La strage di Amendolara non è una sorpresa. È il finale annunciato di una storia che magistrati, investigatori e sindacalisti raccontano da anni senza che nessuno sia mai riuscito a spezzarne davvero il meccanismo. I quattro braccianti morti sulla Fondovalle dell’Agri non sono vittime della fatalità. Sono vittime di un sistema economico che continua a produrre ricchezza per pochi e sfruttamento per migliaia di persone.
Kumar Manoj, Singh Surjit, Singh Harwinder e Singh Jaskaran percorrevano quasi ogni giorno la stessa strada. Partivano dalla Calabria prima dell’alba, attraversavano la Basilicata e raggiungevano i campi della Puglia o del Metapontino. Seguivano i raccolti. Fragole, ortaggi, uva. Lavoravano per ore e poi tornavano indietro. Il 4 ottobre scorso quel viaggio si è concluso dentro una Renault Scenic trasformata in un contenitore umano. Dieci persone stipate in un’automobile progettata per sette. Quattro morti e una domanda che torna puntualmente dopo ogni tragedia: come è possibile che tutto questo continui ad accadere?
La strage di Amendolara era scritta da anni nelle inchieste
La risposta è semplice e allo stesso tempo inquietante. Perché tutti sapevano.
Le procure di Castrovillari, Matera e Potenza descrivono da anni l’esistenza di una rete di sfruttamento che attraversa Calabria, Basilicata e Puglia. Le forze dell’ordine hanno prodotto informative. I sindacati hanno raccolto denunce. Le associazioni hanno documentato condizioni di lavoro e di vita che sembrano appartenere a un’altra epoca. Eppure il sistema ha continuato a funzionare.
La tragedia della Fondovalle dell’Agri non rappresenta un episodio isolato. È l’ultimo anello di una catena che ogni giorno trasporta migliaia di lavoratori da una regione all’altra. Viaggi estenuanti, mezzi sovraffollati, orari impossibili e salari che spesso non arrivano nemmeno a garantire una vita dignitosa. La morte è arrivata all’improvviso. Lo sfruttamento era lì da molto prima.
Il punto è che il caporalato non vive nell’emergenza. Vive nella normalità. Si alimenta dell’abitudine, dell’indifferenza e della convinzione che, in fondo, quel sistema serva a tenere bassi i costi e alta la produzione. Finché nessuno muore, tutto continua come se fosse normale.
Il nuovo caporalato tra Calabria, Basilicata e Puglia
Negli ultimi anni il volto dello sfruttamento agricolo è cambiato. Oggi gran parte della manodopera arriva da Pakistan e India. Molti lavoratori vivono nei comuni della Sibaritide e si spostano ogni giorno verso le aree agricole dove c’è bisogno di braccia.
A differenza dei braccianti africani che popolavano le tendopoli di Rosarno, questi lavoratori restano quasi invisibili. Vivono in appartamenti sovraffollati, spesso all’interno di comunità chiuse. Parlano poco italiano e raramente entrano in contatto con l’esterno. Per sindacati e associazioni raggiungerli è più difficile. Per i caporali controllarli è molto più semplice.
Le ricerche condotte nell’ambito del progetto Su.Pr.Eme hanno fotografato una realtà durissima. Dodici ore di lavoro per quaranta euro al giorno. Ma quei quaranta euro rappresentano soltanto una cifra teorica. Il caporale trattiene denaro per il trasporto, per il posto letto, per l’intermediazione e per qualsiasi altro servizio riesca a trasformare in fonte di guadagno. Alla fine il lavoratore conserva poco più dello stretto necessario per sopravvivere.
Il vero potere del caporale non nasce soltanto dal denaro. Nasce dalla dipendenza. Chi perde il lavoro perde il trasporto. Chi perde il trasporto perde la possibilità di lavorare. Chi perde il lavoro rischia di perdere anche l’alloggio. In queste condizioni denunciare significa spesso mettere a rischio la propria sopravvivenza.
‘Ndrangheta e agricoltura, il business miliardario dello sfruttamento
Pensare che il problema si fermi al singolo caporale sarebbe un errore. Dietro lo sfruttamento esiste una filiera economica molto più ampia che negli anni ha attirato anche l’interesse della criminalità organizzata.
Le inchieste raccontano come la ‘ndrangheta continui a considerare l’agricoltura un settore strategico. Lo sfruttamento della manodopera garantisce profitti immediati. Le frodi sulle giornate lavorative producono ulteriori guadagni. I contributi pubblici rappresentano un’altra fonte di reddito. I campi, in sostanza, producono due volte: producono raccolti e producono denaro.
L’Osservatorio Placido Rizzotto colloca la Calabria tra le regioni maggiormente colpite dal fenomeno dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. Le inchieste si susseguono, gli arresti si moltiplicano, ma il modello continua a resistere. Per una ragione molto semplice: rende.
«Gli schiavi lavorano. I caporali controllano. I padroni guadagnano». La definizione di Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, sintetizza perfettamente il meccanismo. Un meccanismo che non si regge sul singolo caporale ma su una struttura economica che continua a trovare conveniente la compressione dei diritti e della dignità umana.
Secondo le stime più recenti, il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l’anno. Una cifra enorme, sufficiente a spiegare perché le denunce, gli arresti e le tragedie non abbiano ancora fermato la macchina. La strage di Amendolara non ha creato questo sistema. Lo ha soltanto illuminato per qualche giorno. Poi, come accade troppo spesso, il rischio è che tutto torni nell’ombra. Fino al prossimo furgone, fino al prossimo incidente, fino ai prossimi morti.







