C’è un punto oltre il quale la provocazione smette di essere folklore e diventa insulto istituzionale. Donald Trump lo ha superato ancora una volta, prendendo di mira Giorgia Meloni con un post su Truth Social nel quale pubblica un’immagine della presidente del Consiglio italiana in atteggiamento di presunta “adorazione” davanti a lui, accompagnandola con la frase «Restraining order needed», cioè «serve un ordine restrittivo». Una battuta volgare, sguaiata, fuori luogo, indegna del presidente degli Stati Uniti e soprattutto offensiva nei confronti del capo del governo di un Paese alleato. Il punto non è difendere Meloni dalle critiche. Il punto è difendere l’Italia dal dileggio di un leader straniero che continua a comportarsi come un bullo da social network invece che come il rappresentante della principale potenza occidentale.
Si può essere ferocemente contrari al governo Meloni, contestarne la politica economica, la linea europea, le scelte sui diritti, la gestione dell’immigrazione, la postura internazionale. Si può pensare tutto il male possibile della destra italiana e continuare a combatterla ogni giorno nel merito. Ma quando il presidente degli Stati Uniti si permette di ridicolizzare il presidente del Consiglio italiano, la questione non riguarda più soltanto Giorgia Meloni. Riguarda la dignità istituzionale del nostro Paese. Perché chi siede a Palazzo Chigi rappresenta l’Italia anche agli occhi del mondo, compresi quei milioni di cittadini che non l’hanno votata e che non la voteranno mai.
Il bullismo non è politica estera
Donald Trump ha costruito la propria figura pubblica sulla derisione dell’avversario, sull’insulto, sulla rissa permanente, sulla trasformazione della politica in un reality show nel quale ogni interlocutore diventa un bersaglio da umiliare davanti alla platea dei sostenitori. È il suo linguaggio, il suo metodo, il suo marchio. Ma un conto è la campagna elettorale, un altro è la guida degli Stati Uniti d’America. Un presidente può essere duro, spigoloso, perfino brutale nella difesa degli interessi nazionali. Non può però confondere la fermezza con la cafonaggine, la leadership con il bullismo, la politica estera con una battutaccia da bar.
Quella contro Meloni non è una semplice uscita infelice. Arriva alla vigilia del vertice Nato di Ankara, dunque in un momento in cui gli alleati dovrebbero misurare parole, gesti e rapporti reciproci. Invece Trump sceglie ancora una volta la via dell’umiliazione pubblica, come se l’alleanza atlantica fosse il set di uno spettacolo personale e gli altri capi di governo comparse da usare per alimentare il proprio narcisismo politico. È un comportamento che non rafforza gli Stati Uniti. Li degrada. Perché l’autorevolezza di una grande potenza non si misura dalla capacità di schernire gli alleati, ma da quella di guidarli senza trasformarli in bersagli.
L’Italia deve rimandare l’offesa al mittente
Qui non serve alcuna ordinanza restrittiva per Giorgia Meloni. Semmai servirebbe un trattamento sanitario obbligatorio politico e comunicativo per un presidente americano che sembra incapace di distinguere tra una battuta e un’offesa, tra una provocazione e uno sgarbo diplomatico, tra il proprio ego e la dignità degli altri Paesi. Trump può pensare ciò che vuole della presidente del Consiglio italiana, ma non può trattare l’Italia come un oggetto di scherno. E su questo, almeno su questo, sarebbe auspicabile che il Paese sapesse stringersi intorno alla propria rappresentanza istituzionale senza rifugiarsi nella solita contabilità di partito.
Il riflesso più meschino sarebbe quello di godere dell’attacco solo perché colpisce un leader che una parte degli italiani detesta. Sarebbe un errore. Oggi tocca a Meloni, domani potrebbe toccare a un presidente del Consiglio di sinistra, a un tecnico, a un moderato, a chiunque rappresenti l’Italia in un consesso internazionale. Il rispetto per le istituzioni non può dipendere dalla simpatia politica del momento. Chi insulta il capo del governo italiano, soprattutto se lo fa da capo di Stato straniero, non colpisce soltanto una persona: colpisce il ruolo, la funzione e il Paese che quella funzione rappresenta.
Il limite è stato superato
La verità è che Trump da tempo ha normalizzato l’inaccettabile. Ha abituato il dibattito pubblico a considerare le sue intemperanze come parte del personaggio, i suoi eccessi come colore, le sue maleducazioni come linguaggio diretto. Ma la presidenza degli Stati Uniti non può essere trattata come il profilo social di un provocatore professionista. Ogni parola pronunciata o pubblicata da chi occupa la Casa Bianca ha un peso politico, diplomatico e simbolico. E quando quelle parole umiliano un alleato, l’effetto non resta confinato alla battuta. Diventa un segnale.
Per questo il caso Meloni-Trump non può essere liquidato come l’ennesima scenetta del presidente americano. È qualcosa di più serio. È la dimostrazione di quanto sia pericoloso affidare un potere immenso a chi sembra usare le relazioni internazionali come una lavagna sulla quale scrivere insulti. L’Italia non deve reagire con isteria, ma con fermezza. Non deve cadere nella stessa volgarità, ma nemmeno fingere che tutto sia normale. Perché normale non è. Un presidente americano che dileggia pubblicamente il presidente del Consiglio italiano non sta facendo politica. Sta facendo il bullo. E i bulli, prima o poi, vanno fermati.







