Dietro la calma apparente della grande finanza familiare si muove una delle operazioni più pesanti e delicate degli ultimi mesi. Leonardo Maria Del Vecchio, attraverso la sua holding Lmdv, sarebbe vicino a definire un maxiprestito da circa 10 miliardi di euro per acquistare le quote di Delfin oggi in mano ai fratelli Paola e Luca Del Vecchio, ciascuno titolare del 12,5 per cento. Un’operazione gigantesca, che non servirebbe solo a ridisegnare i pesi interni alla cassaforte di famiglia, ma anche a sciogliere l’impasse che si trascina dall’apertura dell’eredità del fondatore di Luxottica, morto nel giugno 2022.
Il punto è tutto qui. Da quasi quattro anni l’universo Del Vecchio vive in un equilibrio sospeso, fatto di quote congelate, asset strategici, equilibri tra otto soci tutti formalmente al 12,5 per cento e una successione che non ha ancora trovato una piena esecuzione. In questo scenario, la mossa di Leonardo Maria ha il sapore di una scalata interna, ma anche di una normalizzazione. Perché se davvero riuscisse a mettere le mani su quel 25 per cento complessivo, salirebbe al 37,5 per cento di Delfin e diventerebbe di fatto il baricentro della holding.
Delfin, il prestito da 10 miliardi e la partita sull’eredità Del Vecchio
I negoziati, secondo quanto emerge, sarebbero partiti già a febbraio e si sarebbero intensificati proprio in queste settimane. All’inizio il confronto avrebbe coinvolto sei banche, ma ora la rosa si sarebbe ristretta a tre nomi pesanti: Unicredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole. Sono questi gli istituti che starebbero valutando la struttura definitiva del finanziamento, cercando la formula per sostenere una delle operazioni più ambiziose viste intorno a una grande dinastia industriale italiana negli ultimi anni.
Il dato impressiona per dimensioni, ma ancora di più per significato. Dieci miliardi di euro non sono soltanto il carburante per comprare quote. Sono la leva per cambiare il baricentro di una holding che vale moltissimo non solo per la sua ricchezza patrimoniale, ma per il suo ruolo nel capitalismo italiano ed europeo. Delfin, infatti, non è un semplice contenitore di famiglia. È una cassaforte che custodisce il 32 per cento di EssilorLuxottica, il 28 per cento di Covivio e partecipazioni finanziarie di primo piano in Monte dei Paschi di Siena, Generali e Unicredit.
Le quote di Paola e Luca valgono 5 miliardi a testa
Il nodo economico dell’operazione sarebbe già stato in parte affrontato. Il difficile momento dei mercati avrebbe favorito una convergenza sul prezzo delle partecipazioni di Paola e Luca Del Vecchio, valutate circa 5 miliardi di euro ciascuna. È su questa base che si costruisce l’intero castello dell’operazione. E se i numeri venissero confermati, il risultato sarebbe netto: la holding Lmdv passerebbe dal suo attuale peso a una quota del 37,5 per cento di Delfin, rompendo l’equilibrio paritario che fino a oggi ha paralizzato la governance familiare.
Qui si capisce perché la mossa non riguardi soltanto i rapporti tra fratelli. La vera posta in gioco è la possibilità di uscire da uno stallo che ha impedito di dare piena esecuzione al testamento e di presentarsi con una linea unitaria nei passaggi decisivi che attendono il gruppo. In altre parole, Leonardo Maria Del Vecchio non starebbe comprando solo quote, ma margine di comando.
EssilorLuxottica, Milleri e il calendario che accelera la trattativa
A spingere verso una chiusura rapida c’è anche il calendario. L’assemblea di EssilorLuxottica per l’approvazione del bilancio 2025 è convocata a Parigi il 28 aprile e, anche se non si prevedono formalmente colpi di scena, Leonardo Maria Del Vecchio vorrebbe arrivare a quella data con almeno l’architettura dell’operazione definita. Non è detto che ci riesca, perché la complessità tecnica del dossier è evidente, ma il fatto stesso che si lavori contro il tempo racconta quanto il momento sia considerato cruciale.
EssilorLuxottica è il cuore dell’impero. E nella primavera del 2027 si dovranno rinnovare i vertici del gruppo, oggi guidato da Francesco Milleri, amministratore delegato e presidente di Essilux oltre che presidente di Delfin. Presentarsi a quel passaggio con una famiglia ancora divisa o immobilizzata da equilibri interni sarebbe un rischio enorme. Al contrario, arrivarci con una catena di comando più chiara significherebbe blindare il principale asset del gruppo proprio nel momento in cui si decide il futuro della governance.
Mps, Generali e Unicredit: perché la mossa su Delfin pesa oltre la successione
Ridurre tutto a una faida ereditaria, però, sarebbe un errore. Delfin oggi è uno snodo che conta anche per gli equilibri della finanza italiana. La holding possiede il 17 per cento di Mps, il 10 per cento di Generali e il 2,7 per cento di Unicredit. Non sono partecipazioni decorative. Sono leve che, in certe fasi, possono orientare voti, alleanze, governance e partite di sistema.
Per questo il fatto che tra le banche pronte a sostenere Leonardo Maria Del Vecchio ci sia proprio Unicredit aggiunge un ulteriore elemento di interesse. Anche perché l’istituto guidato da Andrea Orcel viene da una fase in cui il risiko bancario non è mai uscito davvero di scena. E il controllo più saldo di Delfin potrebbe cambiare anche il peso con cui la holding si muove dentro partite ancora aperte o appena congelate.
Il caso Monte dei Paschi e il segnale lanciato da Delfin
Negli ultimi mesi Delfin ha già mostrato di voler giocare un ruolo pieno in alcune scelte delicate. Lo ha fatto sostenendo con il suo 17 per cento in Monte dei Paschi la lista di Pierluigi Tortora per il rinnovo del consiglio di amministrazione e la conferma di Luigi Lovaglio come amministratore delegato. Una scelta che ha avuto anche un significato politico-finanziario, perché ha segnato una linea precisa in una fase di forte tensione sugli assetti bancari.
È vero che l’operazione di Leonardo Maria Del Vecchio, secondo quanto si racconta, sarebbe nata prima e sarebbe formalmente scollegata dalle ultime vicende di mercato. Ma è altrettanto vero che una Delfin meno bloccata e con un azionista interno più forte cambierebbe inevitabilmente il peso specifico della holding in tutte le partite dove oggi è presente. E questo vale per Mps, ma anche per Generali e per gli eventuali scenari futuri che dovessero riaprire il gioco tra i grandi istituti italiani.
La cassaforte di famiglia diventa un centro di potere
C’è poi un ultimo aspetto, forse il più importante. Negli ultimi anni Leonardo Maria Del Vecchio non si è limitato a vivere all’ombra del cognome. Ha costruito una propria holding, ha investito in Acqua Fiuggi, si è mosso nell’editoria e ha cercato di darsi un profilo imprenditoriale autonomo. Ora, però, si trova davanti alla prova decisiva: passare da erede influente a regista interno della cassaforte di famiglia.
Se l’operazione andasse in porto, Delfin smetterebbe di essere soltanto il luogo dove si custodisce il patrimonio lasciato dal fondatore e tornerebbe a essere, in modo molto più netto, un centro di potere capace di orientare partite industriali, immobiliari e finanziarie. È per questo che il prestito da 10 miliardi non è solo una notizia di finanza. È un passaggio di potere. E forse il primo vero atto con cui si prova a chiudere la lunga e silenziosa guerra dell’eredità Del Vecchio.







