Perché i giudici hanno concesso la libertà ad Alberto Stasi: «Condotta irreprensibile e nessun segnale di pericolosità»

Non sono le nuove indagini su Andrea Sempio, né l’ipotesi di una futura revisione del processo ad aver aperto le porte del carcere ad Alberto Stasi. A convincere il Tribunale di Sorveglianza di Milano a concedere l’affidamento in prova ai servizi sociali è stato un altro elemento: il percorso compiuto dal quarantunenne durante i dieci anni di detenzione e, soprattutto, il comportamento tenuto nel periodo di semilibertà.

Nell’ordinanza con cui i magistrati hanno dato il via libera alla misura alternativa, emergono parole molto precise. Il collegio ha infatti ritenuto che non esistano «profili di pericolosità» e che il percorso di reinserimento sociale sia proseguito in modo positivo, senza episodi o comportamenti tali da interrompere il processo avviato negli anni trascorsi nel carcere di Bollate.

La semilibertà e una condotta definita «ineccepibile»

Secondo quanto riportato nell’ordinanza, i mesi trascorsi in regime di semilibertà hanno rappresentato una sorta di prova generale del ritorno alla vita esterna. E proprio questa esperienza avrebbe confermato la correttezza del percorso compiuto da Stasi. I giudici scrivono che «non sono emersi elementi tali da inficiare il percorso di reinserimento sociale» e che il condannato per l’omicidio di Chiara Poggi ha proseguito «senza sbavature» l’esecuzione della pena.

Nelle motivazioni compare anche un’espressione particolarmente significativa. La condotta mantenuta sia all’interno del carcere sia all’esterno viene infatti definita «ineccepibile», con un’«assoluta adesione alle regole». Un elemento che, secondo il Tribunale di Sorveglianza, dimostra la presenza di tutti i requisiti richiesti per l’accesso all’affidamento in prova ai servizi sociali.

L’accettazione della condanna e il rispetto verso la parte civile

Un altro aspetto valorizzato dai magistrati riguarda il rapporto con la condanna. Pur continuando a professarsi estraneo ai fatti che gli sono stati contestati, Alberto Stasi avrebbe fondato il proprio percorso detentivo sull’accettazione della sentenza definitiva.

L’ordinanza sottolinea inoltre come continui a rispettare gli obblighi civili nei confronti della parte civile, elemento considerato rilevante nella valutazione complessiva della sua posizione.

La decisione del Tribunale arriva dunque sulla base del comportamento tenuto negli anni e non rappresenta in alcun modo una rivalutazione del verdetto pronunciato in via definitiva dalla Cassazione. La condanna a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi resta infatti pienamente efficace.

Il ritorno del caso Garlasco e il «profilo basso» mantenuto da Stasi

Particolare attenzione viene dedicata anche agli ultimi mesi, segnati dalla riapertura dell’inchiesta della Procura di Pavia e dal conseguente ritorno del caso Garlasco al centro dell’attenzione mediatica. Secondo i magistrati, Alberto Stasi avrebbe affrontato questa nuova fase mantenendo «un profilo basso» e dimostrando «evidente lucidità» rispetto agli sviluppi investigativi.

Pur adottando strategie per sottrarsi alla pressione esercitata dai media, il quarantunenne non avrebbe manifestato «vissuti rancorosi» né atteggiamenti denigratori nei confronti di coloro che, nel corso degli anni, hanno contribuito alla sua condanna.

Un passaggio che fotografa anche il modo con cui Stasi avrebbe vissuto il ritorno sotto i riflettori, evitando esposizioni pubbliche e mantenendo un atteggiamento giudicato equilibrato.

L’assenza di pericolosità e la sofferenza per la vittima

Tra gli elementi che hanno pesato nella decisione del Tribunale emerge anche l’assenza di qualsiasi segnale di pericolosità sociale. È uno dei punti centrali dell’ordinanza e rappresenta la ragione principale per cui i magistrati hanno ritenuto possibile il passaggio dall’esecuzione della pena in carcere all’affidamento ai servizi sociali.

Nel provvedimento viene inoltre evidenziata la capacità di Stasi di elaborare il dolore legato alla vicenda e la sofferenza per quanto accaduto a Chiara Poggi, aspetto che i giudici hanno inserito all’interno della valutazione complessiva del percorso trattamentale.

La decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano, dunque, non è collegata alle nuove piste investigative né anticipa eventuali sviluppi futuri sul piano processuale. Rappresenta invece il riconoscimento di un percorso carcerario che, secondo i magistrati, si è svolto all’insegna della piena adesione alle regole e dell’assenza di elementi che possano far ritenere Alberto Stasi ancora socialmente pericoloso.