Guerra in Medio Oriente, bruciati oltre 1.800 miliardi di dollari

 

In poco meno di due mesi di conflitto JP Morgan stima in oltre 1.800 miliardi di dollari il conto salato della guerra in Medio Oriente. Più del Pil di Germania, Giappone e Regno Unito assieme. Gli Stati travolti dalla crisi energetica pagheranno le conseguenze per mesi, se non per anni. Nel numero speciale di Eye on the Market dal titolo “Il vaso di Pandora, lo shock energetico globale del 2026”, Michael Cembalest presidente della divisione strategia di mercato e di investimento di JP Morgan spiega molto bene le criticità della situazione attuale e gli effetti di questo tsunami sull’economia mondiale.

La fame di forniture dei paesi energivori

Cinquantadue paesi rappresentano l’82% del consumo energetico globale. Tra questi c’è anche l’Italia, insieme a Taiwan, Giappone, Corea, Singapore, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Ungheria, Portogallo, Hong Kong e Irlanda. Il nostro paese è tra i più esposti poiché più dipendente dalle forniture di materie prime provenienti dall’estero con una quota pari all’82%. Ed è tra i più esposti alla crisi energetica perché la transizione verso fonti alternative procede molto lentamente. Una rivoluzione incompiuta, non solo all’ombra della penisola, a causa degli elevati costi di realizzazione di sistemi ed infrastrutture di rete. Che si sono assommati a ritardi nella definizione dei quadri normativi entro i quali attivare gli interventi. In generale, spiega Cembalest, gli importatori di gas e petrolio sono influenzati anche se non importano dal Golfo. In un mondo globalizzato e così interconnesso lo shock energetico ha scoperto tutte le vulnerabilità sistemiche. Che si sono dimostrate più complessa da gestire di quanto i governi avrebbero mai immaginato. In tempi di crisi come quello attuale un maggior fabbisogno crea maggiore instabilità.

Le scosse sui mercati finanziari

JP Morgan ha analizzato i rendimenti dei mercati azionari nelle prime 4 settimane di conflitto. La Cina, il paese con maggior autonomia energetica, ha perso solo l’1%. Stati Uniti e Giappone il 4%. Il paese del Sol levante ha contenuto il calo di valore delle attività finanziarie nonostante la sua forte dipendenza dalle forniture estere e dal Golfo da dove arriva l’80% del petrolio. Il Regno Unito ha perso il 5%, Germania e Francia il 7%, Italia e Spagna il 6%. I mercati azionari non si fermano mai, lo shock di una perdita si recupera velocemente a differenza di quanto avviene sul terreno dei bilanci statali e di quelli di famiglie ed imprese dove variazioni minime rischiano di condizionarne la tenuta.     

Gli effetti della crisi su materie prime e produzione

I prodotti petrolchimici derivati da petrolio e gas naturale costituiscono la base per oltre il 95% di tutti i beni manifatturieri: plastica, fertilizzanti, prodotti farmaceutici e fibre sintetiche. Sono fondamentali nel settore sanitario, nelle costruzioni e nell’automotive. Un esempio, si legge nel report, è il metanolo: il 40% della fornitura mondiale proviene dalla regione del Golfo. Il metanolo è un prodotto chiave per la plastica (imballaggi, pellicole di plastica e bottiglie), detergenti, alcol, liquidi refrigeranti, rivestimenti per cavi, fibre per tappeti e adesivi. I prezzi di questa materia prima sono aumentati del 50%.

Fertilizzanti, acido solforico ed elio

I paesi del Golfo esportano in Europa e in Asia il 44% dello zolfo, il 43% dell’urea, e il 27% dell’ammoniaca impiegati globalmente per la produzione di fertilizzanti usati in agricoltura. Da questa area proviene anche un terzo della produzione di acido solforico, utilizzato per i fertilizzanti e anche per l’estrazione di rame e cobalto da minerali di bassa qualità. Il Qatar produce il 34% dell’elio che si trova in commercio: il prezzo di questo gas impiegato nella produzione di semiconduttori e fibre ottiche e nel settore aerospaziale, è aumentato del 100%.

Gli effetti sull’industria e sull’agricoltura

Secondo il Financial Times gli effetti del balzo dei prezzi saranno di lunga durata e peseranno su industria ed agricoltura nella misura del 18,5% di aumenti medi alla produzione al netto della crescita del costo dell’energia e dei trasporti. Le imprese occidentali ne saranno investite direttamente e i riflessi si vedranno sui prezzi al consumo. Ma a pagare il prezzo più alto saranno le economie già disastrate dei paesi più poveri. E si aggraverà, lo dicono le istituzioni europee, l’Onu e la Fao, la crisi umanitaria nei paesi africani alle prese con guerre e carestie.

Tempi lunghi per tornare alla normalità

«Quando si parla di questa guerra come di uno shock globale dei prezzi delle materie prime – dice Cembalest –  è a questo che ci si riferisce». I prezzi balzati così in alto faticheranno a rientrare nella normalità, e forse non lo faranno mai, costringendo intere nazioni a pagare un costo molto alto. JP Morgan definisce anche possibile un cambiamento a lungo termine nell’approvvigionamento energetico globale con un cambio di asse rispetto alle rotte commerciali utilizzate fino allo scoppio della guerra. JP Morgan calcola che la chiusura abbia causato un’interruzione della fornitura globale di petrolio pari a circa 16 milioni di barili al giorno, più del doppio del picco di calo della domanda registrato durante l’intera pandemia di Covid. La banca stima che ogni milione di barili al giorno di fornitura persa aggiunga circa 4 dollari al prezzo del Brent. Questo calcolo produce una pressione al rialzo sul prezzo del petrolio di 64 dollari, dovuta unicamente all’interruzione. La crisi ha rivelato una «eccessiva dipendenza critica» da punti di transito unici per l’energia globale, dipendenza che ora è stata trasformata in un’arma.