Giorgia Meloni non arretra di un millimetro sul decreto sicurezza. Lo difende, lo rilancia e respinge con decisione l’etichetta di “pasticcio” affibbiata dalle opposizioni. Dal Salone del Mobile di Milano, la presidente del Consiglio chiarisce la linea del governo: la norma resta, ma verranno introdotti correttivi tecnici dopo i rilievi arrivati dal Quirinale e dagli addetti ai lavori.
Dl sicurezza, Meloni tira dritto: “La norma resta”
La premier Meloni lo dice senza giri di parole: “Non considero il decreto un pasticcio”. Poi entra nel merito e spiega che il governo ha già avviato una revisione tecnica. “Stiamo raccogliendo alcuni rilievi del Quirinale e degli avvocati e li trasformeremo in un provvedimento ad hoc”, chiarisce, sottolineando però un punto chiave: i tempi della conversione non consentivano modifiche immediate.
Il messaggio politico resta netto. La norma contestata, in particolare quella legata al ruolo degli avvocati nei rimpatri volontari, non si tocca nella sostanza. “Rimane, perché è una norma di assoluto buonsenso”, insiste Meloni, mostrando sorpresa per le critiche arrivate in questi giorni.
Scontro sulle opposizioni: “Mi stupiscono certe critiche”
Il clima politico si scalda e Meloni punta il dito contro le opposizioni e ribalta l’accusa: “Francamente mi stupisce quello che ho sentito dire”. La premier difende la ratio della norma con un ragionamento diretto: se lo Stato riconosce il gratuito patrocinio agli avvocati che assistono i migranti nei ricorsi contro l’espulsione, allora deve riconoscere anche chi li assiste quando scelgono il rimpatrio volontario.
Un passaggio che diventa il cuore dello scontro. Per il governo si tratta di coerenza e di una misura in linea con le richieste europee. “Sui rimpatri volontari assistiti siamo d’accordo, è uno strumento che l’Europa ci chiede di rafforzare”, ribadisce Meloni. Poi affonda: “Ora scopro che non siamo d’accordo neanche su questo, ma noi andiamo avanti”.
Tensione in Aula: occupazione e seduta sospesa
Intanto alla Camera la tensione sale durante la discussione sul decreto sicurezza, alcuni deputati delle opposizioni occupano i banchi del governo. Il presidente di turno Fabio Rampelli sospende la seduta dopo momenti di forte tensione. Tra i più attivi nella protesta il deputato del Pd Arturo Scotto, poi espulso dall’Aula.
La scena fotografa il livello dello scontro politico. Le opposizioni chiedono un confronto più ampio e accusano il governo di forzature, mentre l’esecutivo accelera sulla fiducia e sulla chiusura del provvedimento.
Conte attacca: “Meloni mette in imbarazzo Mattarella”
Nel frattempo arriva l’affondo di Giuseppe Conte, che alza ulteriormente il livello dello scontro. “Meloni sta mettendo in imbarazzo Mattarella”, accusa l’ex premier, invitando il governo a fermarsi e confrontarsi con i costituzionalisti.
Un attacco diretto che chiama in causa il Colle e il delicato equilibrio istituzionale. Il decreto sicurezza diventa così non solo un tema politico, ma anche un terreno di scontro tra governo e opposizione sul rispetto delle procedure e dei rilievi costituzionali.
Hormuz, Meloni frena: “Decida il Parlamento”
Sul fronte internazionale, la premier cambia tono ma non la prudenza. Alla domanda su un eventuale coinvolgimento nello scenario dello Stretto di Hormuz, Meloni sposta la responsabilità su un passaggio istituzionale preciso: “Decida il Parlamento”.
Una frase che pesa. Perché indica la volontà di condividere una scelta delicata con le Camere, evitando decisioni unilaterali su un dossier che riguarda sicurezza, equilibri internazionali e possibili implicazioni militari.
Il messaggio è chiaro: sul decreto sicurezza il governo tira dritto, sulle crisi globali cerca una copertura politica più ampia. Due fronti diversi, ma un’unica linea: non arretrare sotto pressione.







