Lavoro in crescita, ma la povertà e il gap sanitario pesano sul Mezzogiorno

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Migliori condizioni di vita quasi per tutti. L’Italia compie dei passi in avanti ma 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. È il quadro che emerge dal rapporto Istat 2026 sul Benessere equo e sostenibile. L’analisi dei 132 indicatori che compongono l’indice Bes dice che rispetto all’Ue il nostro paese ha punti di forza su salute e sicurezza, ma presenta maggiori criticità nei domini dell’Istruzione e formazione, del Lavoro e conciliazione dei tempi di vita e dell’Innovazione, ricerca e creatività. Il rischio di povertà proietta il nostro Paese in una situazione di ripiego rispetto alla media Ue.

Dallo studio emergono forti disuguaglianze territoriali, in particolare riguardo alla persistente distanza economica e sociale tra le regioni settentrionali e il Mezzogiorno. Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province Autonome di Bolzano e Trento si confermano al top della qualità della vita, registrando valori medi superiori alla media nazionale in almeno 10 dei 12 domini di benessere.

All’opposto, Campania, Puglia e Calabria segnano prestazioni peggiori della media italiana in almeno 10 domini su 12. Nel contesto del Mezzogiorno, l’Abruzzo e la Sardegna riescono a distinguersi in positivo per diversi indicatori, allineandosi alle medie nazionali. Nel dominio Innovazione, ricerca e creatività, le criticità si estendono anche ad alcune regioni centro-settentrionali come la Valle d’Aosta e la Liguria.

Il dramma della povertà

Nel 2025 le famiglie in povertà assoluta sono l’8%. E coinvolgono il 9% dei cittadini. I più colpiti sono i nuclei numerosi e con almeno un figlio minore. L’incidenza di povertà assoluta individuale si mantiene più elevata nel Mezzogiorno 11,5%, era il 12,5% nel 2024. Segue il Nord con l’8,5% (era 8,8% del 2024), e il Centro conferma i valori più contenuti con il 7,4% (era 7,6% nel 2024).

Il rischio di povertà colloca l’Italia in una situazione peggiore rispetto alla media europea: +2,3 punti percentuali. La difficoltà ad arrivare a fine mese riguarda il 12,3% delle famiglie nel Mezzogiorno, a fronte del 4,7% nel Centro. Nel Mezzogiorno, oltre la metà dei giovani adulti (25-44 anni) poco istruiti è a rischio povertà (51,8%).

Crescono lavoro e redditi

Nel 2025 la crescita del reddito medio disponibile pro capite è del 2,4% in termini correnti rispetto al 2024, e segue il +3% dell’anno precedente rispetto al 2023. Considerando l’andamento dei prezzi, i redditi in termini reali sono saliti nel biennio del 2,2%.

Insieme ai redditi, migliora la percezione delle famiglie sulla loro situazione economica. Nel 2025, la quota di famiglie che dichiarano di aver peggiorato la propria situazione economica rispetto all’anno precedente è infatti del 26,2%, in calo dal 29,5% del 2024 e dal 33,9% del 2023, raggiungendo quasi i valori minimi registrati prima della pandemia (25,8% nel 2019).

Il tasso di occupazione in Italia lo scorso anno è aumentato di più tra le donne, i più adulti e nel Mezzogiorno, mentre aumenta la precarietà di lunga durata e si riducono le transizioni da lavori instabili a lavori stabili.

Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni cresce di 0,5 punti percentuali (67,6%); per il terzo anno consecutivo aumenta di più al Sud, ancora lontano dal resto del Paese (54,2%, rispetto al 75,3% del Nord e 72,2% del Centro). La distanza dipende in gran parte dalla componente femminile: nel Mezzogiorno sono occupate solo quattro donne su 10 tra 20 e 64 anni (quasi sei su 10 nella media nazionale).

Sempre lo scorso anno è cresciuta la precarietà di lunga durata e si riducono le transizioni da lavori instabili a lavori stabili. Secondo l’Istat, in un contesto di riduzione del lavoro a termine, aumenta la quota di quanti svolgono un lavoro a termine da almeno cinque anni con lo stesso datore di lavoro (da 19,4% a 21,3%). Tra il 2024 e il 2025 la quota di lavoratori a termine transitata verso un lavoro stabile scende al 12,3% (era 16,6% tra il 2023 e il 2024). Il part-time involontario riguarda il 7,7% degli occupati, ma colpisce il 12,8% delle donne, con una frequenza tripla rispetto agli uomini (4,0%). Inoltre, cresce la precarietà di lungo termine: la quota di chi lavora a termine da almeno 5 anni con lo stesso datore di lavoro sale al 21,3%

Il nodo della sicurezza

Nel dominio della sicurezza, le regioni del Mezzogiorno (ad eccezione della Campania) mostrano livelli di sicurezza percepita migliori della media nazionale. Al contrario, le grandi aree metropolitane del Centro-Nord – in primis nel Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana – sono penalizzate da una forte incidenza di reati predatori. I furti in abitazione toccano la frequenza più alta nel Nord-est (10,1 vittime ogni 1.000 famiglie), mentre i borseggi si concentrano nel Centro (9,5 per 1.000 abitanti) rispetto all’1,5 del Sud e allo 0,8 delle Isole.

Anche la percezione di degrado del paesaggio mostra una polarizzazione opposta: l’insoddisfazione è più elevata in Campania (35,3%) e nel Lazio (28,6%), mentre sfiora i minimi nella Provincia Autonoma di Trento (8,9%).

Sanità e servizi sociali

Nel 2025 la speranza di vita alla nascita raggiunge il massimo storico a 83,7 anni (81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne). Se le differenze di genere diminuiscono, il divario geografico aumenta: la forbice tra Nord e Mezzogiorno nella vita media attesa è salita a 1,4 anni a favore del Nord (nel 2004 era di 0,7 anni). L’8,6% dei ricoveri ospedalieri ordinari avviene fuori regione. I livelli minimi si riscontrano in Lombardia (5,3%), Emilia-Romagna (5,7%) e Veneto (6,5%), mentre la dipendenza da strutture fuori regione tocca picchi critici in Basilicata (28,6%) e Calabria (22,8%).

L’offerta di posti letto residenziali socio-assistenziali evidenzia uno scarto abissale tra la Provincia Autonoma di Bolzano (152,8 per 10.000 residenti), la Liguria (132,7) e la Provincia Autonoma di Trento (122,0) da un lato, e la Campania (20,5) dall’altro. L’assistenza domiciliare agli oltre 65enni vede in testa Abruzzo e Molise (6,9%), Toscana e Sicilia (6,2%), a fronte del 2,2% della Calabria. Nella disponibilità di infermieri e ostetriche spiccano la Provincia di Bolzano (9,6 per 1.000 residenti) e il Lazio (8,9), rispetto al 5,4 della Campania.

Cresce l’aspettativa di vita

La longevità è ancora in crescita in Italia e lo scorso anno si è toccato un nuovo massimo per entrambi i sessi. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita è di 83,7 anni, in lieve aumento rispetto al 2024 (+0,2 anni secondo le stime provvisorie più recenti) e di oltre un anno rispetto al 2014, quando era pari a 82,6 anni. Si raggiunge così il massimo livello mai rilevato: per gli uomini si arriva a 81,7 anni e per le donne a 85,7.

Le differenze nella vita media attesa alla nascita si riducono tra uomini e donne, ma aumentano tra i territori. In circa vent’anni le differenze a vantaggio delle donne nella vita media attesa alla nascita si sono ridotte (da 5,7 anni nel 2004 a 4,0 anni nel 2025), per il maggior guadagno di longevità degli uomini. A livello territoriale, invece, il divario è aumentato rispetto al 2004, quando la speranza di vita nel Nord era solo 0,7 anni più alta di quella del Mezzogiorno (oggi è 1,4). Aumenta inoltre la speranza di vita in buona salute alla nascita. Nel 2025, gli anni attesi di vita in buone condizioni di salute tornano ad aumentare dopo 4 anni consecutivi di calo, e nel 2025 sono 59,1 (erano 58,2 nel 2024).