Federico Baldi, il cantautore fuori dal coro: perché abbiamo bisogno di una nuova generazione di artisti come lui?

Federico Baldi

Ci sono canzoni che si ascoltano e canzoni che, una volta finite, continuano a girare nella testa. Sono quelle che non hanno paura di prendere posizione, di fare domande scomode, di raccontare le contraddizioni del presente. Proprio in quest’ultima categoria si inserisce la musica di Federico Baldi, cantautore che sembra arrivare da un’altra epoca ma che parla con una voce profondamente contemporanea.

Ascoltandolo, il pensiero corre inevitabilmente a Rino Gaetano, Francesco Guccini e Fabrizio De André. Ma non perché Baldi ne riproponga semplicemente le sonorità o ne imiti lo stile, ma perché nella sua scrittura si ritrova qualcosa che oggi sembra sempre più raro: la capacità di usare una canzone per raccontare la società, mettere in discussione le convenzioni e provocare chi ascolta.

Quella di Baldi è una musica che chiede attenzione, ascolto e riflessione. La sua musica non si accontenta di un ritornello destinato a durare il tempo di un video virale sui social. Quella di Baldi restituisce alle parole il loro peso e alla musica la sua funzione più autentica: raccontare il mondo, anche quando farlo significa andare controcorrente.

Una canzone contro i giovani di oggi

Con il nuovo singolo “Come i Fantasmi”, Federico Baldi sceglie di affrontare un tema delicato attraverso l’ironia e la malinconia. Il brano racconta lo smarrimento di una generazione che sembra sempre più concentrata sulla propria dimensione individuale, impegnata a risolvere i conflitti personali mentre si allontana progressivamente dalla vita vera.

La domanda che attraversa la canzone è racchiusa in alcuni versi: “Che se mi risolvo in terapia / come faccio a fare la rivoluzione / come faccio a far poesia?”. Una provocazione che Baldi definisce senza mezzi termini un vero e proprio «dissing al mito della terapia».

«Un tempo per provocare la maggioranza avrei scritto contro il cattolicesimo. Ma oggi per fare le pulci alla mia generazione devo prendermela con una delle sue religioni intoccabili: quella della terapia, dell’autoanalisi, della consapevolezza esibita. Un culto con i suoi riti, i suoi sacerdoti e il suo latino», racconta il cantautore.

Il bersaglio, però, non è la terapia in quanto percorso di cura, ma la trasformazione del suo linguaggio in una moda, in un sistema di etichette utilizzate per interpretare qualsiasi rapporto e comportamento. Baldi parte da una frase ascoltata più volte: «Il mio ex mi ha trattato male perché non è mai andato in terapia».

Da qui nasce una riflessione ironica sull’abitudine contemporanea a ricondurre ogni difficoltà a una diagnosi, a una categoria o a una spiegazione psicologica preconfezionata. Una tendenza che, secondo il cantautore, rischia di trasformare la consapevolezza individuale in una nuova forma di individualismo.

Così, invece di scendere in piazza, finiamo per scomparire. Durante il talk show al Rendez Vous Fest del 10 ottobre 2026, fresco dall’uscita del singolo, alla domanda “Perché si è titolata ‘Come i Fantasmi’”, Baldi ha risposto: “Perché io in questo momento qui non vedo corpi, vedo solo fantasmi vuoti. Come anche noi due che stiamo parlando. Noi due siamo i più vuoti”.

Sotto la lente di Baldi

La critica prosegue nei versi del brano: “Hanno tutti un ex narcisista / Nella lista, da contratto / Amico, non hai l’ADHD / Sei distratto”.

Anche in questo caso, il gioco è tutto nell’esagerazione. Baldi mette nel mirino l’abuso di parole e definizioni che appartengono a contesti complessi, ma che nel linguaggio quotidiano vengono spesso utilizzate con leggerezza. Non è una condanna della salute mentale né della necessità di chiedere aiuto: è una critica alla trasformazione di concetti importanti in formule da conversazione, strumenti per classificare gli altri anziché provare a comprenderli.

La stessa ironia attraversa i contenuti video pubblicati in occasione dell’uscita del singolo. In uno di questi, un immaginario intervento dell’Accademia della Crusca propone addirittura di mettere al bando la parola disfunzionale: «Dovremmo dare un anno di carcere a chiunque la usi durante un aperitivo o una cena».

Il monologo si chiude con una riflessione che fotografa il bersaglio della provocazione: «Prima una cosa era vera se era vera, adesso è vera se a qualcuno fa male. Da penso quindi sono a soffro quindi è vero».

In un video di lancio del brano, Baldi mette a confronto il disagio degli artisti degli anni Settanta con quello contemporaneo: «Negli anni ‘70 per gli artisti c’era l’eroina. Oggi ci sono i safe space e gli sportelli psicologici. E come va a finire? Che con la terapia salviamo Sangiovanni dal burnout invece di lasciarlo marcire nel dimenticatoio».

Il più radicale dei contenuti è invece una sorta di preghiera laica, recitata con tono liturgico e costruita intorno alla ripetizione ossessiva della parola terapista: «Padre nostro che sei in terapia, Ave Terapia, piena di grazia».

Abbiamo bisogno di più cantautori come Federico Baldi

Ma al di là della provocazione, il punto è un altro: abbiamo ancora bisogno di cantautori che abbiano qualcosa da dire. Ne abbiamo bisogno soprattutto in un panorama musicale nel quale, troppo spesso, la velocità di produzione e la ricerca del successo immediato sembrano prevalere sulla scrittura, sulla ricerca e sulla cura artistica.

Non si tratta di rimpiangere il passato o di sostenere che tutta la musica contemporanea sia da buttare. Sarebbe una semplificazione altrettanto superficiale. Il problema è piuttosto la progressiva riduzione dello spazio riservato alla musica che richiede ascolto, approfondimento e curiosità. Così facendo, in un mercato musicale già dominato da logiche sempre più rapide, il rischio è di abituare le nuove generazioni a riprodurre canzoni random senza imparare davvero ad ascoltarle.

È qui che figure come Federico Baldi diventano interessanti. Perché si espongono, parlano, si assumono il rischio di essere divisivi e non sembrano intenzionate a nascondersi dietro formule già sperimentate. Hanno una visione, una cultura musicale e soprattutto la volontà di prendersi cura di ciò che scrivono.

La musica come forma di resistenza

La grande canzone d’autore italiana ci ha insegnato che una melodia può essere anche uno strumento di critica, che una strofa può contenere un pensiero e che l’ironia può diventare una forma di resistenza. Rino Gaetano, Guccini e De André, ciascuno con il proprio linguaggio, hanno dimostrato che la musica popolare può essere intelligente, scomoda, poetica e profondamente legata al proprio tempo.

Oggi serve lasciare spazio a chi prova ad essere autentico, a chi prova a costruire una propria identità artistica senza rinunciare alla complessità e senza inseguire necessariamente le logiche di mercato e alla “viralità social”.

Educare all’ascolto è quasi un atto culturale necessario e doveroso. Ciò significa dare ai ragazzi gli strumenti per riconoscere una bella scrittura, per distinguere una produzione curata da un prodotto costruito soltanto per funzionare e scoprire che esistono canzoni capaci di accompagnarci per anni, non soltanto per qualche settimana. Federico Baldi, con “Come i Fantasmi” e con la sua musica, ci ricorda proprio questo e noi abbiamo bisogno di più cantautori come lui.