Italia a Pirlo, il ct del calcio totale che in panchina ha convinto poco: dal disastro Sampdoria al sogno azzurro

Andrea Pirlo

Alla fine la Nazionale italiana finisce nelle mani di Andrea Pirlo. Un campione assoluto da calciatore, un regista capace di vedere linee di passaggio invisibili agli altri e uno dei simboli più raffinati del calcio italiano. Come allenatore, però, il curriculum racconta tutt’altra storia: qualche intuizione, molti progetti incompiuti, risultati modesti e l’esonero alla Sampdoria come passaggio più ingombrante della sua giovane carriera in panchina.

La Federazione sceglie dunque un tecnico che continua a vivere soprattutto di credito accumulato in campo. Pirlo porta con sé una teoria affascinante, moderna e ambiziosa. Il problema è che, almeno finora, la pratica ha seguito una strada molto meno brillante.

La sua idea di calcio compare nero su bianco nella tesi discussa a Coverciano nel settembre 2020, al termine del percorso per ottenere la licenza Uefa Pro. Il titolo era semplice e programmatico: “Il mio calcio”. Oggi quel lavoro potrebbe trasformarsi in “La mia Italia”, almeno nelle intenzioni.

Il calcio totale di Pirlo rimasto spesso sulla carta

Pirlo descrive un calcio «propositivo, fatto di possesso e di attacco», nel quale tutti gli undici giocatori partecipano sia alla fase offensiva sia a quella difensiva. Vuole comandare la partita, costruire dal basso, occupare gli spazi con ordine e recuperare subito il pallone dopo averlo perso.

Le idee seguono i principi che dominano il calcio contemporaneo. Il ruolo, secondo Pirlo, non coincide più con una posizione fissa, ma con una funzione. Ogni calciatore deve adattarsi alle diverse fasi della partita, cambiare compiti, muoversi tra le linee e offrire sempre nuove soluzioni.

Tutto molto bello. Peccato che tra Juventus, Fatih Karagümrük, Sampdoria e United Fc il calcio totale sia apparso spesso soltanto a intermittenza. Pirlo non ha mai trovato continuità e non è riuscito a trasformare il proprio manifesto tattico in una squadra davvero riconoscibile.

Alla Juventus vinse una Coppa Italia e una Supercoppa, ma perse il dominio sul campionato e lasciò dopo una sola stagione. In Turchia non costruì una vera svolta. Alla Sampdoria arrivò con grandi aspettative e uscì con un esonero che rappresenta ancora il punto più basso della sua esperienza da tecnico.

Ora eredita la panchina più delicata del calcio italiano. E dovrà dimostrare che le sue ventisei pagine di teoria possono finalmente diventare una squadra.

Portiere regista, difensori costruttori e centrocampo mobile

Il modello di Pirlo parte dal portiere, che non deve limitarsi a parare. Deve controllare lo spazio alle spalle della difesa, partecipare alla costruzione e comportarsi come un giocatore di movimento. Un profilo che non coincide perfettamente con le caratteristiche tradizionali di Gianluigi Donnarumma, straordinario tra i pali ma meno naturale nella gestione del pallone.

Anche i difensori centrali devono fare molto più che marcare. Pirlo chiede loro di impostare, rompere le linee e assumere il ruolo di primi registi. In Nazionale può contare su giocatori come Alessandro Bastoni e Riccardo Calafiori, che possiedono qualità tecniche adatte a questa idea.

Gli esterni devono invece garantire ampiezza, ma anche trasformarsi in difensori aggiunti o centrocampisti durante il possesso. Pirlo immagina una squadra fluida, capace di cambiare forma senza perdere equilibrio.

A centrocampo pretende mobilità, tecnica e visione. I giocatori devono creare continuamente rombi di passaggio intorno al portatore di palla, offrire sostegno e occupare gli spazi lasciati liberi. Nessuno può restare fermo ad aspettare.

Il principio guida appare chiaro: la squadra deve avanzare compatta, superare una linea di pressione alla volta e non forzare verticalizzazioni senza senso. «Senza fretta ma senza pause», scriveva Pirlo nella sua tesi. Una formula elegante, come quasi tutto il suo calcio teorico.

L’Italia dovrà attaccare, pressare e non guardarsi indietro

In fase offensiva Pirlo non vuole un modulo rigido. Cerca ampiezza, rifinitura e attacchi continui alla profondità. Gli spazi devono restare sempre occupati, ma i giocatori possono riempirli attraverso rotazioni costanti.

L’attaccante assume un ruolo centrale. Deve attaccare la profondità, dialogare con i compagni e partecipare alla costruzione. Alla Juventus Pirlo poteva contare su Cristiano Ronaldo. In Nazionale non troverà nulla di paragonabile e dovrà inventare soluzioni con il materiale disponibile.

Anche il pressing rappresenta uno dei pilastri della sua idea. Pirlo vuole recuperare il pallone il più velocemente e il più in alto possibile. Chiede una riaggressione immediata dopo ogni perdita e pretende che la squadra difenda avanzando, senza correre continuamente verso la propria porta.

Il rischio nasce proprio qui. L’Italia non possiede una tradizione recente fatta di pressione esasperata, occupazione costante della metà campo avversaria e difesa altissima. Pirlo dovrà cambiare mentalità, scegliere giocatori adatti e trovare il tempo per costruire automatismi che nei club, finora, non ha mai consolidato davvero.

La Federazione scommette quindi su un tecnico ancora incompiuto. Un predestinato che continua a cercare una destinazione definitiva. La Nazionale gli offre l’occasione più grande, ma anche il banco di prova più spietato.

Da calciatore Pirlo trasformava il pallone in una bussola. Da allenatore, invece, spesso non ha trovato la rotta. Ora promette calcio totale, possesso e attacco. Agli italiani non resta che sperare che almeno questa volta la tesi arrivi fino al campo.