Bastano quattro euro per trasformare la fotografia di una donna vestita in un falso nudo realizzato con l’intelligenza artificiale. Senza chiederle il permesso, naturalmente. È quello che ha scoperto Chiara Lipari, content creator che sui social parla di teatro e mitologia, quando ha trovato le proprie immagini su alcune piattaforme che raccolgono fotografie femminili e offrono agli utenti strumenti per manipolarle. Un mercato digitale che, secondo le informazioni emerse, coinvolge oltre 10mila donne e ripropone su scala ancora più vasta il meccanismo già denunciato nel caso di Phica.net. La differenza è che adesso non serve nemmeno procurarsi una fotografia intima: basta una normalissima immagine pubblicata su Instagram per creare, attraverso un software, un corpo nudo che non è mai esistito.
Chiara Lipari e la scoperta delle fotografie sui siti di falsi nudi
A mettere in allarme Chiara Lipari è stata una collega. La ragazza conosceva già il problema perché l’anno precedente aveva scoperto le proprie immagini su Phica.net, la piattaforma finita al centro delle polemiche per la pubblicazione non consensuale di fotografie di donne. Ha quindi inserito il proprio nome nei motori di ricerca dei nuovi siti e ha trovato quello che temeva. «L’anno scorso ero finita su phica.net, così ho controllato inserendo il mio nome nella ricerca e ho trovato le mie foto. Sono quelle pubblicate sui social, quindi vestita. Ma c’è l’opzione “Undress”, che con circa 4 euro permette di spogliarmi».
Il particolare più inquietante riguarda l’età della content creator in alcune immagini. «In alcune di queste sono minorenne e chi le ha caricate lo sapeva, perché c’è la data di pubblicazione», racconta Lipari. Non si tratta dunque soltanto di appropriarsi di fotografie pubbliche per inserirle in un contesto sessualizzato, ma anche di mettere a disposizione strumenti capaci di generare falsi contenuti intimi partendo da immagini che ritraggono una minorenne.
Da Phica.net ai nuovi siti: il mercato delle immagini manipolate
Le piattaforme citate comprendono Fapello, Fapexy, Faponic, Fapeza, Leakedmodels, Nudogram e TheFappeningBlog. Il meccanismo descritto è semplice: gli utenti cercano il nome di una donna, consultano le fotografie che qualcuno ha caricato e, dove disponibile, possono utilizzare funzioni di intelligenza artificiale per modificarle. L’interfaccia ricorda quella di un normale servizio online, ma dietro la facilità di utilizzo si nasconde una pratica che priva le persone del controllo sulla propria immagine.
Il fenomeno non riguarda soltanto influencer e personaggi pubblici. Molte delle donne coinvolte non hanno una particolare esposizione sui social e, secondo le testimonianze raccolte, qualcuno che le conosce personalmente ha caricato le loro fotografie. È un elemento che rende ancora più inquietante la vicenda: chi alimenta questi archivi potrebbe appartenere alla cerchia di conoscenze delle vittime. Il precedente di Phica.net e del gruppo Facebook «Mia moglie» ha già mostrato come fotografie private o pubbliche possano circolare in comunità che le trasformano in materiale di consumo sessuale senza alcuna autorizzazione.
La denuncia alla polizia postale e i siti che continuano a riapparire
Chiara Lipari ha deciso di rivolgersi alla polizia postale. Dopo la denuncia, alcuni siti hanno chiuso, ma il problema non si è esaurito. Continuano infatti a comparire duplicati che, secondo quanto emerso, fanno riferimento allo stesso server. La chiusura di una piattaforma, quindi, non garantisce la scomparsa delle fotografie né impedisce necessariamente che altri indirizzi ripropongano gli stessi contenuti.
La facilità con cui questi materiali possono ricomparire rappresenta uno degli aspetti più difficili da affrontare per le vittime. Anche quando una fotografia nasce come contenuto perfettamente innocuo, la sua acquisizione da parte di terzi e l’eventuale manipolazione con l’intelligenza artificiale possono trasformarla in uno strumento di molestia e umiliazione. E la natura artificiale del falso nudo non cancella il danno che la sua diffusione può provocare.
«Non è erotismo, è desiderio di controllo sulla vittima»
Lipari racconta di aver attraversato un momento di profondo smarrimento dopo la scoperta. «Per un momento mi sono sentita frastornata, come in un limbo», spiega. La consapevolezza che sconosciuti possano utilizzare le sue fotografie per produrre immagini sessualmente esplicite ha cambiato il modo in cui percepisce la propria presenza online, ma non l’ha convinta ad abbandonare il lavoro.
La content creator individua soprattutto una componente di sopraffazione nel comportamento di chi alimenta queste piattaforme. «Non è l’erotismo a muovere queste persone, ma il desiderio di controllo sulla vittima», sostiene, rifiutando di lasciare agli autori delle manipolazioni il potere di decidere come debba mostrarsi o raccontarsi pubblicamente.
La sua risposta è continuare a lavorare sui social, senza concedere a chi ha utilizzato le sue immagini la possibilità di condizionare le sue scelte. Lipari vuole soprattutto rendere visibile un fenomeno che molti potrebbero sottovalutare, magari considerando la creazione di un falso nudo una semplice manipolazione tecnologica. «Credo che parlarne sia fondamentale anche perché chi magari lo fa con incoscienza può capire che ci sono delle conseguenze. Che anche se il meccanismo è virtuale, gli effetti sulla vittima sono reali».







