La Lega dichiara guerra alle lingue straniere in campagna elettorale e finisce per mettere al bando il veneto e il lombardo. Il Carroccio prova a fermare i volantini in arabo, ma inciampa nella propria storia, cancella gli slogan che hanno costruito la sua identità e confeziona un autogol degno delle stagioni politiche più confuse.
La proposta di legge presentata alla Camera da alcuni deputati leghisti, tra cui Jacopo Morrone e il capogruppo Riccardo Molinari, vuole obbligare partiti e candidati a utilizzare soltanto l’italiano oppure le lingue delle minoranze tutelate dalla legge. Una norma nata per impedire nuovi casi come quello di Vigevano, dove durante le ultime elezioni comunali alcuni candidati inseriti nelle liste della Lega avevano diffuso volantini in arabo.
L’obiettivo dichiarato consiste nel garantire agli elettori la possibilità di comprendere programmi e promesse politiche. Il risultato concreto, però, rischia di trasformare espressioni come «Föra di ball» e «Lumbard tas» in materiale sanzionabile.
Veneto e lombardo fuori dalle lingue tutelate
La legge italiana riconosce dodici minoranze linguistiche storiche: albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, franco-provenzale, friulana, ladina, occitana e sarda. Nell’elenco non compaiono né il veneto né il lombardo.
Il paradosso nasce proprio qui. Un candidato potrebbe utilizzare il catalano o l’albanese nei propri manifesti, ma rischierebbe una multa se decidesse di rivolgersi agli elettori in veneto o in lombardo. La sanzione amministrativa prevista dalla proposta varia da 500 a 1.000 euro.
Il Patto per il Nord, movimento che raccoglie diversi ex esponenti leghisti contrari alla linea di Matteo Salvini, ha colto immediatamente la contraddizione. «Un’altra genialata dei salviniani per continuare a perdere voti al Nord», hanno attaccato gli ex del Carroccio.
La norma nata per difendere l’identità italiana finisce quindi per colpire proprio le parlate che la vecchia Lega utilizzava come bandiera politica. Umberto Bossi costruì una parte importante della propria comunicazione mescolando italiano, lombardo e slogan dialettali. La Lega di Salvini, invece, rischia di multare oggi ciò che ieri gridava dai palchi.
La proposta nasce dal caso dei volantini in arabo
Il disegno di legge prende forma dopo le polemiche scoppiate a Vigevano. Durante la campagna elettorale, alcuni volantini scritti in arabo avevano sostenuto candidati musulmani inseriti nelle liste leghiste. La vicenda aveva aperto uno scontro interno e aveva esposto il partito alle accuse degli avversari, pronti a contestare la distanza tra la propaganda nazionale e le scelte compiute sul territorio.
Matteo Salvini aveva cercato di distinguere tra appartenenza religiosa e comunicazione politica. «Il problema non è l’etnia o la religione», aveva spiegato, aggiungendo però che non si può «fare un volantino in arabo inneggiando ad Allah» o presentarsi «con il velo» durante una campagna elettorale.
La linea del leader leghista si riassumeva in una frase: «Non vogliamo fanatici». I deputati del Carroccio hanno quindi trasformato quella posizione in una proposta normativa che impone l’uso dell’italiano e delle sole lingue ufficialmente tutelate.
La formulazione scelta, però, non distingue tra arabo, cinese, inglese, veneto e lombardo. Inserisce tutto nello stesso contenitore e consegna agli oppositori un argomento perfetto: la Lega vuole difendere il Nord vietando le lingue del Nord.
L’ombra di Vannacci sulla nuova battaglia identitaria
Dietro la proposta emerge anche la concorrenza politica di Roberto Vannacci. L’ex generale continua a occupare lo spazio della destra identitaria e costringe la Lega a inseguire temi sempre più radicali, soprattutto quando si parla di immigrazione, islam e identità nazionale.
Proprio a Vigevano, Futuro nazionale aveva sfruttato il caso dei volantini in arabo per attaccare il Carroccio. «Se dici di combattere l’islamizzazione non candidi nelle tue liste chi invoca Allah in campagna elettorale», aveva accusato il movimento vicino a Vannacci.
La proposta sulle lingue prova quindi a chiudere una falla politica e comunicativa, ma rischia di aprirne una ancora più grande. Nel tentativo di evitare altre figuracce con volantini in arabo, la Lega offre agli ex militanti del Nord l’immagine di un partito che non riconosce più neppure le proprie radici linguistiche.
Il vecchio Carroccio riempiva le piazze con gli slogan dialettali, celebrava la Padania e rivendicava la diversità culturale dei territori settentrionali. Quello nuovo vuole imporre l’italiano nelle campagne elettorali e potrebbe punire chi usa il veneto o il lombardo.
La battaglia identitaria si trasforma così in una perfetta commedia politica. La Lega parte all’attacco dell’arabo e finisce per sequestrare metaforicamente i vecchi striscioni di Pontida. Con una multa da mille euro allegata.







