Ricina a Pietracatella, interrogati i professori di Sara e Alice Di Vita: gli investigatori cercano risposte anche tra i banchi di scuola

Ricina a Pietracatella, Gianni di Vita e la figlia Alice

L’inchiesta sull’avvelenamento da ricina di Pietracatella arriva anche tra i banchi del liceo classico Mario Pagano di Campobasso, la scuola che Sara e Alice Di Vita hanno frequentato fino allo scorso anno. Negli ultimi giorni la Squadra Mobile ha convocato in Questura diversi professori dell’istituto, ascoltandoli come persone informate sui fatti. Gli investigatori continuano così a raccogliere testimonianze per ricostruire le circostanze della morte di Sara e della madre Antonella, decedute dopo un avvelenamento da ricina nel dicembre scorso. Al momento non emergono dettagli sul contenuto delle audizioni né sugli elementi specifici che gli inquirenti intendono approfondire attraverso gli insegnanti. La nuova attività investigativa conferma però che gli accertamenti proseguono e coinvolgono anche persone che conoscevano le ragazze al di fuori dell’ambiente familiare.

Pietracatella, perché gli investigatori ascoltano i professori di Sara e Alice

La Squadra Mobile di Campobasso ha sentito diversi docenti del liceo Mario Pagano, l’istituto frequentato dalle sorelle Di Vita. Sara era una studentessa della scuola, mentre Alice ha conseguito il diploma lo scorso giugno e ha successivamente iniziato gli studi universitari a Torino. Gli insegnanti hanno risposto alle domande degli investigatori nella veste di persone informate sui fatti, una condizione che non implica alcun coinvolgimento nelle responsabilità relative alla vicenda.

Gli inquirenti non hanno reso noto quali circostanze abbiano motivato le convocazioni. Non è quindi possibile stabilire se le domande abbiano riguardato le abitudini delle ragazze, i loro rapporti personali o altri aspetti della ricostruzione investigativa. L’ascolto dei professori costituisce comunque un ulteriore passaggio nell’attività di raccolta delle informazioni, mentre gli investigatori cercano di chiarire una vicenda che continua a presentare interrogativi sulla dinamica dell’avvelenamento.

La tragedia ha lasciato un segno profondo anche nella comunità scolastica. Nell’atrio del liceo campeggia ancora un grande pannello con centinaia di messaggi che gli studenti hanno dedicato a Sara dopo la sua morte. Un ricordo collettivo che testimonia il legame della ragazza con l’istituto e con i compagni.

Gianni Di Vita: «Non ho paura di nulla perché non ho nulla da nascondere»

Mentre gli investigatori proseguono gli accertamenti, Gianni Di Vita torna a parlare pubblicamente della tragedia che gli ha portato via la moglie Antonella e la figlia Sara. L’uomo respinge ogni sospetto sulla propria condotta e manifesta il desiderio che l’inchiesta arrivi rapidamente a chiarire quanto accaduto.

«Non ho paura di nulla perché non ho nulla da nascondere. Voglio solo che questa storia finisca il prima possibile», ha dichiarato. Parole che arrivano in una fase particolarmente delicata delle indagini, segnata dalla ricerca di elementi utili a stabilire come sia avvenuto l’avvelenamento e se dietro la morte delle due donne possa esserci un’azione intenzionale.

Di Vita non nasconde il timore che gli accertamenti possano confermare l’ipotesi di un delitto. Per il marito e padre delle vittime, scoprire che qualcuno abbia deliberatamente provocato la morte delle due donne significherebbe affrontare un dolore ulteriore rispetto alla perdita già subita.

«Non vorrei che fosse stato un delitto, per me sarebbe una seconda tragedia», ha spiegato, chiarendo quanto quella possibilità pesi sulla sua famiglia.

Il timore di un omicidio e la speranza di una spiegazione diversa

Gianni Di Vita continua a sperare che la ricostruzione definitiva possa escludere l’ipotesi omicidiaria. Una speranza che l’uomo considera legittima, pur nella consapevolezza che soltanto gli accertamenti potranno stabilire la natura della vicenda.

«Io spero, mi auguro, che la verità sia questa. È una speranza, ma non è del tutto infondata. Credo che sia legittimo che io lo pensi: io sono il marito di Antonella e il padre di Sara, sapere che è stato commesso un delitto per me sarebbe una seconda tragedia».

Le sue parole mettono in evidenza la distanza tra il desiderio personale di una spiegazione che escluda un gesto criminale e la necessità degli investigatori di verificare ogni possibile scenario. L’avvelenamento da ricina rappresenta il dato centrale della vicenda, ma le informazioni disponibili non consentono ancora di attribuire responsabilità né di considerare definitivamente chiarite le circostanze della morte di Antonella e Sara.

La prudenza resta quindi indispensabile, soprattutto davanti a un’indagine che continua a raccogliere testimonianze e nella quale le ipotesi investigative non possono trasformarsi in conclusioni prima che emergano riscontri concreti.

«Io e Alice non saremo mai sereni senza la verità»

Accanto alla paura di scoprire un eventuale delitto, Gianni Di Vita ribadisce la necessità di conoscere fino in fondo quanto accaduto. La ricerca della verità riguarda anche Alice, la figlia sopravvissuta alla tragedia, che dopo il diploma ha intrapreso il proprio percorso universitario a Torino.

«La voglio per mille motivi, per giustizia e perché io e Alice non saremo mai sereni senza la verità», ha dichiarato l’uomo, riferendosi alla necessità di ottenere risposte definitive.

Per padre e figlia, dunque, la conclusione dell’inchiesta rappresenta una condizione essenziale per affrontare le conseguenze di quanto accaduto. Nel frattempo la Squadra Mobile continua a sentire persone che hanno conosciuto Sara e Alice, compresi gli insegnanti del liceo Mario Pagano. Le nuove audizioni aggiungono testimonianze al lavoro investigativo, ma gli inquirenti non hanno ancora comunicato quali elementi siano emersi dagli incontri in Questura.