Poste Italiane dice addio alle lettere? Del Fante frena: “Perdiamo 100 milioni l’anno ma non faremo come la Danimarca”

Poste Italiane, sportelli

Le lettere crollano, la posta tradizionale perde colpi anno dopo anno e il servizio universale pesa sempre di più sui conti di Poste Italiane. Ma la linea del gruppo resta chiara: niente fuga dal territorio e niente modello Danimarca. A dirlo è l’amministratore delegato Matteo Del Fante, intervenuto in Commissione Trasporti alla Camera durante l’audizione sul contratto di programma tra il ministero delle Imprese e Poste Italiane per il periodo 2026-2031.

Il dato che colpisce di più è quello sui volumi della corrispondenza. Dal 2014 a oggi gli invii di lettere in Italia si sono più che dimezzati. Un crollo che fotografa in modo brutale la trasformazione delle abitudini degli italiani e la crisi strutturale di un servizio che un tempo rappresentava il cuore stesso di Poste Italiane. Oggi, invece, la corrispondenza tradizionale è un’attività in perdita e costa all’azienda circa 100 milioni di euro di ricavi in meno ogni anno.

Lettere in caduta libera, Poste Italiane perde 100 milioni l’anno

Matteo Del Fante non gira attorno al problema e lo dice con grande chiarezza: continuare a garantire il servizio con volumi così bassi è una sfida sempre più dura. Il punto, spiega, è che i ricavi scendono costantemente, mentre i costi non si possono abbattere con la stessa velocità. E soprattutto non si può pensare di tagliare in modo lineare il costo principale, cioè quello del lavoro. Anzi, sottolinea il manager, negli anni il costo del personale è perfino aumentato.

Il risultato è che la posta tradizionale da sola non regge più. Ma Poste Italiane oggi non vive soltanto di lettere. Ed è proprio questa la chiave che permette al gruppo di continuare a presidiare il territorio senza smontare il servizio universale. A tenere in piedi l’equilibrio sono infatti gli altri pilastri dell’azienda: i pacchi, i servizi finanziari, le assicurazioni, le carte di pagamento e la telefonia.

Del Fante: “Non seguiremo l’esempio della Danimarca”

Il passaggio più politico e più forte del ragionamento di Matteo Del Fante riguarda il confronto con la Danimarca. Dal primo gennaio, ricorda l’ad, Copenhagen ha eliminato tutti gli obblighi di servizio universale. Tradotto: di fatto, la posta come servizio pubblico non esiste più. Il governo danese ha scelto di considerare la transizione digitale sufficiente a sostituire il recapito tradizionale.

Poste Italiane, invece, prende un’altra strada. Matteo Del Fante rivendica la scelta di restare presente sul territorio e di continuare a erogare il servizio, pur in un contesto economicamente difficile. E lo fa anche rinunciando a chiedere fino in fondo il massimo ristoro pubblico teoricamente possibile. Il finanziamento statale resta infatti fermo a 262 milioni di euro l’anno, molto meno dei 700 milioni indicati dall’Agcom come costo effettivo del servizio universale. Una differenza enorme che, nelle parole del manager, l’azienda decide di assorbire perché oggi produce utili in crescita in altri settori.

Dai portalettere ai pacchi: così cambia Poste Italiane

La trasformazione più evidente riguarda proprio il lavoro quotidiano dei postini. Se la posta da consegnare diminuisce drasticamente, il modello organizzativo deve cambiare. Matteo Del Fante lo spiega in modo diretto: i portalettere si stanno trasformando in una rete di consegna dei pacchi. È qui che si gioca una parte decisiva del futuro del gruppo.

L’uscita della posta prioritaria dal servizio universale e il passaggio a consegne su cinque giorni offrono a Poste Italiane maggiore flessibilità. In pratica, quando in una determinata zona bisogna consegnare una lettera, il gruppo prova a ottimizzare il viaggio aspettando che nello stesso arco di tempo ci sia anche un pacco da recapitare. Una logica industriale, quasi inevitabile, che punta a costruire sinergie e a rendere meno pesante un’attività che da sola non si sostiene più.

Uffici postali stabili e rete rafforzata sul territorio

Nonostante il crollo delle lettere, Poste Italiane non taglia la propria presenza fisica. Del Fante rivendica il mantenimento dei 13mila uffici postali, sostanzialmente invariati rispetto a nove anni fa. Un numero che il gruppo considera centrale non solo per il servizio postale, ma anche per il ruolo sociale e commerciale che Poste continua a svolgere in molte aree del Paese.

A questa rete si aggiunge poi quella dei punti terzi, come tabaccai, bar ed edicole, arrivata a 49mila unità. Una presenza capillare che rafforza ulteriormente la distribuzione dei servizi e dimostra come Poste oggi sia molto più di una semplice azienda di recapito.

Pacchi, finanza, assicurazioni e Postepay

Se le lettere affondano, il resto del gruppo corre. Del Fante ricorda che il settore Corrispondenza e Pacchi resta il comparto più importante, sostenuto da quasi 6 miliardi di investimenti in questi anni, con centri di smistamento definiti all’avanguardia. Ma il vero punto è che Poste Italiane ormai ha quattro anime ben distinte e tutte molto redditizie.

Sul fronte finanziario il gruppo gestisce oltre 600 miliardi di risparmi, compresi 340 miliardi di risparmio postale, e conta 6,6 milioni di conti correnti. Nei servizi assicurativi raccoglie circa 20 miliardi di premi lordi l’anno nel ramo vita e 1,2 miliardi nel ramo danni. Poi c’è il mondo Postepay, dove Poste Italiane mantiene la leadership nelle carte di pagamento con 95 miliardi di transato e una quota di mercato del 20 per cento, oltre ai 5 milioni di clienti tra mobile, fisso e fibra.

È questa struttura multipla che oggi consente all’azienda di continuare a tenere in piedi anche un settore in crisi come quello della corrispondenza. Senza questi margini, il discorso sul servizio universale probabilmente sarebbe molto diverso.

Poste-Tim, Del Fante apre anche alle azioni per i dipendenti

Nel quadro della trasformazione del gruppo entra anche l’operazione su Tim, che Matteo Del Fante definisce un primo passo importante nel consolidamento del settore telecomunicazioni. L’ad precisa che l’operazione non tocca la rete, già ceduta da Tim nel 2024 a Fibercop, ma si inserisce in una strategia più ampia di rafforzamento di Poste nel comparto delle telecomunicazioni.

Ed è proprio su questo fronte che arriva un altro segnale interessante. Matteo Del Fante non chiude infatti alla possibilità che una piccola parte delle nuove azioni emesse nell’ambito dell’operazione possa andare anche ai dipendenti, eventualmente con un contributo dell’azienda. Nessuna decisione presa, ma un’apertura che mostra come il gruppo voglia ragionare anche su strumenti di coinvolgimento diretto del personale.

In controluce resta però il dato più simbolico di tutti: la posta tradizionale si avvia lentamente verso l’estinzione, ma Poste Italiane non intende farsi trascinare giù insieme alle lettere. Il messaggio di Matteo Del Fante è tutto qui: il vecchio mondo finisce, ma l’azienda prova a restare in piedi cambiando pelle, non abbandonando il campo.