paese smetta di trattare la loro figlia come una scena del crimine.

La giustizia dovrà continuare a cercare risposte. Dovrà farlo con rigore, senza piegarsi alle tifoserie e senza difendere una vecchia verità soltanto perché definitiva, né abbracciarne una nuova soltanto perché sorprendente. Dovrà stabilire se gli elementi raccolti contro Andrea Sempio possano reggere un processo e se quelli che condannarono Alberto Stasi possano ancora resistere. Ma il 13 agosto appartiene a Chiara.

Appartiene alla ragazza che salutò sua madre davanti al cancello di via Pascoli e rientrò in casa. Alla giovane donna che aveva soltanto ventisei anni e che, dopo diciannove anni di sentenze contrapposte, piste abbandonate e nuove accuse, merita almeno una cosa sulla quale non può esistere alcun dubbio: essere ricordata per la vita che le hanno tolto, non soltanto per il mistero della sua morte.