Telefoni roventi nella maggioranza, ma questa volta non è soltanto un modo di dire. Il nuovo terreno di scontro tra Forza Italia e Fratelli d’Italia sono proprio gli smartphone degli indagati, le intercettazioni e i limiti entro i quali magistrati e investigatori possono utilizzare conversazioni e dati raccolti durante le inchieste.
Una battaglia apparentemente tecnica che nasconde una divisione politica ormai evidente sulla giustizia. Da una parte Forza Italia, intenzionata ad accelerare sul ddl Zanettin e a rafforzare le garanzie per gli indagati; dall’altra Fratelli d’Italia, che teme di introdurre vincoli troppo rigidi soprattutto nelle indagini sulla criminalità organizzata e sul terrorismo.
Gli azzurri hanno provato a rompere lo stallo chiedendo che il provvedimento arrivasse direttamente in Aula alla Camera, anche senza avere completato l’esame degli emendamenti in commissione Giustizia e senza mandato al relatore. FdI ha detto no: il testo deve completare il suo percorso in commissione.
Dietro il confronto procedurale si nasconde però una questione molto più pesante. Con la sessione di bilancio ormai alle porte, ogni ulteriore rinvio riduce gli spazi parlamentari disponibili e Forza Italia teme che il provvedimento possa finire definitivamente impantanato.
Forza Italia vuole cambiare le regole sul sequestro degli smartphone
Il ddl interviene su uno degli strumenti investigativi più delicati dell’era digitale: il sequestro del telefono cellulare. Uno smartphone oggi non contiene soltanto telefonate e messaggi. Può custodire fotografie, conversazioni private, documenti, dati bancari, spostamenti, contatti, cronologie di navigazione e anni di vita personale. Proprio per questo Forza Italia sostiene che l’accesso degli investigatori debba essere sottoposto a garanzie più stringenti.
Il testo prevede che il pubblico ministero chieda al giudice per le indagini preliminari l’autorizzazione al sequestro del dispositivo e attribuisce alla difesa un ruolo nella selezione del materiale che può essere acquisito. È proprio su questo punto che emergono le resistenze di Fratelli d’Italia. Il partito della premier vuole evitare che la nuova disciplina finisca per rallentare o rendere più difficili le indagini sui reati più gravi.
Il contrasto, del resto, non nasce oggi. Il ddl sul sequestro degli smartphone rappresenta da tempo uno dei capitoli della riforma delle intercettazioni sostenuta da Pierantonio Zanettin e dall’area più garantista della maggioranza. Lo stesso Zanettin aveva ricordato in Senato che il provvedimento nasce dall’indagine conoscitiva condotta dalla commissione Giustizia sull’utilizzo delle intercettazioni.
Lo scontro vero è sulle intercettazioni “a strascico”
La battaglia sugli smartphone si intreccia con un altro dossier che da mesi divide gli alleati: le cosiddette intercettazioni “a strascico”, cioè l’utilizzo in un procedimento delle conversazioni raccolte originariamente nell’ambito di un’altra indagine.
La normativa vigente stabilisce limiti precisi all’utilizzo delle intercettazioni in procedimenti diversi da quello nel quale erano state autorizzate. Fratelli d’Italia ha però sostenuto un ampliamento della possibilità di impiegarle nelle indagini che riguardano la criminalità organizzata e i cosiddetti “reati spia”, raccogliendo le preoccupazioni espresse dalla Procura nazionale antimafia. Forza Italia si è opposta, rivendicando la propria linea garantista e sostenendo che per i reati più gravi esistano già strumenti sufficienti.
La frattura è emersa apertamente anche al Senato, dove FdI aveva presentato un emendamento diretto ad ampliare l’utilizzabilità delle intercettazioni per le indagini sui reati di competenza delle procure antimafia. Il presidente del Senato Ignazio La Russa anticipò poi la sostanziale inammissibilità della proposta, evitando che lo scontro arrivasse fino al voto dell’Aula. Il problema politico, però, non è scomparso.
Mafia e terrorismo diventano il punto di rottura
Fratelli d’Italia vuole mantenere una corsia sufficientemente ampia per le investigazioni sulla criminalità organizzata e sul terrorismo. Forza Italia teme invece che, attraverso le eccezioni, si finisca progressivamente per svuotare la stretta sulle intercettazioni voluta dagli azzurri.
È una divergenza che riguarda direttamente l’articolo 270 del codice di procedura penale. La disciplina attuale consente già l’utilizzo in procedimenti differenti quando le intercettazioni risultano rilevanti e indispensabili per l’accertamento di determinati delitti particolarmente gravi. Proprio sull’ampiezza di queste eccezioni si concentra da mesi il braccio di ferro politico.
Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo aveva segnalato al governo le conseguenze che, a suo giudizio, la disciplina più restrittiva produce sull’efficacia delle investigazioni contro criminalità organizzata e terrorismo. FdI ha raccolto almeno in parte quelle preoccupazioni; Forza Italia ha invece contestato la necessità di modificare nuovamente la normativa. Due sensibilità molto diverse all’interno della stessa maggioranza: tutela della riservatezza e delle garanzie individuali da una parte, necessità di non depotenziare gli strumenti investigativi dall’altra.
Forza Italia teme che il ddl venga fatto morire
Adesso c’è anche una battaglia contro il calendario. Forza Italia vuole portare il ddl Zanettin in Aula e teme che i continui rinvii possano trasformarsi in una bocciatura senza voto. Con l’avvicinarsi della legge di Bilancio, infatti, gli spazi per approvare provvedimenti estranei alla manovra diventano sempre più ridotti.
Per questo gli azzurri hanno cercato di accelerare chiedendo l’approdo del testo direttamente nell’emiciclo. FdI ha invece insistito perché l’esame prosegua in commissione. Sul tavolo rimane anche la possibilità di un intervento del governo che tenti di ricomporre almeno una parte delle divergenze, ma per Forza Italia il tempo delle promesse comincia a scarseggiare.
Ed è proprio il fattore tempo a rendere politicamente pesante il braccio di ferro. Non serve infatti bocciare una legge per impedirne l’approvazione: può essere sufficiente lasciarla ferma abbastanza a lungo.
Dietro gli smartphone c’è una partita politica molto più grande
Il paradosso è che il centrodestra, dopo aver fatto della riforma della giustizia uno dei punti centrali della legislatura, rischia di arrivare alla fase finale diviso proprio sugli strumenti investigativi. Forza Italia considera le garanzie contro l’acquisizione indiscriminata di conversazioni e dati personali una parte essenziale della propria identità politica. Fratelli d’Italia non vuole invece assumersi la responsabilità di una disciplina che possa essere accusata di ostacolare le procure nelle indagini di mafia e terrorismo.
Il risultato è uno stallo nel quale nessuno sembra disposto a cedere. E così lo smartphone, diventato ormai l’archivio completo della vita di ciascuno, si trasforma anche nell’ennesima mina politica sotto i piedi della maggioranza. Forza Italia vuole stringere i limiti entro i quali lo Stato può entrarci. Fratelli d’Italia chiede di non legare le mani agli investigatori nei procedimenti più delicati. La partita si giocherà in Parlamento, ma il problema per il governo è già politico: sulla giustizia gli alleati continuano a stare nella stessa maggioranza senza avere ancora trovato la stessa linea.







