L’Italia delle imprese cresce di dimensioni ma frena sull’innovazione: meno investimenti, meno personale specializzato

I processi di innovazione segnano il passo e le imprese lamentano la mancanza di personale specializzato. Lo dicono i primi risultati della terza edizione del censimento permanente delle imprese condotto dall’Istat. Realizzato tra ottobre 2025 e marzo 2026, ha analizzato un campione di circa 265mila aziende rappresentative di oltre un milione di realtà attive nell’industria e nei servizi. I dati mostrano un sistema produttivo nazionale in cui aumenta la dimensione media aziendale, cala il numero delle micro-attività e si riduce la propensione generale all’innovazione.

Più grandi, meno competitive

Tra il 2018 e il 2024, il numero di imprese con almeno 3 addetti è sceso di circa 14mila unità, mentre il totale degli occupati è aumentato di oltre 1,5 milioni, portando la dimensione media da 12 a 13,8 addetti per azienda. Tuttavia, il controllo resta fortemente concentrato: l’84,6% delle imprese è a conduzione familiare o controllato da un unico soggetto. In questo scenario prevale una condotta cauta: ben l’83,2% delle aziende con almeno 10 addetti indica come obiettivo prioritario la difesa della propria posizione competitiva, mentre soltanto il 44,4% punta ad aumentare gli investimenti in nuove tecnologie.

La frenata dell’innovazione: R&S e macchinari in contrazione

I dati dell’Istat evidenziano un progressivo raffreddamento delle attività innovative. La quota di imprese impegnate in progetti innovativi è passata dal 38,2% del triennio 2016-2018 al 37,3% del biennio 2024-2025. A mantenere una tenuta solida sono soltanto le grandi realtà con oltre 250 addetti (dove la percentuale di imprese innovatrici si mantiene attorno all’80%), la cui stabilità non compensa però il declino registrato nelle micro, piccole e medie imprese.

L’arretramento coinvolge direttamente i principali driver di sviluppo. Tra le aziende con almeno 10 addetti, la R&S svolta internamente perde 3,3 punti percentuali rispetto al biennio 2021-2022, mentre quella acquistata all’esterno cala di 0,9 punti. Tra le medie imprese (50-249 addetti), la R&S interna subisce un crollo di 9 punti percentuali.

L’acquisizione di macchinari e impianti (inclusi quelli legati a Industria 4.0 e 5.0) segna una contrazione di 1,5 punti percentuali per le aziende con almeno 3 addetti e di 4,3 punti per quelle con oltre 10 addetti. Ancora più marcata la flessione nell’hardware, con un calo fino a 11 punti percentuali tra le grandi imprese rispetto al triennio 2016-2018.

L’industria registra una dinamica peggiore rispetto ai servizi. L’unica voce in netta controtendenza è il marketing, la cui diffusione cresce in tutti i comparti con un picco di +4 punti percentuali nei servizi digitali e dei media.

Quanto investono le aziende italiane

Nel 2025 la spesa totale nazionale in R&S pubblica e privata è stata pari a 31 miliardi di euro (circa l’1,40% del Pil), in crescita del 5,6% rispetto al 2024. Tra il 2021 e il 2023 la spesa si è attestata intorno ai 29-30 miliardi di euro annui, portando il totale del quinquennio a oltre 145 miliardi di euro.

Digitalizzazione a passo lento

Sul fronte della transizione digitale, il panorama appare disomogeneo. Sebbene strumenti quali i software gestionali (ERP e CRM) e i servizi Cloud rimangano centrali, i loro tassi di adozione crescono a ritmo ridotto: gli ERP/CRM si attestano al 35,3% delle aziende e il Cloud al 29,7%. L’unica vera accelerazione riguarda la cybersicurezza, spinta dall’aumento delle minacce informatiche, che interessa un quarto delle aziende con almeno 3 addetti e oltre il 40% di quelle da 10 addetti in su. Le tecnologie applicative più complesse (big data, internet delle cose, realtà virtuale) restano invece sotto la soglia del 10% di diffusione.

Il nodo dell’intelligenza artificiale

Per quanto riguarda l’Intelligenza Artificiale, l’adozione di almeno una tecnologia IA è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, raggiungendo il 16,5% delle imprese con almeno 3 addetti e il 23,2% di quelle con almeno 10 addetti. Tuttavia, l’analisi delle applicazioni rivela un utilizzo ancora embrionale.

Le funzioni più diffuse riguardano l’analisi di documenti di testo (12,7% tra le aziende con almeno 3 addetti) e la generazione di contenuti visivi o audio (7,8%). Al contrario, L’analisi avanzata dei dati si ferma al 2,3%, l’automazione dei flussi di lavoro al 2,0% e l’impiego della robotica a guida autonoma allo 0,7%. Numeri assolutamente insufficienti a contenere la penetrazione dei competitor internazionali.

Carenza di competenze tecniche: il vero ostacolo alla crescita

Il principale freno strategico per il sistema produttivo è rappresentato dal mismatch di competenze professionali. Per il triennio 2026-2028, il 43,3% delle imprese con almeno 10 addetti ritiene prioritarie le competenze tecniche e specialistiche, mentre le competenze digitali avanzate e legate all’IA sono indicate dal 23,5% delle aziende (con punte del 34,8% nelle medie e del 46,1% nelle grandi).

La difficoltà nel reperire risorse qualificate vincola fortemente il mercato del lavoro.

La carenza di competenze tecniche ha bloccato le assunzioni nel 30,0% delle imprese che hanno cercato personale nel biennio 2024-2025. Il fenomeno è particolarmente acuto nell’industria in senso stretto (37,7%), nelle costruzioni (42,7%) e nei servizi d’informazione e comunicazione (34,4%), raggiungendo valori compresi tra il 51% e il 53% tra le medie e grandi imprese (fino al 60% nei settori ad alta tecnologia).

Il gap geografico

La criticità si avverte con maggiore intensità nel Nord-Est, dove il 35,5% delle imprese segnala ostacoli sul fronte delle competenze tecniche e il 22,0% su quelle trasversali. Per fronteggiare questa scarsità, il 72,1% delle imprese con almeno 10 addetti (e l’87,9% delle grandi) attua pratiche di attrazione e trattenimento del personale. Le azioni più diffuse includono aumenti salariali, flessibilità dell’orario lavorativo e corsi di formazione aziendale. Inoltre, oltre un quarto delle grandi imprese (25,2%) ha introdotto misure per il benessere lavorativo e la conciliazione dei tempi di vita-lavoro, mentre l’11,4% adotta strumenti dedicati alla gestione delle diversità.

Fattori di competitività: la qualità prima del prezzo, scende il peso del fattore umano

Nella sfida sui mercati, le imprese italiane continuano a puntare principalmente sulla qualità del prodotto o del servizio offerto, indicata come punto di forza dal 77,4% delle aziende con almeno 10 addetti. Seguono la professionalità e competenza del personale (40,7%) e il prezzo di vendita (35,3%).

Rispetto alle precedenti edizioni del censimento, si evidenziano alcuni significativi cambiamenti nelle leve competitive. Il fattore umano perde terreno, con una contrazione di 6,9 punti percentuali rispetto al 2022 come elemento strategico distintivo.

Guadagnano peso la qualità (+3,9%) e il prezzo (+2,4%), con quest’ultimo che caratterizza maggiormente le piccole imprese (36,1%) rispetto a medie (30,5%) e grandi (25,5%).

Le grandi imprese fanno leva sulla diversificazione produttiva (25,7%), mentre le medie puntano sulla flessibilità (22,5%).

Rimane invece ancora molto contenuta la quota di aziende che individua un punto di forza nella sostenibilità ambientale (1,7%) o nella sostenibilità sociale (0,5%).