La Corte di giustizia europea ha stabilito che gli editori devono essere compensati per l’utilizzo dei contenuti giornalistici da parte delle piattaforme social. I giudici hanno accolto la richiesta formulata dall’Autorità italiana per le garanzie nelle comunicazioni nell’ambito di una controversia aperta con Meta. L’Agcom aveva stabilito i criteri per definire il diritto ad un’equa remunerazione a favore degli editori per l’uso online delle loro pubblicazioni e aveva regolamentato i termini entro i quali garantire tale remunerazione. Meta, però, aveva impugnato la decisione davanti al Tar del Lazio. Ora il tribunale di giustizia del Lussemburgo ha dato ragione all’Authority.
La sfida sui contenuti
La società di Menlo Park, sosteneva che la decisione dell’Autorità e la normativa italiana erano incompatibili con la direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale e con la libertà d’impresa garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Per i giudici Ue, invece, il diritto alla remunerazione è compatibile con le norme comunitarie, a patto che costituisca il corrispettivo per l’autorizzazione all’uso online delle pubblicazioni e che gli editori restino liberi di concedere l’utilizzo anche a titolo gratuito o di negarlo.
La replica di Meta
L’azienda di Mark Zuckerberg ha appellato la decisione dell’Agcom e ha perso. Ora il colosso tecnologico fa sapere che «esaminerà la decisione» ma che, come previsto dalla stessa sentenza, «nessun pagamento va agli editori senza l’uso delle notizie».
Cosa prevede la decisione della Corte di giustizia
Sono quattro i passaggi di rilievo contenuti dalla sentenza del Lussemburgo e riguardano i poteri dell’Agcom, il diritto di stabilire il quantum, la visibilità dei contenuti giornalistici e gli obblighi di trattativa.
I poteri dell’Agcom
Il primo passaggio rappresenta la conferma della sostanziale della compatibilità tra le norme nazionali e la direttiva del 2019 sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato digitale. Quindi, dice la Corte di giustizia, tutte le attività svolte dalle piattaforme in area Ue si devono adeguare ad essi ed il diritto europeo è sovrano.
L’equo compenso sui contenuti pubblicati
Il secondo passaggio stabilisce che Agcom ha il diritto di determinare un equo compenso, in quanto autorità delegata per legge a svolgere tale ruolo, anche in mancanza si un accordo stabilito tra le parti. E per effetto di ciò, può di conseguenza operare un controllo sugli obblighi di prestazione in capo alle aziende, comminando, se necessario, sanzioni amministrative pecuniarie in caso di violazioni.
La visibilità dei contenuti giornalistici
La sentenza stabilisce che gli editori hanno tutto il diritto di rifiutare l’autorizzazione a veder pubblicate le informazioni realizzate dalle proprie testate giornalistiche. Possono altresì concederla a titolo gratuito. In ogni caso dietro la stipula di un regolare contratto. Le piattaforme pagheranno solo per i contenuti pubblicati.
Gli obblighi di trattativa tra gestori delle piattaforme ed editori
Per la Corte di giustizia sono giustificati gli obblighi a carico dei gestori delle piattaforme relativamente all’avvio delle trattative con gli editori, senza limitare la visibilità dei contenuti. Gli stessi gestori sono altresì obbligati a fornire informazioni per il calcolo della remunerazione.
I guadagni delle big tech
Il potere del click è sempre più dominante. L’informazione è una delle voci che consente i maggiori guadagni alle big tech che offrono anche questo servizio con ulteriori benefici dagli introiti pubblicitari. I banner e gli spot pop up che compaiono sulle pagine social consentono incassi giornalieri pari a circa 30 milioni di dollari. Fino ad oggi nulla era dovuto, in Italia, agli editori delle testate giornalistiche. Una sentenza apripista, quella della Corte di giustizia europea, per la tutela del diritto d’autore e del lavoro di tanti professionisti del settore.







