Presunte spie cinesi contro i dissidenti: dieci persone indagate tra Torino e Milano

Una vicenda che sembra uscita da un film di spionaggio, ma che ruota attorno a presunte attività di sorveglianza, intimidazioni e minacce contro cittadini cinesi dissidenti fuggiti in Italia ad opera di una rete di spie. Tra i bersagli ci sarebbe Li Ying, conosciuto sui social come Teacher Li (@whyyoutouzhele), influencer e attivista seguito da milioni di persone scappato da Milano a Torino.

Secondo l’ipotesi della Procura di Milano, un gruppo avrebbe cercato di ostacolare la sua attività pubblica attraverso pressioni e messaggi intimidatori. «Ti puniremo, presto finirai all’inferno»: questo uno dei messaggi che avrebbe ricevuto. Alle minacce si sarebbero aggiunte immagini di armi e intimidazioni rivolte anche alla madre.

Gli indagati avrebbero inoltre effettuato appostamenti nei pressi dell’abitazione di Li Ying, nel quartiere San Paolo di Torino, fotografandolo e riprendendolo. L’attivista avrebbe poi pubblicato sui social le immagini per denunciare quanto stava accadendo.

La presunta rete di spie attiva a Torino

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Milano e conclusa nei giorni scorsi, coinvolge dieci persone: otto di origine cinese e tre italiani, secondo quanto riportato negli atti. Tre uomini, di 26, 40 e 46 anni, avrebbero operato sul territorio torinese. Le contestazioni comprendono, a vario titolo, le ipotesi di associazione a delinquere e stalking.

Uno dei tre risponderebbe anche dell’accusa di associazione per delinquere. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe utilizzato WeChat per reclutare una persona, offrendole un compenso per rintracciare Li Ying. L’attivista sarebbe stato descritto come irreperibile e debitore di una somma di denaro.

Al presunto incaricato sarebbero state fornite fotografie e indicazioni per individuare l’influencer, insieme a un pagamento di circa 100 euro al giorno. In un secondo momento, gli sarebbe stato chiesto di cancellare le conversazioni per non lasciare tracce dei contatti.

I presunti collegamenti delle spie con Pechino

Gli investigatori ipotizzano che l’obiettivo del gruppo fosse limitare la diffusione di informazioni sulla situazione in Cina e ostacolare la libertà di espressione dei dissidenti. Dagli atti emergerebbero anche contatti frequenti tra alcuni indagati e rappresentanti delle autorità cinesi, in particolare della polizia di Pechino.

Nell’inchiesta compare inoltre un uomo di 57 anni residente nella provincia di Milano. Secondo gli investigatori, avrebbe svolto un ruolo di coordinamento nelle attività di individuazione dei dissidenti, agendo su incarico della polizia cinese e mantenendo rapporti con personale diplomatico e rappresentanti del Dipartimento del Fronte Unito.

Le indagini e i prossimi passaggi

Gli episodi contestati risalirebbero al 2023. L’indagine è stata condotta dalla Digos della Questura di Torino, sotto il coordinamento del pubblico ministero Alessandro Gobbis.

Con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, gli indagati hanno ora venti giorni per presentare memorie difensive o chiedere di essere interrogati. Successivamente, la Procura valuterà come procedere, compresa l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.