Ricina a Pietracatella, «anomalie» negli alimenti sequestrati: il veleno potrebbe essere stato trovato, si cerca il movente

Pietracatella, il giallo della ricina

Il giallo della ricina di Pietracatella entra nella sua fase più delicata. L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, avvelenate dopo Natale, sta accelerando su due fronti: quello scientifico e quello investigativo. E proprio dagli alimenti sequestrati nell’abitazione della famiglia potrebbe arrivare la risposta alla domanda che accompagna il caso da mesi: come è stata somministrata la ricina alle due vittime?

Le indiscrezioni parlano di anomalie riscontrate negli alimenti analizzati e della possibile presenza della sostanza tossica. Gli investigatori mantengono però il massimo riserbo e non confermano. Il dato decisivo arriverà dal rapporto del Robert Koch Institute di Berlino, chiamato ad analizzare i circa 70 alimenti sequestrati nella casa dei Di Vita.

Se gli esami dovessero confermare la presenza della ricina in uno di questi prodotti, gli inquirenti potrebbero finalmente avere individuato il «vettore» del veleno, un passaggio fondamentale per ricostruire modalità e tempi della morte di madre e figlia.

Quattro donne ascoltate, una convocata sei volte

Parallelamente agli accertamenti scientifici, la Squadra Mobile sta intensificando le audizioni. Da venerdì sono state ascoltate quattro donne legate alla famiglia, tra parenti e amiche di Gianni e Antonella.

Laura Di Vita, cugina di Gianni, è stata sentita venerdì fino a tarda sera e nuovamente convocata martedì. Per lei si tratta addirittura della sesta audizione dall’inizio dell’inchiesta. Sabato è stata invece ascoltata Loredana, un’altra cugina residente a Pietracatella. Il colloquio viene descritto come particolarmente importante per la ricostruzione del quadro familiare e personale nel quale maturarono gli eventi.

Gli investigatori starebbero cercando di verificare testimonianze discordanti, contraddizioni, omissioni e reticenze, mentre tra le ipotesi sul possibile movente viene approfondita anche quella passionale.

L’amica di Gianni Di Vita e il confronto di agosto

Domenica mattina è tornata in Questura anche Monia, insegnante e amica di lunga data di Gianni Di Vita. La donna era già stata protagonista, a metà agosto, di un confronto durato circa due ore proprio con il marito e padre delle vittime.

Lunedì è stata invece ascoltata Maria Antonietta, moglie di Giampiero Mastrogiorgio, l’infermiere che durante il drammatico Santo Stefano aveva somministrato delle flebo a madre e figlia. Fu proprio lui, davanti al peggioramento delle loro condizioni, a sollecitare il ricovero: «Bisogna portarle in ospedale».

Le famiglie Di Vita e Mastrogiorgio si frequentavano da anni. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire attraverso le testimonianze e i dispositivi elettronici il clima che si respirava nella famiglia nei giorni precedenti l’avvelenamento.

I cellulari e quei messaggi sul possibile divorzio

Un altro fronte importante riguarda proprio telefoni e conversazioni. Gli specialisti hanno completato le copie forensi dei dispositivi, ora consegnate alle parti, e particolare attenzione sarebbe stata dedicata ai messaggi scambiati dalla figlia maggiore Alice con persone vicine alla famiglia.

Nel fascicolo per duplice omicidio volontario, aperto contro ignoti, compare al momento una sola persona indagata: un’amica molto vicina ad Antonella, nei cui confronti si procede per favoreggiamento. La donna inizialmente non avrebbe riferito agli investigatori un elemento ritenuto importante: Antonella le avrebbe parlato già nel 2019 della possibilità di divorziare dal marito.

Proprio la ricostruzione dei rapporti personali e familiari potrebbe diventare essenziale nel momento in cui gli investigatori dovessero riuscire a dimostrare definitivamente che madre e figlia non furono vittime di un incidente.

Settanta alimenti sotto esame: la risposta attesa da Berlino

È però dalla Germania che potrebbe arrivare la svolta più importante. Gli esperti del Robert Koch Institute stanno completando gli accertamenti sui 70 alimenti sequestrati nell’abitazione. Le indiscrezioni sulle anomalie riscontrate assumono un peso particolare perché l’individuazione di un prodotto contaminato consentirebbe agli investigatori di restringere drasticamente il campo.

Resterebbe poi da capire chi abbia avuto accesso a quell’alimento, quando sia stata introdotta la ricina e chi potesse sapere che sarebbe stato consumato dalle due vittime. Domande che, fino a quando non arriveranno i risultati ufficiali, rimangono aperte.

Sul caso pesa anche un altro fascicolo: cinque medici sono indagati per omicidio colposo per la presunta sottovalutazione dei sintomi manifestati dalle due donne. Ma l’inchiesta principale guarda ormai alla possibilità che dietro quelle morti ci sia stata una volontà precisa. Se Berlino confermerà che la ricina era presente in uno degli alimenti sequestrati, il mistero di Pietracatella potrebbe entrare nella sua fase decisiva.