Hydra, l’inchiesta su mafia e politica arriva a Roma: dai verbali secretati ai rapporti con il clan Senese, ora si allarga il fronte più delicato

Il sottosegretario Delmastro al ristorante Baffo

Hydra, l’inchiesta su mafia e politica arriva a Roma dove la Procura capitolina si prepara ad acquisire i verbali di Gioacchino Amico e Bernardo Pace, due figure chiave dell’indagine sul cosiddetto “consorzio delle mafie”. È un passaggio tutt’altro che tecnico, perché segna un salto politico e giudiziario che potrebbe allargare il raggio di azione degli investigatori su un terreno finora rimasto in penombra: quello dei rapporti tra i clan, il denaro che si ripulisce nell’economia legale e le possibili sponde nei palazzi della politica.

A Roma, i pm della Direzione distrettuale antimafia coordinati dall’aggiunta Maria Cristina Palaia ascolteranno anche lo stesso Amico, l’uomo indicato come referente del clan Senese in Lombardia. Un nome che pesa non solo per il suo ruolo nel sistema criminale, ma anche per le immagini e i racconti che lo collocano in una zona grigia dove il potere criminale cerca legittimazione, contatti, accessi e sponde. Tra gli elementi rimasti impressi c’è quel selfie con Giorgia Meloni, scattato nel 2019 e poi usato, secondo quanto riferito dallo stesso Amico, per mostrare con chi fosse e dove si trovasse.

Hydra arriva a Roma e tocca il cuore del sistema Senese

La scelta della Procura di Roma di muoversi sui verbali non è un dettaglio secondario. Arriva infatti a margine di un coordinamento tra i magistrati capitolini e quelli milanesi e si inserisce nell’indagine più ampia sul gruppo criminale legato a Michele Senese, detto “‘O Pazzo”, storico nome della camorra romana. Fin qui i fascicoli avevano lavorato soprattutto sul versante criminale classico e su quello economico-finanziario. Ora, però, l’incrocio con gli atti di Hydra promette di trascinare dentro l’inchiesta una materia ancora più esplosiva.

Il primo pilastro dell’indagine romana è quello più visibile e feroce: traffico di droga, piazze di spaccio, rapporti con il tifo organizzato, saldature opache dentro ambienti che già in passato hanno attirato l’attenzione degli inquirenti. In questo quadro converge anche il filone sui mandanti dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà laziale conosciuto come Diabolik. Il secondo pilastro, però, è forse quello più insidioso, perché meno appariscente e più vicino ai circuiti del potere reale: il riciclaggio nel mercato legale, gli investimenti schermati, la rete dei ristoranti e delle attività economiche capaci di assorbire denaro sporco e restituirlo ripulito.

Il filone economico, Delmastro e la rete dei ristoranti

È proprio qui che si inserisce il capitolo della “Bisteccheria d’Italia”, il tratto più politico di tutta la vicenda. In questo filone compaiono Andrea Delmastro e altri esponenti piemontesi, tutti non indagati, accomunati dal fatto di essere stati soci di Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, indicato come prestanome dei Senese. È su questo crinale che gli atti milanesi potrebbero confluire nell’inchiesta romana, perché il tema non è solo chi frequentava chi, ma quale tipo di relazioni potessero nascere attorno a interessi economici, società e ambienti capaci di fare da cerniera tra mondi molto diversi.

Il nome di Amico, del resto, ricorre in una serie di episodi che da tempo agitano il dibattito politico. Secondo quanto emerso, da tesserato di Fratelli d’Italia avrebbe avuto per un periodo la possibilità di accedere liberamente in Parlamento. E proprio a due passi da Montecitorio, nel 2020, avrebbe incontrato le parlamentari Paola Frassinetti e Carmela Bucalo. Nelle intercettazioni si sarebbe poi vantato di contatti con altri esponenti politici di primo piano, da Nicola Molteni a Giorgio Mulè, fino agli ex ministri Renato Brunetta e Angelino Alfano. Tutti i diretti interessati hanno sempre negato di conoscerlo.

I verbali secretati, la morte di Pace e la tensione in Antimafia

L’altra figura chiave è Bernardo Pace, boss vicino a Matteo Messina Denaro che ai pm milanesi stava raccontando i legami del “consorzio delle mafie” con politici di livello nazionale. Il 17 marzo, però, è stato trovato morto in carcere a Torino. La sua morte è stata liquidata come suicidio, ma sulla vicenda indaga la Procura piemontese. Anche questo particolare contribuisce a rendere ancora più carico di ombre un quadro già di per sé delicatissimo, perché Pace non era un nome marginale e le sue dichiarazioni avrebbero potuto spingere l’inchiesta verso territori ancora più sensibili.

Dei verbali di Amico e Pace si è parlato durante le audizioni della Commissione Antimafia in trasferta a Milano, dove sono stati ascoltati il procuratore Marcello Viola e i magistrati che seguono Hydra. Ma proprio la parte più delicata, quella politicamente più rilevante, è stata secretata su richiesta della Procura. Una scelta che ha inevitabilmente acceso sospetti, tensioni e polemiche.

La presidente della Commissione, Chiara Colosimo, ha chiesto esplicitamente se esistano punti di contatto tra Hydra e la vicenda Delmastro. La risposta, però, è finita sotto segreto, così come i verbali di Amico e Pace non sono stati consegnati alla Commissione. Colosimo ha domandato anche se il selfie di Amico con Giorgia Meloni fosse entrato formalmente negli atti dell’inchiesta. La pm Alessandra Cerreti ha chiarito che quella foto non è agli atti perché non si trovava più nel telefono del collaboratore al momento del sequestro, ma ha anche aggiunto che Amico ne aveva parlato ai magistrati, spiegando di averla fatta circolare proprio per far vedere con chi fosse e dove.

Hydra, l’inchiesta su mafia e politica arriva a Roma

Attorno a questa audizione si è consumato anche uno scontro politico durissimo. Roberto Scarpinato, senatore del Movimento 5 Stelle, ha accusato la presidente della Commissione di non aver rispettato gli ordini di intervento, impedendogli di porre tredici domande che aveva preparato sui rapporti tra colletti bianchi legati al clan Senese ed esponenti apicali di Fratelli d’Italia, sia a Milano sia a Roma. Per l’ex procuratore generale di Palermo si sarebbe trattato di “bullismo istituzionale della maggioranza”, formula che fotografa bene il clima di sospetto e tensione che ormai accompagna ogni sviluppo dell’indagine.

È qui che il caso smette di essere soltanto un’inchiesta giudiziaria e diventa un terreno minato per la politica. Perché Roma non sta semplicemente acquisendo qualche verbale da Milano: sta entrando in una materia in cui mafia, denaro, relazioni sociali, fotografie, accessi istituzionali e società apparentemente normali si sfiorano troppo da vicino. E quando succede, il problema non è solo quello che è già scritto negli atti, ma tutto ciò che potrebbe ancora emergere.