Matteo Salvini sale sul palco del congresso straordinario della Lega, minaccia di bloccare gli aiuti militari all’Ucraina e si prepara a incassare la riconferma alla guida del partito. Ma prima che possa tornare davanti ai delegati, squilla il telefono. Dall’altra parte c’è Giorgia Meloni, tutt’altro che entusiasta dell’ennesima iniziativa del suo vicepremier. Il messaggio è netto: «Così ci metti in difficoltà». E quando Salvini riprende la parola, l’ultimatum si è già trasformato in un più innocuo «ragionamento».
Il retroscena, raccontato da Lorenzo De Cicco su la Repubblica, fotografa le tensioni nella maggioranza proprio mentre la presidente del Consiglio prepara la strada alle elezioni anticipate della prossima primavera. Salvini vuole recuperare consensi rilanciando la sua opposizione agli aiuti militari a Kiev, ma Meloni non intende presentarsi al voto con una coalizione che appare divisa su una delle questioni centrali della politica estera.
La telefonata di Meloni dopo l’ultimatum di Salvini
La scintilla scocca durante il primo intervento del segretario leghista al congresso milanese. Salvini annuncia che porterà al prossimo Consiglio dei ministri la richiesta di interrompere il sostegno militare all’Ucraina: «Andrò in Consiglio dei ministri a dire che non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina».
Una dichiarazione che supera la consueta propaganda pacifista del Carroccio e mette direttamente in discussione la linea del governo, sostenuta da Meloni e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La premier interviene personalmente. Secondo la ricostruzione di Repubblica, ricorda al suo vice che gli accordi di maggioranza non prevedono ultimatum unilaterali e che una spaccatura pubblica sull’Ucraina danneggerebbe l’intera coalizione.
Meloni può tollerare gli appelli alla pace e perfino le aperture di Salvini a un futuro ritorno del gas russo dopo la fine del conflitto. Non accetta, invece, che il leader della Lega annunci dal palco di un congresso una decisione destinata a modificare la politica estera italiana senza averla concordata con Palazzo Chigi.
Il richiamo produce un effetto immediato. Salvini, rieletto segretario con 465 voti, torna davanti ai delegati e corregge la propria posizione. Quello sulle armi all’Ucraina, spiega, era un «ragionamento».
La Lega non vuole più votare il decreto Ucraina
La retromarcia pubblica non significa però che il Carroccio abbia rinunciato alla battaglia. I dirigenti leghisti assicurano che al Consiglio dei ministri previsto per domani, dedicato anche alla delicata partita della legge di bilancio, Salvini non presenterà alcuna richiesta formale sul tema.
La resa dei conti viene rinviata a dicembre, quando scadrà il decreto che autorizza il sostegno all’Ucraina per tutto il 2026.
La posizione che filtra dalla Lega è categorica: se la guerra continuerà nel 2027, il partito non intende votare un altro provvedimento. Neppure una versione modificata, come quella approvata alla fine del 2025, nella quale era stata rafforzata la componente degli aiuti civili.
Una minaccia politicamente pesante, anche se il suo impatto pratico potrebbe essere più limitato di quanto suggeriscano i proclami. Secondo quanto riportato da Repubblica, dall’approvazione dell’ultimo decreto, poco prima della fine del 2025, l’Italia non avrebbe inviato all’Ucraina neppure un nuovo pacchetto di munizioni nel corso del 2026.
Il nodo, dunque, riguarda soprattutto la disponibilità politica a rinnovare il sostegno a Kiev e la capacità della maggioranza di mantenere una posizione comune.
Meloni prepara il voto a maggio, Salvini cerca consensi
Dietro lo scontro sulle armi si intravede la campagna elettorale. Secondo la ricostruzione del quotidiano, Meloni avrebbe già illustrato agli alleati la propria tabella di marcia per arrivare alle urne anticipate a maggio 2027.
Il piano prevederebbe le dimissioni della presidente del Consiglio a marzo, dopo il Consiglio europeo di Roma, nonostante l’indicazione agli esponenti della maggioranza di negare pubblicamente l’ipotesi di un voto anticipato.
Per Salvini, che deve rilanciare una Lega alla ricerca di una propria identità nella coalizione, la posizione contraria all’invio di armi rappresenta un’occasione per differenziarsi da Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Ma la strategia presenta un rischio per Meloni: offrire agli elettori l’immagine di un centrodestra attraversato dalle stesse divisioni sulla politica estera che la maggioranza rimprovera abitualmente al campo largo.
Tajani, intanto, ribadisce che la linea italiana non cambia e rimane quella condivisa con la presidente del Consiglio. Un primo chiarimento tra i leader della coalizione potrebbe arrivare già nel vertice di maggioranza previsto oggi.
Il Ponte sullo Stretto è impantanato, Salvini punta tutto sull’autonomia
Il dossier Ucraina non è l’unica fonte di tensione. La Lega pretende che prima delle elezioni venga approvata l’autonomia differenziata, diventata ormai la principale bandiera politica da sventolare davanti al proprio elettorato. Salvini lo ha chiarito anche a Meloni: il provvedimento deve arrivare in porto in tempo per la campagna elettorale.
Il Ponte sullo Stretto, altro progetto simbolo del vicepremier, rimane impantanato. L’autonomia è quindi la carta sulla quale il Carroccio punta per dimostrare di aver ottenuto un risultato concreto durante la legislatura. Non a caso, il congresso ha sancito anche il ritorno della scritta «Italia federale» nel simbolo del partito, un segnale rivolto soprattutto alla base storica leghista.
La presidente del Consiglio deve così gestire contemporaneamente la richiesta di un’accelerazione sull’autonomia, le pressioni sulle pensioni e la minaccia di uno stop al decreto Ucraina. Tutti temi sui quali Salvini cerca visibilità politica mentre si avvicina il possibile appuntamento elettorale.
La telefonata di Milano ha ottenuto una correzione immediata dei toni, ma non ha cancellato il problema. Salvini ha ritirato l’ultimatum dal palco, non dall’agenda della Lega. E a dicembre, quando il governo dovrà decidere se rinnovare il decreto Ucraina, Meloni potrebbe ritrovarsi davanti lo stesso scontro che ha cercato di disinnescare con una telefonata.







