«Vasco Rossi, hai fatto l’infame quando ti arrestarono per cocaina». Ma il rocker risponde al follower: «Falso, ti denuncio»

Vasco Rossi esce dal carcere

Sono passati più di quarant’anni, ma c’è una storia che Vasco Rossi non ha nessuna intenzione di lasciarsi raccontare in un modo che considera falso. È quella del suo arresto per droga del 1984, una delle pagine più dure della “vita spericolata” del rocker di Zocca, tornata improvvisamente d’attualità per il commento di un follower che sui social lo ha accusato di aver fatto i nomi di chi gli aveva venduto la cocaina per riuscire a uscire prima dal carcere.

L’accusa è pesante e utilizza una parola che, nel gergo carcerario, pesa ancora di più: «infame». Il follower sostiene di trovarsi anche lui in carcere quando Vasco venne arrestato e gli domanda perché avrebbe fatto arrestare i suoi fornitori, che secondo il suo racconto avrebbero poi trascorso anni dietro le sbarre. Vasco legge e decide di rispondere personalmente. Non soltanto respinge la ricostruzione, ma la considera diffamatoria e annuncia che saranno i suoi avvocati a occuparsene.

Il follower a Vasco Rossi: «Perché hai fatto l’infame?»

La discussione nasce su Facebook. Il follower esordisce riconoscendo a Vasco di essere «un grande musicista e cantante», ma subito dopo tira fuori qualcosa che, scrive, porta «nella pancia da molti anni». Ricorda l’arresto del cantante e sostiene di trovarsi all’epoca anche lui in carcere.

Poi arriva l’accusa. L’uomo domanda a Vasco perché avrebbe fatto arrestare le persone che gli avevano venduto la droga e sostiene che il cantante avrebbe collaborato per «risparmiare un giorno di carcere». Infine gli chiede apertamente perché avrebbe «fatto l’infame».

Vasco avrebbe potuto ignorarlo. Invece decide di ricostruire pubblicamente la vicenda e parte proprio dal punto centrale dell’accusa: «Io non ho fatto arrestare nessuno». Secondo il cantante, la storia raccontata dal follower non contiene soltanto informazioni false, ma capovolge completamente ciò che accadde.

Vasco: «Qualcuno fece il mio nome e io finii in galera»

Il rocker sostiene infatti che accadde l’esatto contrario. Una persona raccontò al pubblico ministero di avergli venduto 30 grammi di cocaina e quelle dichiarazioni contribuirono agli accertamenti che portarono al mandato di cattura e alla perquisizione.

«Sono stato invece denunciato da un infame», scrive Vasco, spiegando che proprio il racconto di quella persona lo trascinò nell’inchiesta. Il cantante ricorda quindi i cinque giorni trascorsi in isolamento e i 22 giorni complessivi di detenzione, prima che gli investigatori chiarissero la sua posizione rispetto alla più ampia organizzazione di spacciatori coinvolta nell’indagine.

La documentazione giornalistica dell’epoca conferma che l’inchiesta partiva dalle Marche e riguardava un vasto traffico di eroina e cocaina che collegava diverse regioni italiane. Il 20 aprile 1984 Vasco finì in carcere nell’ambito di quell’operazione. Durante la perquisizione del casolare di Casalecchio di Reno dove viveva con alcuni componenti della band, consegnò ai carabinieri 26 grammi di cocaina.

L’arresto di Vasco Rossi nel 1984 e i 22 giorni in carcere

Vasco aveva 32 anni e arrivava da un periodo nel quale il successo stava assumendo dimensioni enormi. Vita spericolata era ormai diventata un manifesto generazionale e l’album Bollicine lo aveva consacrato definitivamente. Dietro quella corsa, però, c’erano anche gli eccessi che il cantante non avrebbe mai nascosto negli anni successivi.

L’arresto segnò una cesura profonda. Vasco trascorse i primi cinque giorni in isolamento nel carcere di Rocca Costanza a Pesaro e rimase detenuto complessivamente per 22 giorni. Il 12 maggio ottenne la libertà provvisoria. Le cronache dell’epoca raccontano inoltre che gli stessi investigatori distinguevano già la sua posizione da quella degli spacciatori al centro della grande inchiesta.

Negli anni successivi Vasco avrebbe raccontato più volte quell’esperienza come uno spartiacque personale. Il carcere arrivò nel momento più autodistruttivo della sua vita e contribuì a interrompere una corsa fatta di successo, anfetamine, cocaina e notti senza dormire. A visitarlo durante la detenzione furono Fabrizio De André e Dori Ghezzi, un gesto che il rocker ha continuato a ricordare anche molti anni dopo.

«Non sono uscito perché ho fatto dei nomi»

È proprio questo il punto sul quale Vasco insiste oggi. Respinge l’idea di aver ottenuto un trattamento favorevole indicando agli investigatori i nomi di altre persone e sostiene che quella voce abbia finito negli anni per trasformare chi subì un’accusa in colui che avrebbe accusato gli altri.

«È successo esattamente il contrario: qualcuno fece il mio nome e io finii in galera», ribadisce. È evidente che la vecchia storia lo irriti ancora profondamente, soprattutto quando assume la forma di un’accusa personale di delazione. Per questo, dopo aver risposto pubblicamente su Facebook, Vasco alza ulteriormente il livello dello scontro.

Su Instagram annuncia che trasmetterà il commento ai propri legali affinché valutino come procedere contro il follower per quella che definisce una diffamazione «infondata» e «calunniosa». Poi aggiunge una promessa: se dalla vicenda arriverà un risarcimento, destinerà il denaro a persone che hanno sofferto ingiustamente in carcere.

Una storia del 1984 che Vasco non vuole lasciar passare

Il botta e risposta riporta così alla luce un episodio lontanissimo nel tempo ma centrale nella biografia del cantante. Il Vasco che entrò a Rocca Costanza nel 1984 era il simbolo perfetto di quella vita spericolata che aveva appena trasformato in una delle canzoni italiane più famose di sempre. Quello che uscì 22 giorni dopo cominciò lentamente a cambiare rapporto con gli eccessi che avevano accompagnato la sua prima esplosione artistica.

A distanza di oltre quattro decenni, Vasco non nega quella stagione né il possesso della cocaina che gli investigatori trovarono allora. Contesta però un’altra cosa: l’accusa di avere scaricato le proprie responsabilità su altri per conquistarsi la libertà.

Ed è proprio quella parola, «infame», a trasformare un commento sui social in qualcosa che il rocker non considera più una discussione tra un cantante e un follower. La risposta, questa volta, potrebbe proseguire fuori da Facebook e Instagram, nello studio dei suoi avvocati.