Quarto Grado, Marco Poggi rompe il silenzio dopo 19 anni: “Il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso” (prima parte)

Marco Poggi intervista a Quarto Grado

Per quasi diciannove anni è rimasto lontano dalle telecamere. Ha evitato interviste, dibattiti televisivi e ricostruzioni mediatiche. Ora, però, Marco Poggi ha deciso di parlare. Lo ha fatto davanti alle telecamere di Quarto Grado, rompendo un silenzio pubblico che durava dal 13 agosto 2007, il giorno in cui sua sorella Chiara venne uccisa nella villetta di famiglia a Garlasco.

Oggi Marco ha 38 anni, vive e lavora a Mestre e si è ritrovato suo malgrado al centro dell’attenzione mediatica dopo la riapertura delle indagini che hanno portato la Procura di Pavia a puntare nuovamente l’attenzione su Andrea Sempio, amico di famiglia e suo compagno di scuola all’epoca dei fatti.

“Si è giocato sulla vita e sulla morte di Chiara”

Nell’intervista, anticipata prima della messa in onda integrale, Marco Poggi racconta il peso degli ultimi mesi e l’impatto che le nuove ipotesi investigative hanno avuto sulla sua famiglia.

«Mi son sempre creato una bolla. Si è detto di tutto in quest’anno, si è detto di tutto. Si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara», afferma.

Le parole più dolorose riguardano però il ricordo della sorella. «Le cose che mi hanno ferito di più alla fine sono quelle che riguardano Chiara e il voler rovinare un po’ il suo ricordo». Un riferimento alle numerose ipotesi, indiscrezioni e ricostruzioni che negli ultimi mesi hanno alimentato il dibattito attorno alla figura della giovane uccisa.

Le accuse e il peso dei sospetti

Nel corso della nuova inchiesta non sono mancate ricostruzioni che hanno coinvolto direttamente anche Marco Poggi. Circostanze che il fratello di Chiara racconta come una delle ferite più difficili da rimarginare.

«Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore è la cosa che più difficilmente mi andrà via», spiega.

Parole che raccontano il disagio vissuto da una famiglia che, oltre al lutto, si è trovata a fare i conti con sospetti e interpretazioni che hanno investito anche i suoi membri. Marco sottolinea inoltre come, a suo giudizio, alcune piste avrebbero potuto essere fermate prima, evitando che determinate teorie continuassero a circolare senza sosta.

“Ora questa storia deve finire”

Nell’intervista c’è spazio anche per una riflessione sul lavoro degli investigatori e sulle conseguenze delle intercettazioni e degli accertamenti che negli ultimi mesi hanno coinvolto lui e i suoi genitori.

«Ho sempre pensato che chi indagava potesse benissimo smorzare alcune piste, non solo la mia, ma anche tutte le altre», afferma.

Poi arriva la frase che sintetizza meglio il suo stato d’animo dopo quasi due decenni trascorsi sotto il peso di una tragedia che continua a tornare d’attualità. «Arrivare a una fine un po’ di tutto. Adesso le indagini sono finite. Penso che tutto il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso. Però credo che ora si possa interrompere».

Un appello che va oltre l’inchiesta e che racconta il desiderio di una famiglia di trovare finalmente un punto fermo dopo diciannove anni di dolore, processi, polemiche e ricostruzioni che hanno segnato profondamente la loro vita.

Mai provato neppure la cocaina

“Mi hanno accusato di essere un drogato. Ma io non ho mai neppure provato la cocaina”. Marco Poggi ha smentito tutte le insinuazioni che gli sono state fatte negli ultimi mesi: “Forse avrei fatto meglio a parlare prima. Avrei messo a tacere tante cose. Ma speravo che fossero altri a farlo, a garantire che le indagini non deviassero verso piste inutili e senza senso.” Smentito anche il ricovero in una clinica per problemi di dipendenze: “Mai successo.”