Il giallo della ricina a Pietracatella prende una piega ancora più inquietante dopo le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara Di Vita, le due donne morte per avvelenamento. L’uomo ha deciso di parlare apertamente dei propri sospetti, chiamando in causa il genero Gianni Di Vita e lasciando intravedere uno scenario fatto di possibili relazioni extraconiugali e influenze esercitate da altre persone. Non si tratta di accuse sostenute, almeno pubblicamente, da prove investigative, ma delle convinzioni di un familiare che ritiene impossibile una morte accidentale.
Intervistato da Vincenzo Rubano durante la puntata del 7 ottobre di Dentro la Notizia, Salvatore Di Ielsi ha utilizzato parole durissime per descrivere quello che, secondo lui, potrebbe essere accaduto. Il passaggio più significativo riguarda proprio Gianni Di Vita, che il suocero non considera necessariamente l’ideatore di un eventuale delitto, ma una persona che potrebbe essere stata coinvolta da qualcun altro.
Pietracatella, Salvatore Di Ielsi su Gianni Di Vita: «Un bravo fesso»
Il padre di Antonella ha espresso il sospetto che dietro la tragedia possa esserci una vicenda sentimentale. «Per una donna si deve arrivare a questo?», ha domandato, facendo riferimento a circostanze che sostiene di aver appreso nel corso degli anni. Le sue parole suggeriscono l’esistenza di tensioni personali, ma non permettono di stabilire se tali circostanze abbiano realmente avuto un ruolo nella morte delle due vittime.
Salvatore ha poi formulato la sua ipotesi sul genero, sostenendo che non avrebbe potuto agire da solo e che qualcuno potrebbe averlo coinvolto. Lo ha definito «il bravo fesso», spiegando di considerarlo una persona fondamentalmente buona, ma potenzialmente influenzabile. È una valutazione personale particolarmente pesante, che non costituisce un riscontro investigativo e non dimostra alcuna responsabilità di Gianni Di Vita.
Il riferimento a una donna alimenta inevitabilmente interrogativi sulla possibile esistenza di una relazione extraconiugale. Tuttavia, non risultano elementi pubblicamente accertati che colleghino una specifica persona all’avvelenamento. Trasformare questo sospetto in una conclusione significherebbe anticipare il lavoro degli inquirenti.
La Procura di Larino indaga per duplice omicidio volontario
Sul piano giudiziario, la posizione degli investigatori appare più definita rispetto all’ipotesi dell’incidente. La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, ha spiegato che gli accertamenti proseguono su tutte le piste, precisando però che quella accidentale viene considerata la meno probabile.
Il fascicolo resta aperto per duplice omicidio volontario. Gli investigatori hanno già effettuato perquisizioni, sequestri e oltre duecento audizioni, nel tentativo di ricostruire le circostanze dell’esposizione alla ricina e individuare eventuali responsabilità. La qualificazione del reato, tuttavia, non equivale all’accertamento della colpevolezza di una persona specifica.
Tra i materiali sottoposti ad approfondimento figurerebbero alcuni computer di Gianni Di Vita, una chiavetta USB e un telefono cellulare trovati nella borsa di Antonella. L’attenzione si sarebbe concentrata anche su un libro sequestrato nello studio dell’uomo. Il contenuto e l’eventuale rilevanza di questi oggetti dovranno essere verificati attraverso le analisi investigative.
Il mistero dei tempi dell’avvelenamento: una sola esposizione oppure più episodi?
Un altro elemento ancora da chiarire riguarda il momento in cui Antonella e Sara sarebbero entrate in contatto con la sostanza tossica. Vittorino Facciolla, avvocato di Gianni e Alice Di Vita, ha richiamato la possibilità che vi siano state due o più esposizioni alla ricina, sottolineando le difficoltà nel determinare con precisione l’intervallo tra l’assunzione e la comparsa dei sintomi.
La questione è decisiva perché la ricostruzione temporale potrebbe aiutare a individuare le circostanze dell’avvelenamento. Stabilire quando le due donne abbiano assunto la sostanza, e se ciò sia avvenuto nello stesso momento, consentirebbe agli investigatori di verificare meglio gli spostamenti e le occasioni di contatto con eventuali alimenti contaminati.
La variabilità delle manifestazioni cliniche impone però prudenza. Senza dati tossicologici e medico-legali sufficientemente precisi, non è possibile stabilire con certezza se le vittime abbiano subito una sola esposizione oppure episodi distinti.
Roberta Bruzzone e l’ipotesi del «patto scellerato»
Le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi hanno trovato un’eco nell’analisi della criminologa Roberta Bruzzone, che a La Vita in Diretta ha ipotizzato l’intervento di una seconda mente. Secondo Bruzzone, la scelta di una tossina capace di provocare sintomi inizialmente compatibili con un’intossicazione alimentare potrebbe indicare la volontà di mascherare un eventuale omicidio.
La criminologa ha parlato di un possibile «patto scellerato», immaginando un accordo tra più persone. Anche questa rimane un’interpretazione, non una circostanza dimostrata dalle indagini. Le parole del nonno e quelle di Bruzzone convergono sull’ipotesi di un coinvolgimento plurimo, ma non forniscono da sole elementi per individuare responsabili.
Il nodo centrale dell’inchiesta resta quindi capire come la ricina sia arrivata alle due vittime e se qualcuno abbia agito intenzionalmente. Solo l’incrocio tra analisi scientifiche, testimonianze e risultati dei sequestri potrà chiarire se dietro la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita si nasconda davvero un delitto pianificato. Nel frattempo, le accuse e i sospetti espressi pubblicamente devono rimanere distinti dalle responsabilità che la giustizia potrà eventualmente accertare.







