Nove ragazzi morti, una tenda squarciata e 67 anni di misteri in Russia: i familiari chiedono di riaprire il caso del “passo del Diavolo” e riesumare i corpi

Il gruppo dei ragazzi rinvenuti morti al passo Dyatlov

Una tenda squarciata dall’interno. Nove ragazzi che nel cuore della notte abbandonano l’unico riparo disponibile e scendono lungo il fianco di una montagna degli Urali con una temperatura inferiore ai 20 gradi sotto zero. Alcuni non indossano neppure le scarpe. I soccorritori trovano i primi corpi vicino a un cedro, accanto ai resti di un fuoco, altri lungo il percorso verso l’accampamento. Gli ultimi quattro riemergono dalla neve soltanto mesi dopo e presentano lesioni tanto gravi da alimentare per decenni ipotesi di ogni genere.

Sono trascorsi 67 anni dal mistero del passo Dyatlov, diventato per il cinema italiano il “passo del Diavolo”, ma quella notte del febbraio 1959 continua a dividere investigatori, scienziati e familiari delle vittime. Adesso sono proprio i parenti a riportare il caso nell’attualità. Il 2 giugno 2026, attraverso l’avvocato Evgeniy Chernousov, hanno chiesto alla Procura generale russa di aprire una nuova indagine e hanno sollevato dubbi sugli accertamenti forensi eseguiti sui nove cadaveri. Se servisse a mettere fine alle speculazioni, hanno fatto sapere, accetterebbero persino la riesumazione di tutti i corpi.

Il mistero del Passo Dyatlov
Il mistero del Passo Dyatlov

Il viaggio dei nove ragazzi verso il passo Dyatlov

La storia comincia il 23 gennaio 1959 a Sverdlovsk, l’attuale Ekaterinburg. Un gruppo di giovani escursionisti parte per una spedizione sugli Urali settentrionali diretta verso il monte Otorten. A guidarlo c’è Igor Dyatlov, 23 anni, studente dell’Istituto politecnico degli Urali ed escursionista esperto. Con lui viaggiano ragazzi e ragazze abituati a spedizioni invernali difficili, ai quali si aggiunge il più anziano Semyon Zolotaryov.

All’inizio sono dieci. Durante il viaggio, però, Yuri Yudin accusa problemi di salute e decide di tornare indietro. Saluta i compagni senza immaginare che quella scelta gli salverà la vita. Nessuno degli altri nove farà ritorno.

Il 1° febbraio il gruppo raggiunge il versante orientale del Kholat Syakhl, nome che nella lingua dei Mansi significa approssimativamente “Montagna Morta”. Il maltempo complica l’orientamento e gli escursionisti deviano dal percorso previsto. Invece di scendere verso il bosco decidono di fermarsi sul pendio e montano la grande tenda comune scavando nella neve per creare una superficie sufficientemente piana.

È l’ultima sera della loro vita.

La tenda squarciata dall’interno e la fuga nella neve

Quando il gruppo non comunica il proprio ritorno nei tempi previsti, amici e familiari cominciano a preoccuparsi. Le squadre di ricerca raggiungono la zona e il 26 febbraio trovano finalmente l’accampamento. La scena appare incomprensibile.

La tenda giace parzialmente coperta dalla neve, ma all’interno ci sono ancora scarpe, vestiti, cibo e attrezzature. Soprattutto, presenta tagli che gli investigatori attribuiscono agli stessi occupanti: qualcuno l’ha squarciata dall’interno per uscire rapidamente. Le tracce lasciate sulla neve indicano che il gruppo si è diretto verso il bosco, oltre un chilometro più in basso.

La domanda che da allora accompagna il caso nasce proprio lì: che cosa può avere spaventato nove escursionisti esperti al punto da convincerli ad abbandonare la tenda nel cuore di una notte gelida senza avere neppure il tempo di vestirsi adeguatamente?

Le temperature scendono sotto i 20 gradi sotto zero e soffiano forti venti. Senza il riparo, l’equipaggiamento e abiti sufficienti, restare all’aperto significa rischiare rapidamente l’ipotermia. Eppure tutti e nove lasciano l’accampamento.

I primi cinque corpi e il tentativo di tornare alla tenda

I soccorritori trovano Yuri Doroshenko e Yuri Krivonischenko ai piedi di un grande cedro, vicino ai resti di un piccolo fuoco. Indossano pochi vestiti. Alcuni rami dell’albero risultano spezzati a diversi metri d’altezza, particolare che farà pensare che uno dei ragazzi abbia cercato di arrampicarsi per osservare la zona o individuare la tenda.

Tra il cedro e l’accampamento emergono poi altri tre corpi: Igor Dyatlov, Zinaida Kolmogorova e Rustem Slobodin. La loro posizione suggerisce un possibile tentativo di risalire il pendio e raggiungere nuovamente la tenda. Non ce la fanno. Il freddo li uccide prima che possano arrivarci.

Mancano però quattro persone. La neve le nasconde per mesi.

Le squadre continuano a cercare fino a maggio, quando trovano Lyudmila Dubinina, Semyon Zolotaryov, Nikolai Thibeaux-Brignolle e Alexander Kolevatov in una depressione del terreno, sotto diversi metri di neve.

Il ritrovamento trasforma un incidente di montagna già difficile da spiegare in uno dei grandi misteri dell’Unione Sovietica.

Le strane ferite che alimentarono il mistero del “passo del Diavolo”

Alcuni degli ultimi corpi presentano traumi impressionanti. Gli esami rilevano gravi lesioni al torace e al cranio; su alcuni cadaveri mancano inoltre tessuti molli, compresi gli occhi, mentre Dubinina ha perso anche la lingua. La lunga permanenza dei corpi nella neve, nell’acqua e all’aperto offre spiegazioni naturali per diverse di queste alterazioni, ma nell’immaginario popolare quei particolari assumono rapidamente un significato molto diverso.

A complicare ulteriormente la vicenda arrivano tracce di radioattività su alcuni indumenti e testimonianze relative a strane luci osservate nel cielo della regione. L’inchiesta sovietica non riesce a individuare un responsabile né a ricostruire con certezza la sequenza degli eventi e nel maggio 1959 chiude il fascicolo attribuendo la tragedia a una potente forza naturale.

Una conclusione tanto vaga lascia aperto uno spazio enorme alle interpretazioni.

Nel corso dei decenni finiscono sotto accusa i Mansi, prigionieri fuggiti dai gulag, agenti sovietici, esperimenti militari segreti, esplosioni, missili, mine paracadutate, armi sperimentali e fenomeni atmosferici. Arrivano inevitabilmente anche UFO, creature misteriose e teorie paranormali.

Dal passo Dyatlov al cinema: “Il passo del Diavolo”

La vicenda supera così i confini della cronaca sovietica e diventa un fenomeno della cultura popolare. Nel 2013 il regista Renny Harlin, autore tra gli altri di Die Hard 2 e Cliffhanger, dirige The Dyatlov Pass Incident, distribuito in Italia con il titolo particolarmente efficace di Il passo del Diavolo.

Il film non ricostruisce direttamente la spedizione del 1959. Racconta invece una storia di fantasia nella quale cinque giovani americani raggiungono gli Urali per realizzare un documentario sul mistero e finiscono per affrontare una nuova tragedia. Harlin utilizza il caso reale come punto di partenza e lo trasforma in un horror che mescola esperimenti segreti, complotti e paranormale.

Nel 2020 arriva anche la serie russa Dead Mountain – The Dyatlov Pass Incident, che torna invece sui protagonisti della spedizione e sull’indagine, pur introducendo personaggi e situazioni di finzione. Libri, podcast e documentari hanno continuato nel frattempo a proporre nuove soluzioni, facendo del passo Dyatlov una sorta di grande cold case mondiale.

La realtà, tuttavia, potrebbe essere molto meno fantastica e non per questo meno terrificante.

La spiegazione della valanga a lastroni

Nel 2019 la Procura generale russa avvia una nuova indagine e concentra l’attenzione sulle possibili cause naturali. Nel luglio 2020 arriva alla conclusione che una valanga avrebbe costretto il gruppo ad abbandonare l’accampamento. Ma per anni molti studiosi hanno contestato proprio questa ipotesi: il pendio sembrava poco inclinato, i primi soccorritori non avevano descritto evidenti tracce di valanga e tra il momento in cui i ragazzi montarono la tenda e la possibile slavina erano trascorse diverse ore.

Nel 2021 gli scienziati Johan Gaume e Alexander Puzrin pubblicano su Communications Earth & Environment, rivista del gruppo Nature, un modello capace di spiegare molte di quelle anomalie. Secondo la loro ricostruzione, il gruppo avrebbe tagliato il manto nevoso per ricavare la superficie sulla quale montare la tenda. I forti venti catabatici avrebbero poi accumulato progressivamente altra neve sul pendio fino a provocare, diverse ore più tardi, il distacco di una piccola lastra.

Non serviva quindi una gigantesca valanga capace di seppellire l’intero accampamento. Una massa relativamente piccola ma compatta avrebbe potuto colpire la tenda, provocare alcuni dei traumi e convincere il gruppo ad abbandonarla immediatamente. Gli escursionisti sarebbero quindi scesi verso il bosco per cercare riparo dal vento, avrebbero acceso un fuoco e successivamente alcuni avrebbero tentato di tornare all’accampamento.

Ulteriori spedizioni hanno documentato valanghe a lastroni nella stessa area e confermato che quei pendii possono produrre fenomeni di questo tipo. La ricerca scientifica non pretende di ricostruire ogni singolo minuto della notte, ma ha reso l’ipotesi della valanga molto più solida rispetto al passato.

Perché i familiari vogliono riaprire il caso dopo 67 anni

Per le famiglie, però, la spiegazione non basta. Il 2 giugno 2026 i parenti di alcuni componenti della spedizione, assistiti dall’avvocato Evgeniy Chernousov, hanno chiesto formalmente l’apertura di un nuovo procedimento. Contestano soprattutto un punto dell’indagine originaria: secondo il loro legale, agli atti mancherebbero i risultati degli esami istologici e chimici che avrebbero dovuto accompagnare le autopsie del 1959.

I familiari vogliono quindi che gli investigatori tornino sui reperti, sui documenti e sulle conclusioni raggiunte nel corso degli anni. Alcuni di loro ritengono ancora possibile un collegamento con attività o test militari svolti nella regione. Soprattutto, chiedono che una vera indagine penale affronti gli interrogativi che, a loro giudizio, le precedenti verifiche non hanno risolto.

La richiesta più clamorosa riguarda proprio i nove ragazzi morti. Se una nuova autopsia potesse aiutare a stabilire la verità, le famiglie si dichiarano disponibili a riesumare tutti i corpi. Non sarebbe neppure la prima volta: nel 2018 vennero già riesumati i resti di Semyon Zolotaryov nell’ambito di accertamenti indipendenti.

Sessantasette anni dopo quella notte, quindi, il mistero del “passo del Diavolo” torna al punto dal quale era partito: nove persone che abbandonano improvvisamente una tenda nel buio degli Urali e corrono verso il bosco sapendo che fuori li aspettano il vento e un freddo capace di ucciderli in poco tempo.

La scienza oggi offre una spiegazione molto più convincente di UFO, armi segrete e creature misteriose. Ma per i familiari manca ancora qualcosa. E pur di trovarlo sono pronti ad aprire nuovamente le tombe dei nove ragazzi che da 67 anni custodiscono la risposta.