Schlein si proclama radicale, Conte mette il veto su Renzi e sulle armi a Kiev: il centrosinistra vuole governare ma litiga già su tutto

Elly Schlein

Elly Schlein rivendica di essere troppo radicale, Giuseppe Conte rivendica il diritto di stabilire quanto debbano essere radicali anche gli altri. Il centrosinistra prova a costruire l’alternativa a Giorgia Meloni, ma prima ancora di trovare un programma comune deve risolvere una questione piuttosto ingombrante: chi comanda, chi decide e soprattutto chi può entrare nella coalizione senza diventare un problema per tutti gli altri. Le dichiarazioni dei due leader a Piazzapulita fotografano un’alleanza che vuole presentarsi agli elettori come una squadra di governo, mentre continua a discutere sulle regole per stare insieme.

Schlein rivendica la radicalità, Conte presenta il conto agli alleati

«Da quando sono arrivata mi dicono che sono troppo radicale e lo rivendico. Il coraggio della radicalità serve, accanto al pragmatismo di trasformare quell’idea in una soluzione», afferma Schlein. Una dichiarazione che punta a conciliare l’identità della sinistra con la necessità di conquistare voti oltre il proprio elettorato. La segretaria democratica vuole dimostrare che radicalità e capacità di governo possono convivere. Resta però da capire quali proposte riusciranno a superare il confronto con alleati che, su alcuni temi fondamentali, hanno idee decisamente diverse.

Conte, intanto, preferisce affrontare subito il problema Matteo Renzi. E lo fa con parole che somigliano molto a un avvertimento preventivo. «Chiedo garanzie non personali, ma di poter costruire un progetto solido e coerente, che nessuno possa avere in mano il pallino e creare lo scatto per un interesse di partito e mandare a rotoli un governo. Ne discuterò con Schlein».

Il riferimento all’ex presidente del Consiglio è evidente. Conte teme che Italia Viva possa assumere un ruolo determinante negli equilibri parlamentari di un’eventuale maggioranza progressista, acquisendo così la possibilità di condizionarne la sopravvivenza. La preoccupazione, in astratto, è comprensibile. La politica italiana conosce bene i governi ostaggio di piccoli gruppi parlamentari e delle loro improvvise richieste. Ma sentirla esprimere da Conte introduce un elemento di ironia involontaria: nel luglio 2022 fu proprio il Movimento Cinque Stelle, da lui guidato, a non partecipare al voto di fiducia sul decreto Aiuti al Senato, aprendo la crisi che avrebbe portato alle dimissioni di Mario Draghi.

Una vicenda politicamente diversa da quella che Conte teme oggi, ma che rende quantomeno curioso il suo appello contro chi potrebbe mandare a rotoli un governo per ragioni di partito. E Renzi, del resto, non può vantare una storia completamente estranea a simili dinamiche: nel gennaio 2021 ritirò le ministre di Italia Viva dal secondo governo Conte, contribuendo alla crisi che ne determinò la fine. Il sospetto reciproco, insomma, poggia su precedenti concreti.

Ucraina, Conte sfida il Pd: sulle armi devono cedere anche gli altri

Il vero terreno minato dell’alleanza resta la politica estera, soprattutto il sostegno militare all’Ucraina. Conte ribadisce che la posizione del Movimento Cinque Stelle è nota e non mostra particolare disponibilità a modificarla. Alla domanda su quanto sia negoziabile la linea pentastellata risponde: «Bisogna capire quanto è negoziabile la posizione degli altri che vogliono mandare le armi, anche».

Il messaggio è chiaro: non saranno necessariamente i Cinque Stelle a dover avvicinarsi alla posizione del Partito democratico. Potrebbe essere il Pd a dover rivedere la propria. La questione non riguarda un dettaglio programmatico, ma uno degli orientamenti fondamentali della politica internazionale italiana. Il sostegno militare a Kiev divide da tempo le forze del centrosinistra e un eventuale governo dovrebbe decidere come comportarsi nei confronti dell’Ucraina, della Nato e degli alleati europei.

Su questo punto Schlein e Conte non possono limitarsi a promettere che troveranno una sintesi. Prima o poi dovranno spiegare agli elettori quale politica intendano effettivamente adottare, perché un conto è trovare un compromesso sulle aliquote fiscali, un altro è decidere se continuare a sostenere militarmente un Paese aggredito dalla Russia.

Reddito di cittadinanza 2.0 e primarie: le altre condizioni del Movimento

Il leader pentastellato rilancia anche uno dei provvedimenti simbolo della propria esperienza a Palazzo Chigi: il reddito di cittadinanza. «Meloni ha fatto una battaglia ideologica. Ha fatto la guerra ai percettori di reddito. Ma non lo ha cancellato. Ha fatto cassa sulle fasce povere», sostiene Conte, annunciando la volontà di riproporre la misura in una versione aggiornata. «Lo chiami reddito di cittadinanza 2.0», risponde quando gli chiedono se intenda ripristinarlo.

Una promessa che parla direttamente all’elettorato del Movimento, ma che apre inevitabilmente un confronto sui costi, sui criteri di accesso e sul rapporto tra sostegno economico e politiche per il lavoro. Per trasformarla in un impegno comune servirà un accordo che non potrà esaurirsi in uno slogan, soprattutto perché il centrosinistra dovrebbe presentarsi agli elettori con un programma economico condiviso e non con una collezione di promesse confezionate separatamente dai singoli partiti.

Capitolo primarie

E poi ci sono le primarie, altro capitolo sul quale Conte mostra più prudenza che entusiasmo. «C’è il rischio che le primarie siano primarie fra tifoserie militanti», osserva il presidente del M5s, sottolineando che il vincitore dovrebbe avere il tempo di costruire un profilo capace di rappresentare l’intero schieramento e non soltanto il proprio partito. «Chi vince deve parlare con la comunità che si sente un po’ perdente», aggiunge.

È un problema reale. Le primarie possono scegliere un candidato, ma non garantiscono automaticamente che gli elettori e i dirigenti degli sconfitti lo sostengano con convinzione. E quando i partiti hanno posizioni divergenti su questioni centrali, il voto per la leadership rischia di diventare una competizione tra apparati e militanti anziché l’inizio di un progetto condiviso.

Schlein parla di radicalità e pragmatismo, Conte chiede garanzie su Renzi, pretende un confronto sulla politica ucraina, rilancia il reddito di cittadinanza e mette in guardia dalle primarie trasformate in una guerra tra tifoserie. Il centrosinistra vuole costruire un’alternativa a Meloni, ma per il momento i suoi leader sembrano soprattutto impegnati a stabilire quali condizioni gli altri dovranno accettare per farne parte. E il paradosso è che mentre discutono di come impedire a Renzi di far cadere un futuro governo, devono ancora trovare il modo di mettersi d’accordo per formarne uno.