È una sorta di chiasmo politico quello che si allunga tra Milano e i palazzi del potere romano. Perché sì, nella Caput Mundi le fratture dentro la coalizione di governo fanno rumore, ogni tanto stridono, ogni tanto inciampano, ma alla fine le leggi passano, i voti di fiducia reggono e la macchina, tra uno scivolone e l’altro, continua a camminare. A Milano, invece, il centrodestra rischia il paradosso: più che una coalizione, sembra un campo largo travestito da campo compatto.
Pensiamoci bene. Davvero qualcuno riesce a immaginare la stessa coalizione allungata dal leghista Samuele Piscina, ruvido profilo padano da catapultare dentro una metropoli iperborghese, fino a Carlo Cottarelli o Maurizio Lupi? Il problema non riguarda soltanto i nomi. Riguarda mondi politici, sensibilità, interessi, pezzi di città e appetiti di partito che oggi sembrano correre in direzioni diverse.
Il rebus del centrodestra a Milano
Carlo Cottarelli avrebbe potuto parlare al centro moderato, agli imprenditori, a una parte della borghesia milanese e perfino a Carlo Calenda. Proprio questa sua trasversalità, però, ha trasformato il suo nome in un problema. Per la Lega restava pur sempre un ex senatore del Pd. Fratelli d’Italia, dal canto suo, non ha mai mostrato un entusiasmo travolgente. Risultato: l’economista si è già sfilato dalla partita. D’altronde, davanti a un centrodestra che prima ti corteggia e poi ti misura col bilancino delle appartenenze, la domanda nasce spontanea: ma chi glielo fa fare?
La Lega, infatti, ha già fatto muro su Cottarelli e ha mandato un messaggio molto chiaro a Ignazio La Russa: Milano può anche diventare terreno di trattativa, ma Palazzo Lombardia no. Quello resta della Lega. E se sul tavolo arriva Maurizio Lupi, il Carroccio chiede in cambio la presidenza della Regione. Tradotto: potete discutere di Palazzo Marino, ma non pensate di mettere le mani sulla cassaforte vera del potere lombardo.
La Russa prova l’operazione larga
L’operazione del dominus milanese La Russa ha una sua raffinatezza politica. Sembra quasi democristiana: mettere insieme partiti, civici, moderati, pezzi di centro, sensibilità diverse, garantisti, imprenditori, mondi produttivi e vecchie appartenenze. Una costruzione larga, elastica, capace in teoria di competere con una sinistra che a Milano parte sempre da una posizione di forza.
Il problema è che la teoria si scontra con la pratica. Fratelli d’Italia ragiona in termini di coalizione, la Lega continua a ragionare in termini di proprietà e Forza Italia prova a rompere gli schemi pescando profili capaci di parlare a un elettorato più ampio. Ma quando ogni partito guarda al candidato pensando soprattutto a ciò che può perdere altrove, Palazzo Marino diventa un tavolo da Risiko più che una partita comunale.
Lupi, per esempio, potrebbe rappresentare un punto di equilibrio. Moderato, esperto, riconoscibile, milanese. Ma molti alleati potrebbero considerarlo il leader di un partito troppo piccolo per rivendicare una candidatura così pesante. E allora ecco spuntare la solita tentazione italiana: coprire le ruggini tra partiti sotto il tappeto del civico.
Civici, Lupi e l’incognita Tatarella
Tra i nomi civici circola Antonio Civita, imprenditore e amministratore delegato di Panino Giusto. Piace al tavolo organizzato da La Russa e piace anche a Carlo Calenda. Non è un dettaglio. Secondo le indiscrezioni, se il centrosinistra dovesse puntare su Pierfrancesco Majorino e il centrodestra su Lupi, Azione potrebbe rompere gli indugi e correre da sola proprio con Civita, tentando di costruire un polo liberaldemocratico capace di pesare al ballottaggio.
In mezzo a questo traffico politico è riemerso anche Pietro Tatarella. Assolto definitivamente nell’inchiesta “Mensa dei poveri”, dopo una vicenda giudiziaria che gli ha distrutto la carriera politica, l’ex consigliere comunale torna a circolare come possibile nome capace di mettere d’accordo Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e perfino quella galassia garantista che guarda con simpatia a Calenda.
È un ritorno sorprendente. Fino a ieri sembrava un nome archiviato dalla storia giudiziaria. Oggi rientra dalla finestra della politica come possibile soluzione per una coalizione che cerca qualcuno in grado di tenere insieme identità, moderazione, garantismo e consenso cittadino.
Majorino osserva e il centrosinistra sorride
Nel frattempo il centrosinistra guarda la scena con una certa serenità. Una rilevazione elaborata da Yoodata attribuirebbe a un’eventuale candidatura di Pierfrancesco Majorino circa quattro punti percentuali aggiuntivi, portando il campo progressista fino al 52%. Una soglia che, almeno sulla carta, consentirebbe di guardare con fiducia persino al primo turno.
Certo, mancano ancora mesi e la campagna elettorale non è nemmeno iniziata. Ma il dato politico esiste. A sinistra il problema sembra scegliere il candidato migliore dentro un perimetro più riconoscibile. A destra, invece, le distanze tra i partiti si allargano. La Milano del dopo Sala non concede scorciatoie: gentrificazione, microcriminalità, costo della vita, periferie, sicurezza, mobilità e sviluppo chiedono una proposta credibile, non solo una somma di sigle.
E poi c’è il convitato di pietra. Si chiama Futuro Nazionale, porta la firma politica di Roberto Vannacci e ancora nessuno sa davvero quanto possa pesare. Per ora gli analisti non lo hanno misurato con squadra e compasso, anche per ragioni anagrafiche e organizzative. Ma la sua potenza potenziale spaventa molti. Perché se il centrodestra milanese fatica già a trovare un punto di equilibrio tra moderati, civici e identitari, l’arrivo di un soggetto più ruvido e movimentista potrebbe rendere il campo largo della destra ancora più largo. E forse ancora meno governabile.







