La partita sul futuro del porto turistico di Lavagna è tutt’altro che conclusa. Dopo la sentenza con cui il Consiglio di Stato ha respinto l’appello presentato contro la procedura di affidamento della concessione, l’associazione Marina d’Europa e l’imprenditore Roberto D’Alesio hanno deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione, aprendo un nuovo capitolo di una vicenda che negli ultimi anni ha assunto un rilievo non soltanto economico, ma anche giuridico e politico.
Ad annunciare il nuovo ricorso è stato il presidente di Marina d’Europa, Roberto Formigoni, che in un articolato comunicato contesta duramente le motivazioni della decisione del Consiglio di Stato e sostiene che la sentenza non avrebbe affrontato gli aspetti più rilevanti della controversia, quelli legati al rispetto della normativa europea in materia di concorrenza e appalti.
La nuova iniziativa giudiziaria punta ora a spostare il confronto davanti alla Suprema Corte, nella convinzione che il pronunciamento del Consiglio di Stato presenti errori di diritto tali da giustificare un nuovo esame della vicenda.
Formigoni: «Il Consiglio di Stato non ha affrontato le questioni di diritto europeo»
Nel comunicato diffuso da Marina d’Europa, Formigoni spiega le ragioni che hanno portato alla decisione di ricorrere in Cassazione.
«L’Associazione Marina d’Europa e Roberto D’Alesio hanno fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza del Consiglio di Stato che ha respinto l’appello da noi presentato», afferma l’ex presidente della Regione Lombardia.
Secondo Formigoni, il problema principale riguarda il metodo seguito dal giudice amministrativo.
«Il Consiglio di Stato ha erroneamente ritenuto di non prendere in esame le censure di merito da noi segnalate relative alla palese violazione del diritto eurocomunitario.»
Una contestazione che, nelle intenzioni dei ricorrenti, rappresenta il cuore dell’intera vicenda processuale. Secondo Marina d’Europa, infatti, il Consiglio di Stato avrebbe evitato di pronunciarsi proprio sulle questioni che, a loro giudizio, incidono sulla legittimità della procedura sotto il profilo del diritto dell’Unione europea.
Il nodo del project financing e del diritto di prelazione
La critica avanzata da Marina d’Europa riguarda in particolare il ricorso al project financing e il ruolo attribuito al promotore originario dell’operazione.
«Così facendo il Consiglio di Stato ha ignorato l’incompatibilità della procedura in project financing con i principi eurocomunitari di trasparenza, concorrenza e parità di trattamento», sostiene Formigoni.
L’ex governatore richiama inoltre una recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione europea.
Secondo il presidente di Marina d’Europa, il Consiglio di Stato avrebbe ignorato anche «la normativa comunitaria sul diritto di prelazione del promotore, normativa recentemente rafforzata dalla Corte di Giustizia UE con pronuncia del 5 febbraio 2026».
Il riferimento è alla disciplina che regola il diritto riconosciuto al promotore di un’operazione in project financing di adeguare la propria offerta rispetto a quella eventualmente presentata da concorrenti, un meccanismo che, secondo i ricorrenti, dovrebbe essere interpretato alla luce dei principi europei sulla libera concorrenza.
«La gara è stata costruita sul progetto del promotore»
Tra i punti maggiormente contestati compare anche l’articolo 29 del disciplinare di gara. Formigoni sostiene che il Consiglio di Stato «avrebbe dovuto pronunciarsi sulla incompatibilità dell’articolo 29 del disciplinare di gara con la direttiva UE e con i principi di concorrenza, trasparenza e parità di trattamento».
Secondo Marina d’Europa, la struttura stessa della gara avrebbe limitato la possibilità di competere ad armi pari. «La procedura di gara è stata interamente costruita sul progetto del promotore F2i, assunto come base vincolante di gara, con pregiudizio della possibilità di altri concorrenti di proporre soluzioni alternative o anche solo migliorative.»
È proprio questo il passaggio sul quale si concentra una parte importante del nuovo ricorso: i ricorrenti ritengono infatti che una gara costruita su un progetto già definito dal promotore finisca per comprimere la reale concorrenza tra gli operatori economici.
Una vicenda che va oltre il porto di Lavagna
Il contenzioso non riguarda soltanto il futuro della concessione del porto turistico di Lavagna. Le questioni poste nel ricorso toccano temi di carattere generale destinati ad avere riflessi su numerose procedure di project financing in Italia: il rapporto tra disciplina nazionale e diritto europeo, i limiti del diritto di prelazione del promotore, il rispetto dei principi di trasparenza e parità di trattamento e l’effettiva apertura del mercato alla concorrenza. Per questo motivo il giudizio della Corte di Cassazione potrebbe assumere un’importanza che va ben oltre il singolo caso ligure.
Formigoni: «Siamo convinti che il ricorso sarà accolto»
Nonostante la sconfitta davanti al Consiglio di Stato, Marina d’Europa guarda con fiducia al nuovo passaggio giudiziario. «Per questi motivi, e per altri presenti nel nostro ricorso, siamo ragionevolmente convinti che il nostro ricorso sarà accolto dalla Cassazione», conclude Formigoni.
L’ultima parola, dunque, non è ancora stata scritta. Con il deposito del ricorso, la lunga battaglia sul porto di Lavagna entra in una nuova fase, destinata a riportare al centro del dibattito non soltanto il destino della concessione, ma anche il delicato equilibrio tra il sistema italiano del project financing e i principi sanciti dal diritto dell’Unione europea.







