L’Associazione Indotto AdI e General Industries ha trasmesso alle organizzazioni sindacali le comunicazioni ufficiali relative all’avvio della procedura di licenziamento collettivo per oltre 2500 lavoratori dell’indotto ex Ilva di Taranto.
Il presidente dell’associazione datoriale, Nicola Convertino, ha definito l’iniziativa un atto estremo e doloroso ma ormai inevitabile. La scelta è maturata come diretta conseguenza della scadenza fissata per il mese di ottobre, data in cui è prevista la chiusura delle attività nell’area a caldo della fabbrica. Secondo la ricostruzione dei rappresentanti delle imprese, la situazione attuale è stata determinata dalla mancanza di una pianificazione industriale e strategica in grado di tutelare le aziende della filiera.
Il ruolo delle istituzioni locali e regionali
Nelle valutazioni espresse dalla rappresentanza dell’indotto emerge una critica mirata alla gestione politica della vertenza condotta a livello locale e regionale. Negli anni le amministrazioni comunali hanno opposto diversi dinieghi alle proposte di sviluppo industriale, mosse da motivazioni ambientali e di tutela della salute pubblica che richiedono massimo rispetto ma che hanno generato ripercussioni sul piano produttivo.
Parallelamente vengono evidenziate le posizioni discordanti assunte dalla Regione Puglia. Da un lato la presidenza regionale sostiene la necessità di mantenere la produzione dell’acciaio a Taranto, richiamando concetti legati alla decarbonizzazione e alla tutela dei posti di lavoro. Dall’altro lato l’ente regionale si è costituito in giudizio a supporto dell’azione inibitoria promossa dalle associazioni dei cittadini, il cui percorso giudiziario sta portando allo spegnimento definitivo degli impianti a caldo.
L’appello della Fiom al Presidente del Consiglio
In concomitanza con questi sviluppi, la Fiom Cgil di Taranto ha indirizzato una lettera aperta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il sindacato evidenzia la contraddizione tra il traguardo della stabilità politica rivendicato dall’esecutivo e la grave incertezza che grava sul futuro del polo siderurgico e della città.
Il documento della sigla metalmeccanica ripercorre la storia recente dello stabilimento dal 2012 a oggi. Nel corso delle diverse stagioni di governo, sia di matrice politica che tecnica, non è mai stato attuato un piano coordinato di transizione ecologica capace di coniugare le esigenze ambientali con la tenuta occupazionale. La prassi dei decreti d’urgenza ha semplicemente differito la risoluzione dei problemi strutturali, accentuando il deterioramento degli impianti e le difficoltà dei lavoratori.
Le attese per l’incontro di Palazzo Chigi
L’attenzione dei sindacati e delle maestranze è ora rivolta al confronto programmato per l’otto settembre presso la sede del Governo. L’incontro precederà di ventiquattr’ore l’udienza giudiziaria chiamata a pronunciarsi sull’istanza di sospensiva della chiusura dell’area a caldo.
In quella sede le rappresentanze dei lavoratori chiederanno all’esecutivo di esprimere una posizione chiara sulla piattaforma programmatica presentata dalle organizzazioni sindacali. L’obiettivo primario resta quello di evitare la dismissione di un sito industriale considerato d’interesse strategico nazionale, la cui cessazione rischierebbe di lasciare senza occupazione circa ventimila persone tra dipendenti diretti e indotto, innescando una crisi sociale e ambientale priva di precedenti.







