Matteo Renzi potrebbe perdere la pazienza e decidere di candidarsi alle primarie del centrosinistra. Non perché abbia improvvisamente scoperto una passione per le competizioni interne al campo largo, ma perché, a forza di veti, distinguo e piccoli partiti che vogliono tutti comandare senza avere i voti per farlo, il progetto della Casa Riformista rischia di trasformarsi in una riunione di condominio senza amministratore. E l’ex presidente del Consiglio, che di solito preferisce distribuire le carte piuttosto che aspettare quelle degli altri, starebbe valutando la possibilità di rovesciare il tavolo.
Renzi alle primarie del centrosinistra: l’ipotesi che agita il campo largo
L’indiscrezione circola negli ambienti vicini al leader di Italia Viva, dove cresce l’insofferenza per le esitazioni degli altri protagonisti dell’area moderata e per la diffidenza che Giuseppe Conte continua a manifestare nei confronti di Renzi.
«Se continuano con questi “sì, no, forse”, con questi veti e vetini, poco ci manca che Renzi sbotti e dica: mi candido alle primarie», raccontano fonti vicine all’ex premier.
Per il momento non esiste alcun annuncio ufficiale e la candidatura resta un’ipotesi. Ma il fatto stesso che venga evocata rappresenta un segnale politico rivolto tanto agli alleati potenziali quanto ai vertici del campo largo.
Casa Riformista, tutti vogliono unirsi ma nessuno accetta il comando
Renzi vuole costruire una Casa Riformista capace di riunire le forze liberaldemocratiche ed europeiste del centrosinistra in una lista comune. La proposta prevede una ripartizione delle candidature piuttosto precisa: metà dei posti a Italia Viva e l’altra metà agli altri soggetti che aderiranno al progetto.
Una formula che, dal punto di vista renziano, riconosce il peso elettorale del partito e contemporaneamente offre spazio a chi vuole partecipare. Ma che agli occhi degli altri rischia di assomigliare a un invito a trasferirsi in una casa nella quale il proprietario ha già deciso come distribuire le stanze.
Il risultato è che tutti dichiarano di voler costruire un centro riformista, purché nessuno debba accettare la leadership di qualcun altro.
Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e promotore di Più Uno, è tra i più attivi nel cercare un’intesa. La sua proposta punta a riunire i protagonisti dell’area moderata attorno a un tavolo per verificare la possibilità di costruire un soggetto comune.
Alessandro Onorato, assessore romano e animatore di Progetto civico Italia, preferisce invece una soluzione affidata agli elettori: primarie con più candidati, dalle quali far emergere una leadership condivisa.
Riccardo Magi, segretario di Più Europa, non chiude la porta alla lista unitaria, ma pone una condizione fondamentale: nessuno deve entrare nel progetto come ospite di Renzi.
«Renzi, non fare il Marchese del Grillo: pari dignità significa che non si va ospiti da qualche parte, con qualcuno che decide anche qual è la tua denominazione e il tuo simbolo», aveva chiarito Magi.
La questione, insomma, non riguarda soltanto il programma politico. Si discute soprattutto di simboli, leadership, quote di rappresentanza e rapporti di forza. Tutti vogliono unire il centro, ma ciascuno teme che l’unità finisca per favorire il concorrente.
Italia Viva sfiora il 3 per cento, Scalfarotto avverte gli alleati
E mentre i protagonisti di questa complicata trattativa cercano una formula accettabile, Renzi ricorda di possedere qualcosa che agli altri potrebbe mancare: una base elettorale già organizzata.
Italia Viva, secondo le valutazioni richiamate dai suoi dirigenti, si avvicina al 3 per cento nei sondaggi. Non una percentuale capace di rivoluzionare da sola gli equilibri nazionali, ma abbastanza per risultare determinante in una competizione elettorale combattuta.
Ivan Scalfarotto, senatore di Italia Viva ed ex sottosegretario, mette la questione in termini decisamente concreti.
«It takes two to tango», osserva, ricordando che per ballare il tango bisogna essere in due.
Poi arriva il messaggio agli aspiranti alleati: «Noi continuiamo a dire che le porte sono aperte e che siamo disponibili a costruire un soggetto che guardi al di là di IV, ma ricordo che IV è a un passo dal 3 per cento. Chi pensa di vincere rinunciando a questi elettori non conosce la politica, e neanche la matematica».
Conte mette il veto su Renzi, ma il campo largo rischia di perdere voti decisivi
È un ragionamento che investe direttamente anche Giuseppe Conte, sempre più esplicito nel chiedere garanzie contro l’eventualità che Renzi possa condizionare o mettere in crisi un futuro governo progressista.
Il presidente del Movimento Cinque Stelle ha chiarito di non volere alleati capaci di utilizzare il proprio peso parlamentare per far saltare la maggioranza. Un riferimento all’ex premier che riporta inevitabilmente alla crisi del secondo governo Conte, provocata nel 2021 dal ritiro delle ministre di Italia Viva.
Ma la diffidenza è reciproca e la storia recente non risparmia neppure il leader pentastellato, il cui Movimento contribuì nel 2022 ad aprire la crisi del governo Draghi.
Nel campo largo, quindi, due protagonisti delle ultime grandi crisi politiche italiane si guardano con sospetto e chiedono garanzie l’uno contro l’altro. Nel frattempo Elly Schlein deve cercare di tenere insieme una coalizione che comprende posizioni molto diverse sulla politica estera, sull’economia e perfino sulle regole per scegliere il candidato premier.
Schlein, Conte e Renzi: le primarie potrebbero diventare una resa dei conti
È in questo scenario che una candidatura di Renzi alle primarie potrebbe trasformarsi in un’operazione politica tutt’altro che simbolica.
L’ex presidente del Consiglio avrebbe la possibilità di misurare direttamente il proprio consenso, sottraendosi alla trattativa infinita tra piccoli partiti e obbligando gli altri protagonisti del centrosinistra a confrontarsi con lui davanti agli elettori.
Non significa che Renzi avrebbe necessariamente la forza per vincere. La sua candidatura potrebbe anzi mobilitare gli avversari interni e accentuare le divisioni. Ma gli consentirebbe di rimettere al centro della discussione il ruolo dei riformisti e di rivendicare un peso politico che i veti degli alleati tendono a ridimensionare.
Per Conte sarebbe una complicazione ulteriore: dopo aver chiesto garanzie per evitare che Renzi possa condizionare un futuro governo, potrebbe ritrovarselo direttamente sulla scheda delle primarie.
Per Schlein significherebbe affrontare una competizione ancora più affollata, con il rischio che la scelta del candidato premier diventi anche un referendum sui rapporti tra le diverse anime del centrosinistra.
E per i piccoli partiti moderati, impegnati a discutere di pari dignità e leadership condivisa, sarebbe la dimostrazione che il tempo delle trattative non è infinito.
La Casa Riformista, per ora, resta un progetto nel quale tutti vorrebbero entrare, ma nessuno sembra disposto ad accettare le chiavi offerte da Renzi. L’ex premier, invece, potrebbe decidere che, se gli altri continuano a discutere sulla porta d’ingresso, conviene cambiare direttamente indirizzo e presentarsi alle primarie.







