Giorgia Meloni adesso si ritrova contro anche gli avvocati. Dopo lo scontro mai davvero rientrato con una parte della magistratura, il Dl sicurezza apre infatti un altro fronte delicatissimo, questa volta con l’avvocatura. Il punto che ha fatto esplodere la polemica è la norma sui rimpatri volontari assistiti, quella che prevede un incentivo economico per i professionisti coinvolti nella procedura. Una misura che il governo ha difeso in nome del “buonsenso”, ma che il Consiglio nazionale forense ha di fatto respinto, prendendo le distanze in modo netto.
Francesco Greco, presidente del Cnf, non usa formule diplomatiche per addolcire il punto politico e tecnico della questione. Dice che quel meccanismo non sta in piedi, perché l’avvocato non può ricevere un compenso subordinato a uno specifico esito della propria attività. Tradotto: un difensore non può essere spinto, premiato o condizionato in funzione del risultato finale, perché così salta il principio stesso di libertà e indipendenza della difesa.
Greco aggiunge anche un altro elemento politicamente pesante: il governo ha evocato il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense, ma il Cnf, su quella norma, non è stato informato né prima, né durante, né dopo l’approvazione dell’emendamento. Una smentita secca, che lascia Palazzo Chigi scoperto proprio su un passaggio che l’esecutivo avrebbe voluto far apparire condiviso.
Il governo corregge, ma continua a difendere la norma
Il paradosso politico sta tutto qui. Da una parte il governo insiste nel dire che non si tratta di un pasticcio. Dall’altra ammette che la norma va corretta e annuncia un decreto ad hoc per raccogliere i rilievi arrivati dal Quirinale e dall’avvocatura. Secondo quanto ricostruito, l’esecutivo starebbe lavorando a un correttivo che allarghi la platea dei destinatari del contributo, includendo non solo gli avvocati ma anche mediatori e associazioni, e che sganci il pagamento dall’esito positivo del rimpatrio. Segno evidente che il problema esiste, eccome, e che non si può liquidare con una battuta politica.
La vicenda ha già prodotto una torsione istituzionale visibile. Il Colle mantiene alta l’attenzione sulla norma e, secondo ANSA, difficilmente avrebbe potuto firmare quel testo senza modifiche. Il decreto sicurezza deve essere convertito entro il 25 aprile e proprio questa corsa contro il tempo ha spinto la maggioranza verso una soluzione di emergenza, con il risultato però di esporre ancora di più la fragilità politica e tecnica dell’impianto.
Greco smonta il cuore del meccanismo
Le parole del presidente del Consiglio nazionale forense colpiscono perché arrivano dal vertice dell’organismo rappresentativo dell’avvocatura italiana e perché non lasciano spazio a equivoci. Francesco Greco non entra in una polemica di parte, non fa un discorso ideologico, non si mette a contestare genericamente il governo.
Fa una cosa molto più devastante per Palazzo Chigi: dice che quella norma, sul piano tecnico e deontologico, non è compatibile con il ruolo dell’avvocato. E quando aggiunge che i difensori devono essere sempre liberi, centra il nervo vero della questione. Perché qui non si discute soltanto di una cifra o di una procedura amministrativa, ma del rapporto tra Stato, difesa e risultato della difesa stessa.
Il colpo politico è doppio
Da un lato cade l’idea che il governo possa presentare la misura come un semplice incentivo operativo. Dall’altro si incrina anche il racconto di una categoria pronta a seguire l’esecutivo su un terreno così sensibile. L’avvocatura, almeno nella sua massima rappresentanza, non si fa arruolare e lo dice con parole che pesano moltissimo.
Azzariti affonda: “Degenerazione del processo legislativo”
Se Greco smonta la norma sul piano professionale, Gaetano Azzariti la demolisce sul piano costituzionale e politico. Il costituzionalista parla apertamente di “degenerazione del processo legislativo senza precedenti”, denuncia lo svilimento del Parlamento e accusa il governo di aver ignorato la Carta. Non è una critica marginale, né una sfumatura da addetti ai lavori.
È un attacco frontale al metodo con cui l’esecutivo sta gestendo il Dl sicurezza e, più in generale, all’uso del decreto legge come strumento per tappare falle che il governo stesso ha aperto. Il punto più tagliente del ragionamento di Azzariti sta proprio nell’assurdità del rimedio annunciato: correggere con un nuovo decreto legge una norma già giudicata palesemente illegittima prima ancora che entri davvero in vigore.
Per il costituzionalista siamo oltre il normale scontro politico. Siamo davanti a una forzatura che mette in discussione la tenuta del procedimento legislativo e il rispetto stesso delle regole costituzionali. In questo quadro, la moral suasion del Quirinale diventa l’argine che evita un incidente istituzionale ancora più clamoroso.
Meloni si ritrova con toghe e avvocati sullo stesso fronte
C’è poi un elemento politico che per il governo pesa quasi quanto il nodo tecnico. La norma sugli incentivi ai legali riesce in una piccola impresa: riavvicina avvocatura e magistratura proprio mentre la maggioranza prova da tempo a giocare sulle loro differenze. Francesco Greco, pur evitando di parlare di conflitto, ricorda che avvocati e magistrati restano i due attori fondamentali della giurisdizione e che l’avvocatura, quando interviene, lo fa nell’interesse dei cittadini. È una risposta elegante ma chiarissima: su questo terreno non ci sono convenienze di schieramento, ma principi.
Ed è questo, forse, il problema più serio per Giorgia Meloni. Perché la premier continua a sostenere che la norma resti giusta nell’impianto, ma intanto il fronte giuridico le sta dicendo il contrario. Non solo le opposizioni, non solo i costituzionalisti, non solo il Quirinale. Adesso anche l’organismo che rappresenta gli avvocati italiani le sta spiegando che quel meccanismo non si può difendere. E quando una misura riesce a coalizzare così tante resistenze nel mondo del diritto, il danno politico supera di molto il singolo articolo di legge.
Il risultato è che il Dl sicurezza, anziché rafforzare l’immagine di un governo compatto e deciso, mostra una crepa vistosa. Meloni difende la linea, ma intanto corregge. Gli avvocati si sfilano. I costituzionalisti parlano di deriva. Il Colle osserva e interviene. E il Parlamento si ritrova a votare un testo che tutti sanno già da rifare. Non è solo una grana tecnica. È un autogol politico in piena regola.







