Lavoro giovanile, assumere in Italia costa più che nel resto d’Europa

L’assunzione di un giovane lavoratore in Italia comporta un costo del lavoro tra i più elevati d’Europa, ponendo un pesante freno alla competitività delle piccole e medie imprese. Secondo un’analisi condotta dalla Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, per garantire a un giovane dipendente una retribuzione netta di 24mila euro all’anno, una piccola azienda deve sostenere un esborso complessivo superiore a 43mila euro tra retribuzione, imposte, contributi previdenziali e Tfr. La Cna calcola che per ogni 100 euro netti percepiti dal lavoratore, l’azienda ne spende oltre 180.

La classifica europea del costo del lavoro

La simulazione realizzata dalla Confederazione dell’artigianato ha preso in esame una piccola impresa con cinque addetti che assume a tempo indeterminato un lavoratore di 25 anni, single e senza figli, valutando il costo ordinario a regime una volta esauriti gli incentivi all’assunzione. Il confronto tra sei Paesi europei evidenzia divari estremamente marcati a sfavore dell’Italia. In Germania per assicurare un reddito netto annuo di 24mila euro, la spesa totale è pari a 42.800 euro. Dunque 700 in meno rispetto al nostro Paese. In Portogallo la spesa scende a 41.100 euro e in Spagna a 40.700 euro.

Germania e Spagna sono diretti competitor italiani su più fronti produttivi. Berlino su quello dell’industria e del manifatturiero, Madrid sul fronte di turismo e servizi. L’altra grande potenza economica europea, la Francia, consente le assunzioni di giovani lavoratori con una spesa di 39.900 euro. Convenienza estrema, infine, in Irlanda dove portare in azienda un under 35 costa solo 30.400 euro all’anno, circa 12mila in meno rispetto all’Italia.

Lo studio rivela però che le distanze si avvicinano quando si tratta  i calcolare l’esborso necessario per garantire 100 euro netti in busta paga. Si passa dagli oltre 180 euro dell’Italia ai 178 euro della Germania, 171 euro del Portogallo, 170 euro della Spagna, 166 euro della Francia. L’Irlanda si conferma la più conveniente anche su questo fronte con soli 127 euro.

La trappola del “fattore tempo” e dei bonus a scadenza

Oltre all’entità della spesa, l’analisi Cna mette in luce le criticità legate all’evoluzione dei costi nel tempo. Ipotizzando un esonero contributivo di 6mila euro all’anno per i primi due anni, la spesa per l’impresa passa da circa 37.500 euro durante il periodo agevolato ad oltre 43.500 euro al termine dell’incentivo. Si verifica così un aumento del costo aziendale del 16%, senza che lo stipendio netto del lavoratore cresca di un solo euro.

Su un orizzonte di cinque anni, mantenendo costante la retribuzione netta a 24mila euro annui e con l’utilizzo del bonus biennale, il costo complessivo sostenuto dal datore di lavoro supera i 200mila euro, a fronte di 120mila euro netti percepiti dal giovane.

I modelli europei a confronto

L’indagine evidenzia inoltre significative differenze negli strumenti impiegati dai vari Paesi europei per sostenere l’occupazione. La Francia adotta una riduzione strutturale e decrescente dei contributi datoriali per retribuzioni inferiori a tre volte il salario minimo, applicabile anche negli anni successivi all’assunzione.

Il Portogallo affianca agli incentivi all’assunzione il sistema IRS Jovem, che prevede agevolazioni sulla tassazione personale dei giovani fino a 35 anni per un periodo estendibile fino a 10 anni. In Irlanda è presente un sistema di contribuzione aziendale ordinaria contenuta che introduce gradualmente la previdenza integrativa MyFutureFund, con aliquote a carico di impresa e lavoratore destinate a crescere nel tempo.

Costi eccessivi e limiti d’azione

“È necessario superare la logica della continua successione di incentivi temporanei, che possono sostenere l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro ma rischiano di produrre forti discontinuità nei costi aziendali quando terminano“, avverte il presidente Cna Dario Costantini. “Non basta incentivare l’assunzione di un giovane – dice Costantini – occorre rendere sostenibile anche la sua permanenza in azienda. Perché il successo delle politiche per l’occupazione non si misura soltanto dal numero dei contratti attivati, ma soprattutto dalla capacita’ di trasformarli in lavoro stabile e duraturo“.