Di Battista prepara la discesa in campo e mette nei guai Conte: il “Vannacci dei progressisti” può far saltare il campo largo

Di Battista

Alessandro Di Battista non è ancora sceso in campo, ma Giuseppe Conte ha già capito di avere un problema. E non piccolo. L’ex frontman del grillismo duro e puro prepara il ritorno alle Politiche del 2027 con il suo movimento Schierarsi e punta dritto a quello spazio elettorale che il Movimento 5 stelle contiano rischia di non presidiare più: il voto arrabbiato, anti-sistema, anti-Pd, anti-Draghi, anti-Nato, anti-tutto. Il vecchio carburante del grillismo delle origini.

Dibba non rientra dalla porta laterale. Torna con l’ambizione di occupare uno spazio politico preciso, lo stesso in cui Roberto Vannacci si muove a destra: un populismo muscolare, identitario, urlato, allergico alle mediazioni e capace di parlare a chi non si riconosce più nelle coalizioni tradizionali. Per questo qualcuno lo definisce già il “Vannacci dei progressisti”. Una formula brutale, ma efficace.

Il problema di Conte si chiama Dibba

Conte sa benissimo che Di Battista non gli porta voti. Glieli può togliere. L’ex premier ha costruito negli ultimi anni un Movimento 5 stelle più istituzionale, più trattabile, più compatibile con il campo largo. Ma proprio questa normalizzazione ha lasciato scoperta una parte dell’elettorato grillino originario, quello che non ha mai perdonato il sostegno al governo Draghi, guarda con sospetto l’alleanza con il Pd e sogna ancora una politica di rottura permanente.

Di Battista parla esattamente a quel mondo. E se decide di presentarsi davvero alle Politiche, costringerà Conte a scegliere: restare nel perimetro del campo largo con Schlein, Bonelli e Fratoianni oppure inseguire Dibba sul terreno più radicale per evitare di farsi svuotare a sinistra e nel voto di protesta.

È qui che la faccenda diventa pericolosa per tutta la coalizione. Perché un M5s spinto dalla concorrenza di Di Battista rischia di irrigidirsi su posizioni più estreme, rendendo molto più complicato il lavoro di costruzione di un programma comune con il Pd. Il campo largo, già oggi faticoso da tenere insieme, potrebbe ritrovarsi ostaggio della competizione interna al mondo grillino.

L’ombra di Grillo e l’incubo del 2027

Che dietro la manovra ci sia o meno la mano di Beppe Grillo, il messaggio politico arriva comunque a destinazione: Di Battista è un problema per Conte. Non per Meloni, non per la destra, non per il Pd. Prima di tutto per lui.

Conte lo sa e infatti prova a disinnescare la bomba con il miele. Dice di stimarlo, lascia intendere che le porte potrebbero essere aperte, finge serenità. Ma il punto è un altro: se Di Battista entra nel campo largo, sposta l’asse del Movimento verso una linea molto più dura. Se resta fuori, pesca voti proprio nel bacino 5 stelle. In entrambi i casi Conte paga un prezzo.

C’è poi la questione Renzi. Di Battista è uno dei nemici più dichiarati dell’ex premier e la sua presenza renderebbe ancora più complicato qualsiasi spazio per Italia Viva dentro una futura coalizione anti-Meloni. A Conte questo potrebbe anche convenire: meno Renzi, più centralità per il M5s. Ma il prezzo sarebbe un campo largo ancora meno largo e molto più instabile.

Di Battista e Vannacci, due populismi che si guardano

Per ora Di Battista e Vannacci giocano in campi diversi. Uno pesca nel mondo ex grillino, l’altro agita la destra radicale. Ma i punti di contatto non mancano: linguaggio anti-sistema, diffidenza verso le élite, simpatie filorusse, insofferenza verso i partiti tradizionali, capacità di trasformare ogni polemica in carburante mediatico.

Nessuno oggi può dire se i due finiranno mai per parlarsi davvero, ma il solo fatto che occupino spazi simili su lati opposti dello schieramento racconta una fragilità evidente del sistema politico. A destra Vannacci crea problemi a Meloni, Salvini e Forza Italia. A sinistra Di Battista può far saltare i piani di Conte e Schlein.

Il loro eventuale ingresso in campo avrebbe anche un effetto tecnico molto concreto: rendere più difficile per le coalizioni raggiungere la soglia del 42 per cento prevista per ottenere il premio di maggioranza nella nuova legge elettorale. Più liste anti-sistema corrono da sole, più voti escono dai blocchi principali. E più diventa complicato costruire una maggioranza autosufficiente.

Il campo largo rischia di rompersi prima di nascere

Il paradosso è evidente. Il campo largo dovrebbe ancora scrivere un programma comune, scegliere un candidato premier, definire una linea su tasse, sicurezza, Ucraina, Nato, lavoro, sanità e politica estera. E già deve fare i conti con una possibile mina esterna: Di Battista.

Per Schlein il ritorno di Dibba è un problema indiretto ma enorme. Perché se Conte si radicalizza per non perdere pezzi, il Pd si ritrova con un alleato meno governabile. Se invece Conte non si radicalizza, rischia di perdere voti e peso negoziale. In ogni scenario, la coalizione anti-Meloni parte più fragile.

Di Battista, intanto, può permettersi il lusso dell’opposizione permanente. Non deve governare, non deve mediare, non deve scrivere leggi finanziarie, non deve spiegare dove trova le coperture. Gli basta occupare il palcoscenico della protesta. Ed è proprio questo a renderlo pericoloso per chi, invece, vorrebbe presentarsi come alternativa credibile di governo.

La discesa in campo di Dibba non è ancora ufficiale, ma il messaggio è già chiarissimo: nel 2027 il voto anti-sistema potrebbe non passare più soltanto dal Movimento 5 stelle. E per Conte, che ha passato anni a trasformare il M5s in un partito personale, il ritorno dell’ex tribuno grillino rischia di diventare il conto più salato.