C’è anche il racconto di Alice Di Vita nelle carte dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara, avvelenate dalla ricina a Pietracatella. Una testimonianza che assume particolare rilievo adesso che gli accertamenti puntano a stabilire non soltanto attraverso quale alimento sia stata assunta la sostanza, ma anche chi possa averla materialmente introdotta nel cibo consumato dalle due donne.
Gli investigatori stanno ricostruendo quanto accaduto all’interno della casa e la cerchia delle persone che ebbero accesso agli alimenti. In questo quadro acquistano peso anche le dichiarazioni rese dai familiari e da chi trascorse con le vittime le ore precedenti alla comparsa dei sintomi. Alice ha raccontato che, inizialmente, la famiglia pensò a una normale intossicazione alimentare. Il primo sospetto cadde sulle cozze, ma la stessa ragazza riferisce che quell’alimento era stato consumato anche da altre persone.
«Abbiamo pensato alle cozze, ma le ho mangiate anch’io»
«Nei giorni successivi al 23 dicembre abbiamo iniziato a chiederci da dove venissero quelle sintomatologie di nausea e vomito. Abbiamo pensato alle cozze, ma le ho mangiate anche io, mio nonno e mio zio».
È uno dei passaggi della testimonianza di Alice. La ragazza indica quindi non soltanto l’alimento sul quale inizialmente si concentrarono i sospetti della famiglia, ma anche le persone che, secondo il suo racconto, lo avevano consumato.
Un particolare importante nella ricostruzione degli alimenti presenti in casa e delle persone che li mangiarono. Con la scoperta della ricina, infatti, quello che inizialmente poteva apparire come un caso di intossicazione alimentare ha assunto caratteristiche completamente diverse.
La domanda alla quale gli investigatori cercano di rispondere è diventata inevitabilmente un’altra: dove si trovava la ricina e come arrivò alle due vittime?
Il cesto di cibo: «L’ho aperto io stessa»
Alice parla anche di ciò che sarebbe entrato nella casa dall’esterno nei giorni interessati dai fatti. Secondo quanto da lei dichiarato, la famiglia non avrebbe ricevuto visite. «Non abbiamo ricevuto visite in quei giorni e come regalo solo un cesto di cibo che ho aperto io stessa», ha raccontato.
La ragazza entra poi nel dettaglio di alcuni prodotti contenuti nel cesto e di chi li avrebbe consumati: «Ho mangiato il miele e il panettone che conteneva mentre mio padre ha bevuto il vino».
Sono dichiarazioni che fanno parte della ricostruzione affidata agli investigatori e che dovranno essere confrontate con gli altri elementi raccolti nell’inchiesta. Il punto centrale resta infatti stabilire quali alimenti abbiano consumato Antonella e Sara, chi potesse accedervi e soprattutto attraverso quale prodotto sia avvenuta l’esposizione alla ricina.
Il racconto delle ore in ospedale
Alice ha ricostruito anche quanto avvenne dopo il ricovero e la morte della sorella Sara. Secondo la sua testimonianza, dopo il decesso della giovane arrivarono in ospedale alcuni parenti e fu il padre Gianni Di Vita a comunicare ad Antonella che la figlia era morta.
«Mio padre a quel punto ha dato la notizia a mia madre, prima che lo facessero gli altri, e lei era distrutta», ha dichiarato Alice. La ragazza racconta che la madre era molto debole e che a un certo punto cadde a terra. Gli operatori la portarono quindi al pronto soccorso, mentre Alice rimase con i parenti. «Le notizie arrivavano e mamma sembrava stabile e sedata, poco dopo anche mio padre è stato ricoverato», prosegue la testimonianza.
Il giorno successivo Alice tornò in ospedale per sottoporsi agli accertamenti che le erano stati richiesti. Fu allora, secondo quanto ha raccontato, che apprese della morte della madre: «In mattinata mi hanno detto che anche mia madre era morta».
Il nodo di chi poteva avere accesso al cibo
La testimonianza di Alice viene oggi riletta alla luce di uno scenario investigativo molto diverso da quello iniziale. La presenza della ricina e gli accertamenti sulla possibile somministrazione della sostanza rendono centrale la ricostruzione di chi fosse presente, chi avesse accesso alla casa e agli alimenti e che cosa sia stato consumato individualmente dai diversi componenti della famiglia.
Le dichiarazioni della ragazza costituiscono una parte di questa ricostruzione e, come tutte le testimonianze raccolte, devono essere confrontate con gli accertamenti scientifici, gli altri verbali e gli elementi acquisiti dagli investigatori.
Alice riferisce che non ci furono visite, indica il cesto di alimenti arrivato dall’esterno, racconta di averlo aperto personalmente e specifica quali prodotti avrebbe consumato lei e quale il padre. Ricostruisce inoltre chi avrebbe mangiato le cozze, inizialmente considerate dalla famiglia una possibile spiegazione dei malori.
Sono tutti particolari che acquistano un peso diverso se l’ipotesi da verificare è quella di un duplice avvelenamento volontario. Senza indicare responsabilità che allo stato non risultano accertate, l’inchiesta deve adesso ricostruire con precisione la catena degli alimenti e delle persone che poterono maneggiarli, per capire quando, dove e da chi la ricina possa essere stata introdotta.







