Prima lo Stato chiede loro di tradire i boss, denunciare gli assassini, testimoniare nei processi e vivere per anni sotto falsa identità. Poi, quando arriva il momento di ricominciare una vita normale, lo stesso Stato rischia di lasciarli senza un euro. È il paradosso che sta investendo il sistema italiano dei collaboratori di giustizia: l’Agenzia delle Entrate può bloccare le liquidazioni che il ministero dell’Interno dovrebbe versare ai pentiti al termine del programma di protezione, utilizzando quelle somme per recuperare vecchi debiti con l’erario.
Il risultato è una contraddizione che rischia di compromettere uno degli strumenti più importanti della lotta alla criminalità organizzata. Chi ha contribuito a mandare in carcere i propri ex complici, spesso esponendo se stesso e la famiglia a pericoli permanenti, può ritrovarsi senza i mezzi economici necessari per ricostruire un’esistenza fuori dal circuito della protezione.
A provocare il cortocircuito non è una nuova legge antimafia, ma una disposizione fiscale che risale al 1973. E il problema ha già raggiunto i tribunali amministrativi e il ministero dell’Interno.
Il Fisco presenta il conto ai pentiti: così spariscono i soldi per ricominciare
Il meccanismo nasce dai debiti che molti condannati accumulano nei confronti dello Stato. Tra questi possono figurare spese processuali, costi di mantenimento in carcere, sanzioni e altre somme che l’amministrazione pubblica ha diritto di recuperare.
Finché il debitore non possiede beni o denaro, il recupero resta spesso senza risultati. Ma quando un collaboratore di giustizia conclude il programma di protezione, entra in gioco la liquidazione prevista per favorirne il reinserimento sociale e lavorativo.
A quel punto l’Agenzia delle Entrate può intervenire sulle somme che lo Stato si prepara a versare. La norma di riferimento è l’articolo 48-bis del D.P.R. 602 del 1973, che impone alle amministrazioni pubbliche di verificare determinate situazioni debitorie prima di effettuare pagamenti.
Il problema è che il sistema non distingue adeguatamente tra un normale pagamento pubblico e il sostegno economico destinato a una persona che ha abbandonato un’organizzazione mafiosa e ha collaborato con la giustizia.
Per molti pentiti, quella liquidazione rappresenta la possibilità di trovare una casa, mantenere i figli e cominciare un lavoro senza dipendere più dal programma di protezione.
Piantedosi ammette il problema: il Viminale non può pagare
La situazione compare anche nell’ultima relazione al Parlamento del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Il documento riconosce l’impossibilità, per il Servizio centrale di protezione, di effettuare determinati pagamenti in favore di persone gravate da debiti pubblici ai sensi della normativa fiscale.
Per evitare di negare direttamente uno strumento essenziale al reinserimento, gli organismi competenti hanno scelto di informare preventivamente i collaboratori dell’ostacolo che impedisce l’erogazione.
In pratica, il pentito scopre che la somma sulla quale contava per ricostruirsi una vita potrebbe servire prima di tutto a soddisfare le pretese dell’erario.
Tra le soluzioni prospettate compare anche l’acquisto di un’abitazione intestata al collaboratore. Ma persino questa strada presenta un rischio: il Fisco potrebbe successivamente aggredire l’immobile per recuperare il debito.
«È una situazione kafkiana»: la battaglia dell’avvocata Adriana Fiormonti
A denunciare le conseguenze del meccanismo è l’avvocata Adriana Fiormonti, che assiste numerosi collaboratori di giustizia e ha già avviato una battaglia legale.
«È una situazione kafkiana», afferma la legale. «I collaboratori sono persone che a un certo punto hanno creduto nello Stato, rompendo con il passato in maniera totale e aiutando la giustizia. Ma di colpo lo stesso Stato gira la testa da un’altra parte e il ministero dell’Economia gli scatena addosso l’Agenzia delle Entrate».
Fiormonti ha ottenuto una pronuncia favorevole davanti al Tar, mentre il successivo passaggio al Consiglio di Stato ha prodotto un esito soltanto parzialmente favorevole e ha rimesso alcune questioni al giudice civile.
La legale annuncia di voler proseguire la battaglia anche fino alla Cassazione.
«Perché io i miei non li abbandono su una strada. E che dovrebbero fare? Tornare al paese dove li aspettano i mafiosi? Rimettersi a delinquere? Sono persone disperate».
Il timore riguarda anche le conseguenze sulle future collaborazioni. «Se si sparge la voce che lo Stato ti molla, addio nuovi collaboratori», avverte Fiormonti.
Oltre tremila persone sotto protezione: il rischio per l’intero sistema antimafia
Al 31 dicembre 2024, secondo gli ultimi dati ufficiali riportati, lo Stato proteggeva complessivamente 3.090 persone. Di queste, 707 erano collaboratori di giustizia e 54 testimoni. Il programma comprendeva inoltre 2.134 familiari di collaboratori e 195 familiari di testimoni.
Dietro questi numeri ci sono persone che hanno cambiato città, identità e abitudini per sottrarsi alle vendette delle organizzazioni criminali.
La collaborazione con la giustizia ha permesso negli anni di ricostruire organigrammi mafiosi, individuare mandanti ed esecutori di omicidi, recuperare patrimoni illeciti e ottenere condanne che senza le testimonianze interne ai clan sarebbero risultate molto più difficili.
La credibilità del sistema dipende anche dalla capacità dello Stato di rispettare gli impegni economici assunti con chi accetta di collaborare.
Se il reinserimento diventa impossibile per effetto di debiti accumulati prima o durante il percorso giudiziario, il programma rischia di perdere una parte della propria efficacia.
I nuovi accordi prevedono già il recupero dei debiti: ora serve cambiare la legge
Il problema ha prodotto conseguenze concrete anche nei nuovi accordi di collaborazione.
I pentiti devono accettare clausole che destinano le somme della liquidazione finale all’estinzione totale o parziale del debito erariale oppure alla stipula di un piano di restituzione rateale con l’Agenzia delle Entrate.
In questo modo l’amministrazione tenta di conciliare due obblighi: recuperare i crediti pubblici e garantire un sostegno a chi esce dal programma di protezione. Ma la soluzione non elimina il conflitto tra le finalità delle due normative.
La questione è ormai approdata davanti ai giudici e potrebbe richiedere un intervento legislativo specifico.
Il punto sollevato dai difensori dei collaboratori è preciso: se lo Stato utilizza le testimonianze dei pentiti per colpire le mafie, deve anche assicurare che le misure previste per il loro reinserimento possano funzionare concretamente.
Altrimenti il rischio è che un futuro collaboratore, prima di raccontare ciò che sa sui propri ex complici, si domandi se lo Stato sarà davvero in grado di mantenere la promessa di aiutarlo a ricominciare.







