Pamela Genini, una donna ha profanato la tomba? Il Dna femminile trovato dietro la lapide non è della vittima: il giallo si infittisce

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Una donna potrebbe aver partecipato alla profanazione della tomba di Pamela Genini? È l’interrogativo che emerge dalle analisi genetiche effettuate sul retro della lapide provvisoria della modella, uccisa il 14 ottobre 2025 a Milano da Gianluca Soncin. Sul nastro adesivo applicato al pannello in plastica è stato individuato materiale biologico prevalentemente femminile, accompagnato da una componente maschile minoritaria. Nessuno dei profili ha trovato corrispondenza con i soggetti finora sottoposti a confronto.

La scoperta potrebbe rappresentare un nuovo elemento per ricostruire quanto accaduto nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo, dove qualcuno ha violato il sepolcro della ventinovenne e ne ha trafugato la testa. Resta però da stabilire se quel Dna appartenga a una persona coinvolta nella profanazione oppure sia il risultato di una contaminazione avvenuta durante la manipolazione della lapide.

Il Dna femminile dietro la lapide: di chi è?

A illustrare i risultati delle analisi è stato il genetista Marzio Capra, consulente di Francesco Dolci, ex fidanzato di Pamela e indagato nell’inchiesta sulla profanazione. «I profili che io ho potuto apprezzare ricavati da queste tracce sono risultati di origine mista, più femminile ma anche maschile», ha spiegato l’esperto dopo aver esaminato i dati di laboratorio raccolti dagli investigatori.

Le successive comparazioni non hanno consentito di identificare le persone alle quali appartiene il materiale biologico. «In ogni caso ambedue questi profili, sia quello femminile che quello minoritario maschile, sono stati utilizzati per tutte le comparazioni con i soggetti di interesse e hanno dato esito negativo», ha precisato Capra.

Secondo il genetista, il profilo femminile non sarebbe riconducibile né a Pamela Genini né alla madre della ragazza. Rimane dunque sconosciuta l’identità della donna che avrebbe lasciato quella traccia, ammesso che il materiale sia stato depositato durante la violazione della sepoltura.

La scoperta del 23 marzo e il particolare del silicone

La profanazione venne scoperta la mattina del 23 marzo 2026, quando gli addetti di un’impresa funebre raggiunsero il loculo di Pamela per procedere al trasferimento della bara nella cappella di famiglia, programmato da settimane.

Alle 8.29, come documentato dalle telecamere di videosorveglianza, gli operatori iniziarono a rimuovere la lapide provvisoria in plastica. Si accorsero immediatamente di un’anomalia: la schiuma espansa utilizzata per sigillare il loculo era scomparsa e al suo posto erano presenti strisce di silicone.

Quel particolare fece scattare l’allarme e portò all’intervento dei carabinieri. La successiva scoperta della profanazione aprì un’inchiesta destinata a concentrarsi anche sulle persone che avevano avuto accesso al cimitero.

Oggi proprio il pannello rimosso quella mattina è diventato uno dei reperti più discussi, perché sul nastro adesivo applicato nella parte posteriore sono state individuate le tracce genetiche ancora senza un’identità.

La lapide sequestrata settimane dopo: i dubbi sulla contaminazione

C’è però un particolare che potrebbe complicare l’interpretazione del Dna. La lapide provvisoria non venne sequestrata immediatamente dopo la scoperta della profanazione.

Dalle immagini disponibili risulterebbe che, nel pomeriggio del 23 marzo, il pannello cadde e venne toccato da un operatore del cimitero. Poco dopo fu utilizzato nuovamente per richiudere il loculo.

Soltanto un mese più tardi il nucleo investigativo di Bergamo sollecitò il pubblico ministero a valutare il sequestro del reperto, disposto con un decreto firmato circa due settimane dopo.

È proprio su questa sequenza che si concentrano le contestazioni della difesa di Francesco Dolci, secondo la quale la mancata acquisizione immediata potrebbe aver compromesso la corretta conservazione delle tracce biologiche.

Il problema è stabilire se il Dna sia stato lasciato da qualcuno durante la profanazione oppure da persone entrate successivamente in contatto con il pannello. Una distinzione fondamentale prima di attribuire al materiale genetico un significato investigativo preciso.

Francesco Dolci, nessuna traccia genetica nei 108 reperti esaminati

Un altro elemento riguarda direttamente l’indagato. Secondo quanto riferito dal consulente Marzio Capra, il Dna di Francesco Dolci non sarebbe emerso nemmeno dagli altri campionamenti effettuati dagli investigatori tra la bara e il loculo.

Complessivamente sarebbero stati esaminati 108 reperti, senza individuare tracce genetiche attribuibili al quarantunenne. Un risultato sul quale la difesa insiste, pur non essendo sufficiente, da solo, a escludere qualsiasi coinvolgimento nella vicenda.

Resta così aperto il mistero del materiale biologico femminile. La presenza di quel Dna non dimostra che una donna abbia profanato la tomba, ma introduce una nuova pista da verificare, soprattutto alla luce delle modalità con cui il reperto è stato conservato e successivamente sequestrato.

Per gli investigatori la questione decisiva sarà ricostruire chi abbia toccato la lapide, in quale momento e per quale ragione. Solo allora si potrà stabilire se quelle tracce siano davvero legate alla profanazione o rappresentino una contaminazione estranea al delitto.