Garlasco, il terremoto travolge Luciano Garofano: «Noi del Ris non abbiamo sbagliato». Ma quei due test negativi non comparvero mai

Garlasco, parla il generale Garofano e difende la condanna di Stasi

Per capire fino in fondo la portata del terremoto che sta investendo il delitto di Garlasco bisogna guardare anche all’uomo che per anni ha rappresentato, più di chiunque altro in Italia, la certezza della prova scientifica. Luciano Garofano, 73 anni, ex generale dei Carabinieri, fondatore e storico comandante del Ris di Parma, è stato il volto pubblico di una stagione nella quale Dna, luminol, microscopi e analisi di laboratorio sembravano aver cambiato per sempre il modo di indagare sui delitti.

E proprio Garofano ha sempre difeso senza esitazioni il lavoro svolto dai suoi uomini sul caso di Chiara Poggi.

«Noi del Ris non abbiamo commesso errori», disse nel 2009, dopo la prima assoluzione di Alberto Stasi. E aggiunse: «Tutte le procedure sono state eseguite correttamente».

Diciassette anni dopo, quella certezza si trova improvvisamente al centro della domanda più inquietante della nuova inchiesta di Pavia: che cosa accadde davvero nel settembre 2007 nei laboratori del Ris di Parma durante le analisi sui pedali della bicicletta di Stasi?

Perché oggi non si discute soltanto della possibilità che un test fosse sbagliato. I nuovi accertamenti hanno portato alla luce qualcosa di molto più difficile da spiegare: dopo il risultato che indicò 2,78 nanogrammi di Dna attribuito a Chiara Poggi, qualcuno avrebbe ripetuto l’analisi altre due volte.

Entrambe le prove avrebbero dato risultato negativo.

E di quei due risultati non comparve traccia nel fascicolo consegnato agli inquirenti e alle parti.

Garlasco, quei test negativi riemersi diciannove anni dopo

Il nodo è ormai diventato uno dei punti centrali della nuova indagine.

I pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi vennero sottoposti a una serie di accertamenti. Le prime verifiche con luminol e Combur test diedero risultato negativo. Anche una prima quantificazione del materiale genetico non produsse il risultato che sarebbe arrivato successivamente.

Dopo la purificazione del campione, infatti, apparve improvvisamente quel dato destinato a entrare nella storia giudiziaria del caso: 2,78 nanogrammi di Dna riconducibile a Chiara Poggi.

Una quantità considerevole, tanto più sorprendente perché il campione risultava estremamente pulito e perché quel valore sarebbe risultato sovrapponibile a quello ottenuto da un altro reperto, il cucchiaino utilizzato da Chiara per fare colazione.

Ma è ciò che sarebbe accaduto dopo a cambiare completamente lo scenario.

Secondo quanto emerso attraverso l’analisi dei raw data, cioè i dati grezzi registrati dalle apparecchiature utilizzate nei laboratori, il giorno successivo qualcuno effettuò due ulteriori test di controllo.

Entrambi avrebbero restituito valore zero.

Quelle prove, tuttavia, non entrarono negli atti messi a disposizione dell’autorità giudiziaria e delle difese. Sono riemerse soltanto molti anni dopo, quando gli investigatori hanno potuto ricostruire il lavoro delle macchine attraverso i loro registri digitali.

Ed è esattamente questo il punto sul quale adesso si concentrano le domande.

Garofano: «Tutte le procedure furono eseguite correttamente»

Luciano Garofano non ha mai mostrato dubbi sul lavoro svolto dal Ris di Parma.

Nel 2009, quando ancora comandava il reparto, difese pubblicamente le analisi effettuate sul caso Garlasco: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori. Tutte le procedure sono state eseguite correttamente».

Una posizione che non ha sostanzialmente modificato neppure con la riapertura dell’indagine.

Ancora all’avvio dell’incidente probatorio disposto nell’ambito delle nuove investigazioni aveva dichiarato: «Io, come ex comandante del Ris, sono assolutamente convinto del lavoro pregevole fatto dai miei collaboratori».

Poi aveva introdotto una possibilità teorica: «Si può sbagliare, questo è umano».

Ma subito dopo aveva ribadito il punto: «Non credo che noi abbiamo sbagliato».

Parole che oggi assumono inevitabilmente un significato differente, perché la nuova questione non riguarda semplicemente l’interpretazione di un risultato scientifico. Riguarda l’esistenza di due verifiche successive negative delle quali, secondo la nuova ricostruzione investigativa, non venne dato conto.

A gennaio Garofano raccontava ancora il Dna sui pedali

C’è poi un altro passaggio che rende questa storia ancora più delicata.

Il 22 gennaio scorso, parlando proprio delle analisi effettuate sui pedali della bicicletta di Stasi, Garofano aveva ricostruito pubblicamente la procedura seguita dal Ris.

Aveva ricordato che i pedali erano stati inizialmente sottoposti alle luci forensi, al luminol e al Combur test, con risultati negativi. Successivamente, spiegava l’ex generale, un’analisi microscopica più approfondita avrebbe consentito di individuare nove microtracce, otto delle quali avrebbero reagito positivamente al Combur test, mostrando globuli bianchi e un tracciato ritenuto compatibile con l’emoglobina.

Quindi il passaggio decisivo: il Dna attribuito a Chiara Poggi sarebbe risultato pari a 2,78 nanogrammi per microlitro.

Garofano citava la relazione di consulenza firmata dal Ris e acquisita agli atti del procedimento, secondo la quale il fluido biologico prelevato dai pedali sarebbe stato, «con elevata probabilità di natura ematica».

Ma anche in quella ricostruzione non comparivano le due successive verifiche negative che oggi emergono dai dati grezzi delle apparecchiature.

Ed è proprio questo uno dei punti sui quali gli inquirenti stanno cercando di ricostruire che cosa sia accaduto.

L’ex generale sentito dalla Procura di Pavia

Venerdì scorso Garofano è stato sentito dalla Procura di Pavia, insieme ad altri militari del Ris che parteciparono alle indagini del 2007.

È necessario mantenere fermo un punto: allo stato, l’emersione dei due test negativi non dimostra da sola chi decise di non inserirli nella documentazione, per quale ragione ciò avvenne e soprattutto se dietro quella mancata comunicazione vi fosse una scelta consapevole oppure una diversa spiegazione tecnica o procedurale.

Sono precisamente questi i passaggi che l’inchiesta dovrà chiarire.

Ma la questione assume un peso enorme perché quel risultato sui pedali non rappresentò un dettaglio marginale. Il Dna attribuito a Chiara sulla bicicletta di Stasi contribuì al suo primo fermo e finì successivamente tra i sette elementi valorizzati nella ricostruzione che condusse alla condanna definitiva a 16 anni.

Se quel Dna non era realmente presente sui pedali, uno dei pilastri scientifici della condanna cambia completamente natura.

Da Cogne a Erba, il generale che portò il Ris in televisione

È anche per questo che il nome di Luciano Garofano pesa molto più di quello di un qualsiasi tecnico di laboratorio.

Figlio di un ufficiale dei Carabinieri, Garofano avrebbe voluto inizialmente fare il medico. Scelse invece Scienze biologiche alla Sapienza e si specializzò in Tossicologia forense. Nel 1977, durante il servizio militare come ufficiale di complemento, visitò un laboratorio dell’allora Centro Carabinieri Investigazioni Scientifiche.

Lo avrebbe ricordato come un «amore a prima vista».

Nel 1995 tornò definitivamente alle investigazioni scientifiche e sotto il suo comando nacque il Ris di Parma. Da lì passò una parte enorme della cronaca nera italiana: Cogne, Novi Ligure, Erba, Donato Bilancia, Unabomber, il caso della contessa Vacca Agusta.

Garofano divenne così non soltanto un investigatore, ma il simbolo mediatico della nuova scienza applicata alle indagini. L’uomo delle tracce invisibili, del Dna capace di parlare a distanza di anni, della convinzione riassunta in una frase diventata quasi un manifesto: «Il delitto perfetto non esiste».

Dopo 32 anni nell’Arma e quattordici alla guida del Ris lasciò il servizio nel 2009, con il grado di generale.

Poi il passaggio dall’altra parte: consulente delle difese

Dopo il congedo iniziò una seconda carriera, questa volta come consulente tecnico.

Garofano ha lavorato per numerose difese in alcuni dei casi di cronaca più seguiti degli ultimi anni, tra i quali quello sulla morte di Liliana Resinovich.

E soprattutto è tornato dentro Garlasco.

Questa volta dall’altra parte.

Dal 2017 ha infatti lavorato come consulente di Andrea Sempio, sostenendone l’estraneità all’omicidio di Chiara Poggi. «Lo ritengo estraneo all’omicidio», ha dichiarato pubblicamente.

Ha continuato a collaborare con la difesa anche dopo la riapertura dell’indagine, fino alla fine di settembre 2025, quando ha lasciato il team spiegando di aver maturato la decisione per «la mancata condivisione da parte della difesa di Andrea dei suggerimenti tecnico-scientifici da me proposti».

Una parabola singolare: l’uomo che comandava il reparto autore degli accertamenti scientifici utilizzati contro Stasi è diventato anni dopo consulente dell’uomo che la nuova Procura di Pavia indaga per lo stesso omicidio.

Garlasco, ora resta una domanda enorme

È troppo presto per stabilire che cosa sia realmente successo nei laboratori di Parma nel settembre 2007. Ed è altrettanto necessario distinguere una possibile anomalia scientifica o procedurale dall’ipotesi, molto più grave, di una consapevole sottrazione di risultati.

Ma i fatti che emergono dalla nuova indagine pongono domande alle quali qualcuno dovrà rispondere.

Chi dispose le due controanalisi?

Perché vennero effettuate proprio dopo il risultato dei 2,78 nanogrammi?

Chi ne conobbe l’esito?

Perché quei risultati negativi non entrarono negli atti?

E soprattutto: che cosa sarebbe successo all’indagine su Alberto Stasi se nel 2007 la Procura avesse saputo che, dopo il test positivo, due successive verifiche avevano dato risultato negativo?

Luciano Garofano ha raccontato una volta la propria carriera al Ris con una frase semplice: «Io ho sempre lavorato per scoprire la verità».

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, è esattamente quella verità che la nuova inchiesta di Garlasco sta cercando.

Solo che questa volta, per trovarla, gli investigatori stanno tornando a esaminare il lavoro di chi avrebbe dovuto trovarla nel 2007.