Giulio Regeni, dopo dieci anni arriva la sentenza: tre 007 egiziani condannati a 10 anni. La verità che il Cairo ha cercato di fermare

Giulio Regeni

Tre condanne a dieci anni di reclusione. Dopo oltre dieci anni, migliaia di giorni trascorsi tra indagini, rogatorie senza risposta, testimoni, depistaggi, scontri diplomatici e ostacoli processuali che per molto tempo sembravano insormontabili, la giustizia italiana pronuncia la sua prima sentenza sulla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore italiano sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto il 3 febbraio lungo la strada che collega la capitale egiziana ad Alessandria.

La Corte d’Assise di Roma ha riconosciuto la responsabilità di tre degli uomini della National Security egiziana finiti sotto processo, condannandoli a dieci anni di reclusione. È il punto di arrivo del primo grado di uno dei procedimenti giudiziari più difficili della storia recente italiana, celebrato senza la presenza degli imputati e soprattutto nonostante la lunga assenza di collaborazione delle autorità egiziane.

Una sentenza che arriva al termine di una giornata cominciata questa mattina davanti a piazzale Clodio, dove Paola e Claudio Regeni, la sorella Irene e l’avvocata Alessandra Ballerini hanno attraversato ancora una volta quella folla di magliette gialle che in questi dieci anni non ha mai smesso di accompagnare la famiglia.

«Questa è già una vittoria, ma non ci accontentiamo», aveva detto Ballerini poche ore prima del verdetto. «In pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a un processo e poi a una sentenza. Tutto quello che il regime poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto».

Ora quella sentenza esiste.

Giulio Regeni, il processo che rischiava di non cominciare mai

Per comprendere il significato del verdetto bisogna tornare a ciò che è accaduto prima ancora che il processo potesse iniziare.

La vicenda giudiziaria nasce dal lavoro iniziato nel febbraio 2016, quando gli investigatori italiani cominciarono a ricostruire gli ultimi giorni di Giulio Regeni. Il ricercatore, 28 anni, dottorando dell’Università di Cambridge, si trovava al Cairo per studiare i sindacati indipendenti e in particolare le organizzazioni dei venditori ambulanti.

Il 25 gennaio 2016 Giulio scomparve. Il suo corpo venne ritrovato il 3 febbraio lungo la Desert Road, con evidenti segni delle violenze subite.

Da quel momento l’inchiesta italiana dovette confrontarsi con versioni egiziane che cambiarono ripetutamente. Incidente stradale, movente personale, criminalità comune. Il 24 marzo 2016 le autorità egiziane arrivarono ad attribuire il delitto a una presunta banda di rapinatori, cinque uomini che la polizia aveva ucciso durante un conflitto a fuoco.

Gli investigatori italiani non considerarono credibile quella ricostruzione e continuarono a cercare.

Il 4 dicembre 2018 l’inchiesta individuò uomini appartenenti alla National Security egiziana. Due anni dopo, il 10 dicembre 2020, la Procura di Roma chiuse le indagini.

Sembrava finalmente possibile celebrare il processo.

Non lo era.

L’ostacolo che sembrava insuperabile: gli imputati irrintracciabili

Il 14 ottobre 2021 la Terza Corte d’Assise dichiarò nullo il decreto che disponeva il giudizio. Mancava infatti la prova che gli imputati conoscessero l’esistenza del procedimento nei loro confronti.

Un paradosso enorme: la mancata collaborazione dello Stato egiziano, che non forniva gli indirizzi necessari a notificare gli atti, rischiava di diventare lo strumento capace di impedire per sempre il processo.

La Procura di Roma non si fermò.

Il procuratore Francesco Lo Voi e l’aggiunto Sergio Colaiocco portarono la questione davanti alla Corte costituzionale. La Consulta intervenne sul meccanismo che aveva bloccato il procedimento, consentendo di superare l’impasse nei casi in cui uno Stato straniero impedisca di fatto la notificazione degli atti.

Fu la svolta.

Nel febbraio 2024 il processo Regeni poté finalmente cominciare.

«Sentivo Giulio urlare mentre lo torturavano»

Dentro l’aula della Corte d’Assise arrivò quindi la parte più terribile della storia.

Gli investigatori ricostruirono pedinamenti, controlli e attività svolte dagli apparati egiziani intorno al giovane ricercatore. Comparvero documenti e testimonianze, alcune delle quali raccolte proteggendo l’identità delle persone chiamate a raccontare ciò che sapevano.

Uno dei testimoni, indicato con il nome convenzionale Delta, pronunciò parole destinate a rimanere tra le più drammatiche dell’intero processo: «Sentivo Giulio urlare mentre lo torturavano».

Secondo la ricostruzione sostenuta dalla Procura, alla base dell’azione contro Regeni ci sarebbe stata l’errata convinzione che il ricercatore svolgesse attività di intelligence ostile. Gli investigatori italiani hanno invece ricostruito il suo lavoro accademico sui sindacati indipendenti e sui lavoratori egiziani.

Il procuratore aggiunto Colaiocco ha definito quello celebrato a Roma un processo contro il silenzio, le menzogne e le ricostruzioni costruite per ostacolare l’accertamento della verità. La Procura ha sostenuto che dietro il caso non ci fosse soltanto l’uccisione di un uomo, ma un sistema organizzato di violenza esercitata su una persona inerme.

Le richieste della Procura erano state durissime

Alla sbarra erano arrivati quattro appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani: Tariq Sabir, generale che guidava il dipartimento impegnato nel controllo dei sindacati indipendenti; Uhsam Helmi, colonnello che dopo la morte di Regeni entrò anche nel gruppo investigativo italo-egiziano; Athar Kamel Mohamed Ibrahim, colonnello della National Security; e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, maggiore indicato dall’accusa come direttamente coinvolto nelle torture e nell’omicidio.

Lo scorso 23 giugno la Procura aveva formulato richieste molto più pesanti rispetto alle pene poi stabilite dalla Corte: ergastolo per Sharif e 17 anni e sei mesi di reclusione per gli altri tre imputati.

Le difese hanno contestato la ricostruzione dell’accusa e sostenuto una tesi completamente differente, secondo la quale dietro il sequestro e l’uccisione del ricercatore avrebbero agito gruppi terroristici interessati a danneggiare i rapporti tra Italia ed Egitto.

La Corte ha ora pronunciato il suo verdetto di primo grado: tre condanne a dieci anni.

Dieci anni di depistaggi, silenzi e porte chiuse

Il significato della sentenza va però molto oltre il numero degli anni di carcere.

Per arrivare davanti a una Corte italiana la famiglia Regeni ha dovuto attraversare un percorso giudiziario che sembrava continuamente sul punto di interrompersi. Gli investigatori italiani hanno lavorato senza poter contare sulla collaborazione necessaria da parte egiziana e hanno dovuto smontare, una dopo l’altra, ricostruzioni alternative sulla morte del giovane.

Poi è arrivato l’ostacolo processuale più grande: l’impossibilità di notificare agli imputati gli atti necessari per procedere.

Anche quello è stato superato.

«Tutto quello che il regime poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto», ha detto questa mattina Alessandra Ballerini prima di entrare in aula. E ha aggiunto: «Questa famiglia è forte e resistente. I Regeni hanno combattuto per noi e se oggi i nostri diritti valgono un po’ di più è merito loro».

Parole pronunciate quando ancora nessuno conosceva la decisione dei giudici.

Regeni, dalla scomparsa al Cairo alla sentenza di Roma

Sono trascorsi più di dieci anni da quella sera del 25 gennaio 2016, quando di Giulio Regeni si persero le tracce al Cairo.

Dieci anni nei quali il suo nome è diventato qualcosa di molto più grande di un caso di cronaca. Sui balconi dei municipi e delle case italiane sono comparsi gli striscioni gialli con la richiesta di «Verità per Giulio Regeni». La famiglia ha continuato a chiedere che l’accertamento delle responsabilità non venisse sacrificato ai rapporti diplomatici ed economici tra Italia ed Egitto.

Proprio questa mattina, interrogata sulla recente visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani in Egitto e sull’incontro con il presidente Abdel Fattah al-Sisi, Ballerini aveva separato nettamente i due piani: «Non ci riguarda, perché la nostra è una democrazia. C’è la separazione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione».

Poche ore dopo quella separazione dei poteri ha prodotto il suo primo verdetto.

Non è la conclusione definitiva della vicenda giudiziaria. È una sentenza di primo grado e il percorso processuale potrà continuare.

Ma qualcosa che per anni era sembrato persino impossibile adesso è accaduto: un tribunale italiano ha concluso il primo processo sulla morte di Giulio Regeni e ha pronunciato tre condanne a dieci anni di reclusione.

Dieci anni dopo il ritrovamento del corpo lungo una strada egiziana, la storia di Giulio Regeni entra così in una fase nuova. Non più soltanto il tempo delle domande, delle rogatorie senza risposta e dei depistaggi.

Da oggi esiste anche una sentenza.