“Ranucci premier”: l’ambizione di Lavitola dietro l’attentato al conduttore di Report?

La storia che lega Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore con un passato segnato da vicende giudiziarie, è diventata uno dei casi più complessi dell’ultimo anno.

Un intreccio di rapporti personali, frequentazioni, ipotesi investigative e un attentato esplosivo che ha portato la Procura di Roma a contestare a Lavitola l’accusa più grave: tentata strage con metodo mafioso.

Ranucci e Lavitola “amici veri”

Secondo le ricostruzioni emerse dalle indagini, il rapporto tra i due non era occasionale. Ranucci e Lavitola si frequentavano da anni, con cene abituali in un ristorante riconducibile allo stesso Lavitola.

Il giornalista ha parlato di un’amicizia “vera”, mentre l’imprenditore ha definito il legame “fraterno”. Una fotografia scattata nel 2023, che li ritrae insieme a Monteverde, è diventata uno dei simboli di una relazione personale che oggi appare in contrasto con il quadro accusatorio.

L’attentato del 16 ottobre 2025

Il 16 ottobre 2025, alle 22,17, un ordigno esplose davanti alla casa di Ranucci a Pomezia, distruggendo due auto e danneggiando la facciata dell’abitazione. Le indagini hanno ricostruito un percorso fatto di sopralluoghi, auto noleggiate, contatti tra esecutori materiali e movimenti sospetti.

Secondo la Procura, Lavitola avrebbe incaricato un suo dipendente, il camerunense Gomes Clesio Tavares, di individuare persone in grado di reperire l’esplosivo e collocarlo davanti alla villetta del giornalista. Un sopralluogo del 16 settembre 2025, effettuato proprio da Lavitola e Tavares, è considerato dagli inquirenti un passaggio chiave.

Alla ricerca del movente

Il movente resta il punto più controverso. Ranucci ha escluso che l’attentato fosse diretto contro di lui come persona, sostenendo che l’ordigno sarebbe stato collocato “per fermare una notizia che doveva arrivare a Report”. Una pista che suggerisce un tentativo di intimidire il programma più che il suo conduttore.

Parallelamente, alcune ricostruzioni hanno riportato conversazioni in cui Lavitola avrebbe espresso ambizioni politiche, arrivando a immaginare Ranucci come possibile leader del centrosinistra, con frasi che oggi suonano surreali: “Quando sarai presidente del Consiglio, io sarò il tuo Gianni Letta”. Una suggestione che non trova riscontri investigativi, ma che testimonia la complessità del rapporto.

Tante zone d’ombra

Interrogato dai magistrati, Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha rilasciato dichiarazioni spontanee: “Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente”. Ha definito “sconcertante” l’accusa, ribadendo la sua estraneità ai fatti e la natura affettuosa del legame con Ranucci.

La vicenda resta aperta. Le indagini dovranno chiarire la catena di comando, il ruolo dei diversi indagati e soprattutto il movente, ancora avvolto da zone d’ombra.