Le guerre si combattono lontano dai confini italiani, ma il conto arriva direttamente nelle casse delle nostre imprese. Ed è un conto da 296,3 miliardi di euro. Tanto, secondo Confartigianato, è costata all’economia nazionale la successione di conflitti, crisi energetiche, tensioni geopolitiche e scelte protezionistiche che hanno attraversato il mondo tra il 2022 e il 2026. Quasi 300 miliardi bruciati tra esportazioni mancate, maggiori spese per acquistare energia dall’estero e oneri finanziari cresciuti durante le strette monetarie.
La cifra emerge dal rapporto dell’Ufficio studi di Confartigianato, presentato all’assemblea della Confederazione all’Auditorium della Conciliazione di Roma. Un bilancio che riunisce gli effetti economici di cinque anni nei quali la guerra in Ucraina, l’instabilità del Medio Oriente e la nuova politica commerciale degli Stati Uniti hanno modificato le condizioni in cui operano le aziende italiane.
Il conto da 296,3 miliardi: tre colpi all’economia italiana
Il rapporto individua tre grandi canali attraverso i quali le tensioni internazionali hanno colpito il sistema produttivo nazionale: la contrazione delle esportazioni verso i mercati più esposti alle crisi, l’aumento del costo delle importazioni energetiche e il rincaro dei finanziamenti per le imprese.
Il primo riguarda la capacità di vendere prodotti italiani all’estero. Confartigianato cita tra i mercati critici Russia, Bielorussia, Ucraina, Germania e Medio Oriente. Si tratta di realtà molto diverse, accomunate però dall’impatto diretto o indiretto delle crisi internazionali sugli scambi commerciali.
La guerra ha compromesso i rapporti economici con alcuni Paesi, mentre l’instabilità e il rallentamento della domanda hanno ridotto le opportunità commerciali in altri mercati.
Per un sistema produttivo come quello italiano, nel quale esportazioni e piccole imprese manifatturiere hanno un ruolo centrale, ogni difficoltà nell’accesso ai mercati esteri si riflette sugli ordinativi, sui ricavi e sulla programmazione degli investimenti.
Dall’Ucraina al Medio Oriente, l’energia è diventata una tassa sulle imprese
La seconda voce riguarda l’energia. Le tensioni internazionali hanno modificato i prezzi e le condizioni di approvvigionamento, costringendo le aziende a sostenere spese maggiori per alimentare stabilimenti, laboratori e attività produttive.
La guerra in Ucraina ha rappresentato uno dei principali fattori di destabilizzazione dei mercati energetici europei. Alle sue conseguenze si sono aggiunte le tensioni in Medio Oriente, che hanno ulteriormente alimentato l’incertezza.
L’aumento dei costi energetici non riguarda soltanto le imprese che consumano direttamente grandi quantità di gas o elettricità. Si trasferisce anche lungo le filiere produttive, attraverso il prezzo delle materie prime, dei trasporti e dei servizi.
Il risultato è una pressione sui margini aziendali che può costringere gli imprenditori a scegliere tra assorbire gli aumenti, riducendo la redditività, oppure trasferirli sui prezzi finali.
Il terzo colpo: denaro più caro e finanziamenti più pesanti
A esportazioni ed energia si aggiunge il costo del credito. Le strette monetarie adottate nel periodo considerato hanno aumentato gli oneri finanziari sostenuti dalle imprese.
L’effetto riguarda soprattutto le aziende che dipendono dal finanziamento bancario per sostenere investimenti, acquistare macchinari, gestire il capitale circolante o affrontare spese straordinarie.
Quando il denaro costa di più, anche un progetto industriale economicamente sostenibile può diventare meno conveniente. Il rincaro degli interessi assorbe risorse che altrimenti potrebbero essere destinate alla crescita, all’innovazione e all’occupazione.
Confartigianato include questi maggiori oneri nel bilancio complessivo dei 296,3 miliardi, insieme alle perdite commerciali e ai rincari energetici.
Anche i dazi di Trump nel conto delle tensioni globali
Nel quadro ricostruito dall’associazione entra anche la svolta protezionistica degli Stati Uniti. Le politiche commerciali di Donald Trump hanno aggiunto un ulteriore elemento di incertezza per le imprese italiane che esportano verso il mercato americano.
I dazi possono rendere i prodotti importati meno competitivi, incidere sulle scelte dei distributori e spingere le aziende a rivedere prezzi e strategie commerciali.
Per le imprese italiane, già alle prese con l’aumento dei costi di produzione e con le difficoltà di alcuni mercati internazionali, il protezionismo americano rappresenta un’altra pressione sul commercio estero.
Il rapporto considera quindi il dazismo all’interno di un insieme più ampio di shock economici e geopolitici. La cifra complessiva non va letta come il costo della sola guerra in Ucraina o delle sole misure di Trump, ma come una stima cumulata degli effetti delle diverse crisi nel quinquennio.
Cinque anni di crisi: il prezzo pagato dal sistema produttivo
Il dato di Confartigianato riunisce fenomeni differenti, alcuni direttamente provocati dai conflitti, altri legati alle risposte economiche e monetarie che hanno accompagnato le crisi internazionali.
Non si tratta dunque di una perdita di bilancio dello Stato, né di 296,3 miliardi materialmente usciti dalle casse pubbliche. È la quantificazione degli effetti economici sfavorevoli che, secondo l’analisi, hanno gravato sul sistema delle imprese italiane tra il 2022 e il 2026.
Il rapporto non fornisce, nel materiale diffuso, una ripartizione dettagliata della cifra tra le singole componenti. Il totale, tuttavia, restituisce la dimensione della pressione accumulata sul tessuto produttivo.
La conclusione di Confartigianato è netta: «Il bilancio finale resta quello di un costo eccezionale per le imprese: quasi 300 miliardi di euro in cinque anni».







