Caro-carburanti, Eni fissa il price cap: benzina a 1,99 euro e diesel a 2,19 euro per 30 giorni

A partire da lunedì 28 settembre, l’azienda energetica fissa un tetto massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro al litro per il gasolio. La misura, definita da Eni come un «nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela», riguarda l’intera rete di distributori Enilive, incluse le stazioni autostradali.

Il price cap avrà una durata iniziale di trenta giorni (fino a fine ottobre), ma l’azienda non ha escluso una proroga fino al termine dell’anno in relazione all’andamento del mercato petrolifero e delle forniture.

L’intervento si colloca in un contesto critico: proprio oggi è scattata la seconda fase del ridimensionamento del taglio sulle accise deciso dal Governo, con la riduzione dello sconto sul gasolio a soli 6,1 centesimi al litro (rispetto ai 17 centesimi iniziali). Senza la mossa di Eni, le stime dell’Unione nazionale consumatori indicavano che il diesel avrebbe toccato i 2,399 euro al litro sulla rete ordinaria e i 2,482 euro in autostrada, mentre la benzina si trovava a ridosso del massimo storico di 2,184 euro.

Palazzo Chigi loda l’iniziativa

Palazzo Chigi ha espresso ufficiale ringraziamento ad Eni, definendo la scelta un «lodevole atto di attenzione all’Italia» finalizzato a tutelare le famiglie. Il numero uno di Forza Italia, Antonio Tajani, ritiene giusta la scelta di puntare su «responsabilità, collaborazione e mercato» evitando «interventi dirigisti o nuove tassazioni costruite attorno al concetto degli extraprofitti». Il leader della Lega, Matteo Salvini ha lodato la decisione del gruppo di rinunciare a incassi milionari, auspicando che banche e altri gruppi energetici seguano l’esempio. Nel partito della premier si confida in un effetto traino sugli altri marchi di distribuzione, specie alla luce delle strettoie della manovra di bilancio e dei vincoli comunitari sul deficit.

Opposizioni e sindacati all’attacco

Dura, al contrario, la reazione delle opposizioni e dei sindacati. Francesco Boccia (PD) ha contestato la tempistica dell’intervento, chiedendo al Governo perchè lo Stato, in qualità di azionista di controllo di Eni, non sia intervenuto prima. Per Angelo Bonelli (AVS) la decisione di mettere un tetto ai prezzi doveva essere adottata prima. Il leader della Cgil Maurizio Landini ha criticato l’assenza di un taglio strutturale delle accise e di un prelievo straordinario sugli extraprofitti.

Impatto economico e proteste di categoria

Sul fronte dei consumatori, il Codacons ha calcolato che l’applicazione del tetto ai listini garantirà un risparmio massimo teorico di 10,4 euro su un pieno di gasolio e di 11,2 euro per la benzina rispetto ai picchi di prezzo attesi. Tuttavia, le associazioni come Assoutenti continuano a chiedere un intervento legislativo per fissare un price cap obbligatorio per legge.

Nonostante il calmiere di Eni, la tensione resta alta soprattutto sul fronte dell’autotrasporto. Assotir, una delle maggiori associazioni di categoria, ha annunciato che non esclude uno sciopero generale del settore, prospettiva che rischierebbe di bloccare la logistica del Paese. Ieri pomeriggio, intanto, i trattori delle organizzazioni agricole hanno sfilato sulla via Aurelia, a nord di Roma, per protestare contro i rincari del carburante.

La strategia del Governo: il vertice sulle raffinerie

La mossa di Eni anticipa una più ampia strategia del Governo volta ad affrontare la crisi dei carburanti sul lato dell’offerta. I ministri Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy) e Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente e Sicurezza Energetica) hanno convocato per giovedì 8 ottobre i vertici delle 10 raffinerie e 3 bioraffinerie italiane.

Al tavolo parteciperanno l’associazione di settore Unem e i rappresentanti di principali player energetici, tra cui Eni, Sonatrach, Socar-IP, Iplom, KPI, Alma Petroli, Ludoil/Isab, Saras e Innovhub.

L’obiettivo dell’esecutivo è verificare se gli impianti nazionali stiano lavorando a pieno regime e se vi siano i margini per incrementare la produzione interna dei raffinati per raffreddare i prezzi alla fonte. Un tentativo ritenuto fondamentale di fronte alle tensioni geopolitiche nel Medio Oriente, ma che deve fare i conti con un trend strutturale che negli ultimi decenni ha visto dimezzarsi il numero di impianti in Italia e scendere del 20% la capacità di raffinazione nazionale passata da 106,6 a 83,3 milioni di tonnellate annue.