Sembrava che il giallo di Pietracatella fosse ormai arrivato al momento della svolta, con l’iscrizione di almeno un nome nel registro degli indagati per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dalla ricina dopo il Natale 2025. Invece la Procura di Larino ha appena disposto un nuovo accertamento tecnico irripetibile sui dispositivi informatici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e la domanda, inevitabilmente, diventa una: gli inquirenti stanno facendo una clamorosa retromarcia?
La risposta, almeno per quello che emerge dal provvedimento, sembra essere più complessa. Non necessariamente un passo indietro, dunque, ma certamente una frenata rispetto alla sensazione che il cerchio fosse ormai definitivamente chiuso. Gli investigatori vogliono ancora scavare nella memoria digitale di computer e supporti sequestrati e soprattutto cercano risposte a domande che lasciano capire come alcune tessere fondamentali del mosaico debbano ancora trovare una collocazione.
L’operazione tecnica è fissata per 28 settembre nella Questura di Campobasso. Gli specialisti della Terza Divisione STAI della Direzione centrale anticrimine dovranno esaminare un computer desktop Lenovo ThinkCentre e dieci pen-drive sequestrati il 31 luglio nell’abitazione della famiglia. Gran parte del materiale potrebbe riguardare semplicemente l’attività professionale di Gianni Di Vita, commercialista, ma i quesiti affidati agli specialisti vanno molto oltre.
Gli investigatori vogliono sapere chi abbia cercato informazioni sulla ricina, cosa sia stato scritto nelle chat e nei messaggi, quali documenti siano stati conservati e, soprattutto, dove si trovassero determinate persone in determinati momenti.
Sembrava imminente un indagato, ora la Procura torna sui dispositivi
Negli ultimi giorni attorno all’inchiesta era cresciuta la convinzione che la Procura potesse essere ormai vicina a iscrivere almeno una persona nel registro degli indagati per il duplice omicidio. Una prospettiva alimentata dalla lunga serie di audizioni, confronti, accertamenti scientifici e approfondimenti svolti negli ultimi mesi. Il nuovo provvedimento modifica almeno in parte questa percezione, perché dimostra che l’indagine tecnica non è affatto conclusa.
Gli specialisti dovranno innanzitutto realizzare copie forensi dei supporti sequestrati, conservando integralmente il materiale originale, e successivamente creare una copia indicizzata sulla quale effettuare le ricerche. L’obiettivo è ricostruire la storia informatica dei dispositivi dalla loro prima accensione fino all’ultimo utilizzo e individuare eventuali elementi pertinenti all’inchiesta.
La scelta dell’accertamento irripetibile consente inoltre alle parti interessate di partecipare attraverso i propri legali e consulenti tecnici, garantendo il contraddittorio sulle operazioni che verranno eseguite. Ma sono soprattutto i quesiti posti agli specialisti a rendere interessante questa nuova fase.
La domanda decisiva: qualcuno aveva cercato la ricina?
Uno degli obiettivi indicati è verificare l’esistenza di tracce di navigazione internet relative alla ricina, con particolare attenzione a eventuali ricerche riconducibili a Sara Di Vita o alla madre Antonella Di Ielsi. È un passaggio importante proprio perché nell’inchiesta continua a rimanere aperta la necessità di ricostruire in maniera definitiva come la ricina sia entrata nella casa e attraverso quale alimento, bevanda o altro veicolo sia stata assunta dalle vittime.
La Procura vuole evidentemente verificare anche la possibilità che le due donne avessero cercato autonomamente informazioni sulla sostanza o che sui dispositivi esistano elementi capaci di ricostruire un eventuale approvvigionamento. Un accertamento che assume particolare peso alla luce della necessità di distinguere definitivamente l’ipotesi di un avvelenamento volontario da quella di un’intossicazione accidentale.
Gli specialisti dovranno però andare molto più lontano. Il mandato comprende l’esame di chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note e diari digitali, oltre a eventuali annotazioni sugli alimenti consumati nei giorni precedenti all’intossicazione. La ricerca riguarderà inoltre documenti relativi a patologie, disturbi o condizioni fisiche accusate dalle vittime tra il 24 e il 28 dicembre 2025, una finestra temporale fondamentale per ricostruire la progressione dell’avvelenamento.
Il particolare che pesa: cercano anche le geolocalizzazioni
Tra i quesiti affidati agli specialisti ce n’è però uno che potrebbe assumere un’importanza particolare: la ricerca di metadati capaci di fornire informazioni sulla posizione geografica. Fotografie, file e altri contenuti digitali possono infatti conservare dati relativi al luogo e al momento in cui sono stati creati. Gli investigatori intendono verificare se il materiale sequestrato possa consentire di ricostruire spostamenti e presenze nei giorni cruciali della vicenda.
È un particolare tutt’altro che secondario. Se l’ipotesi investigativa resta quella di un avvelenamento volontario, stabilire chi fosse nella casa, chi potesse entrarvi e dove si trovassero le persone coinvolte nelle ore decisive può diventare essenziale per ricostruire la dinamica. Il nuovo accertamento sembra quindi indicare che la Procura non voglia limitarsi a individuare chi materialmente possa avere avuto accesso alla ricina, ma stia cercando di ricostruire l’intera rete di movimenti, comunicazioni e rapporti attorno alla famiglia nei giorni precedenti alla tragedia.
Retromarcia o caccia agli ultimi tasselli?
Definire quanto sta accadendo una vera retromarcia sarebbe prematuro. Il nuovo accertamento non cancella il lavoro svolto fino a oggi e non significa necessariamente che gli investigatori abbiano abbandonato le ipotesi maturate negli ultimi mesi. Dimostra però che la Procura non considera ancora chiuso il quadro probatorio e vuole acquisire ulteriori elementi prima di compiere eventuali passi decisivi.
Resta inoltre una questione centrale: qualora venisse definitivamente esclusa l’ipotesi dell’incidente, gli inquirenti dovranno stabilire non soltanto chi possa avere materialmente somministrato la ricina, ma anche se abbia agito da solo oppure con l’aiuto o la consapevolezza di altre persone.
È anche sotto questa luce che il nuovo scandaglio dei dispositivi acquista significato. Conversazioni, contatti, fotografie, ricerche internet e geolocalizzazioni potrebbero servire non soltanto a individuare un eventuale responsabile, ma a capire se attorno all’avvelenamento esista una rete più complessa di rapporti. Alle operazioni potranno assistere i legali delle parti e i rispettivi consulenti. Tra le persone offese figura anche Alice Di Vita, la figlia sopravvissuta alla tragedia, insieme al padre e ai familiari delle vittime.
Sessanta giorni per cercare la risposta nei dispositivi
Il dato che potrebbe allungare ulteriormente i tempi riguarda infine la durata dell’accertamento. Gli specialisti avranno infatti sessanta giorni per depositare le conclusioni del lavoro svolto. Questo non significa necessariamente che nel frattempo non possano verificarsi altre iniziative investigative o giudiziarie, ma rende evidente che almeno una parte importante dell’inchiesta continuerà ancora per settimane.
Dopo mesi di interrogatori, analisi tossicologiche, sopralluoghi, confronti e accertamenti sui rapporti personali della famiglia, la Procura torna dunque nel luogo nel quale oggi possono nascondersi alcune delle risposte più preziose: la memoria digitale. E la domanda che sembrava ormai prossima a essere sostituita da un nome torna così prepotentemente al centro del caso: chi ha portato la ricina nella casa di Pietracatella e chi sapeva che cosa sarebbe accaduto?
Per scoprirlo gli investigatori adesso cercheranno praticamente tutto: dalle ricerche online alle chat, dagli alimenti annotati nei giorni di Natale fino a un dato invisibile all’occhio di chi utilizza normalmente un computer, ma potenzialmente decisivo per un’inchiesta: dove si trovava qualcuno quando quel file è stato creato.







