C’è un nuovo testimone nell’inchiesta sulla morte per avvelenamento da ricina di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita. Non è un familiare, un amico o una persona che abbia partecipato ai pranzi delle festività natalizie, ma l’addetto alla raccolta dei rifiuti urbani di Pietracatella. La Squadra Mobile lo ha convocato in Questura per ricostruire il percorso dell’immondizia smaltita nei giorni di Natale, quando dalla casa della famiglia Di Vita potrebbero essere usciti, nei sacchetti dell’umido, alcuni resti alimentari oggi al centro dell’attenzione investigativa.
L’uomo ha trascorso circa mezz’ora negli uffici della polizia per rispondere alle domande degli investigatori e all’uscita non ha rilasciato dichiarazioni. Il contenuto della sua deposizione resta riservato, ma gli accertamenti puntano a chiarire un dettaglio importante: che fine abbiano fatto determinati alimenti, in particolare le cozze che qualcuno portò nell’abitazione il 22 dicembre, dopo un pranzo a Campobasso. Il problema è che gli eventuali avanzi potrebbero essere finiti nella spazzatura prima che qualcuno sospettasse un avvelenamento.
Il mistero delle cozze del 22 dicembre: quando furono mangiate?
Le cozze rappresentano uno degli alimenti sui quali gli investigatori cercano di ricostruire una cronologia precisa. Secondo gli elementi emersi, arrivarono a casa il 22 dicembre dopo un pranzo a Campobasso, ma nessuno ha ancora chiarito quando la famiglia le abbia effettivamente consumate nell’abitazione.
Durante un interrogatorio di gennaio, Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, aveva spiegato di non ricordare con esattezza se la famiglia avesse mangiato le cozze il 22 oppure il 23 dicembre.
Una lacuna che assume rilievo nella ricostruzione dei pasti precedenti all’avvelenamento. Gli investigatori devono individuare gli alimenti potenzialmente coinvolti e stabilire chi li abbia mangiati, quando e in quali circostanze.
Il particolare più interessante, però, riguarda la differenza tra l’incertezza sul consumo e la precisione del ricordo relativo allo smaltimento degli eventuali avanzi.
Gianni Di Vita: «Non ricordo quando le abbiamo mangiate, ma so quando le abbiamo buttate»
Nella dichiarazione agli investigatori, Di Vita aveva indicato il 24 dicembre come giorno in cui la famiglia avrebbe gettato nella spazzatura sia gli eventuali residui alimentari sia la confezione delle cozze.
«Non posso dire con certezza quando le abbiamo mangiate in casa», aveva spiegato, aggiungendo però: «Posso però affermare con certezza che gli eventuali residui siano stati buttati con i rifiuti umidi mercoledì 24 dicembre e, lo stesso giorno, sono stati smaltiti i rifiuti in plastica, quindi anche la vaschetta che conteneva le cozze».
È proprio questa precisione sulla data dello smaltimento che rende importante la ricostruzione della raccolta dei rifiuti. Di Vita non aveva saputo collocare con certezza il consumo delle cozze tra il 22 e il 23 dicembre, ma aveva indicato senza esitazioni il giorno in cui la famiglia avrebbe eliminato gli eventuali resti.
La sua dichiarazione offre agli investigatori una data concreta da verificare attraverso il servizio di raccolta comunale. Non dimostra, tuttavia, che gli avanzi fossero effettivamente presenti nei sacchetti, né che le cozze contenessero ricina.
Perché gli investigatori hanno convocato l’operatore ecologico
La Squadra Mobile ha convocato l’addetto ai rifiuti per chiarire un passaggio materiale della vicenda: cosa accadde all’immondizia della famiglia Di Vita durante le festività natalizie.
Gli investigatori vogliono ricostruire il percorso dei rifiuti raccolti nel paese e verificare, per quanto possibile, dove siano finiti gli scarti alimentari e gli imballaggi che la famiglia potrebbe aver eliminato il 24 dicembre.
Il testimone potrebbe aver fornito informazioni sulle modalità e sui tempi della raccolta, ma la polizia non ha divulgato il contenuto del colloquio. Non emergono, quindi, elementi che attestino il ritrovamento dei resti delle cozze o una conferma diretta, da parte dell’operatore, dello smaltimento indicato da Di Vita.
La verifica riguarda soprattutto la possibilità di ricostruire il destino di materiali che avrebbero potuto contribuire agli accertamenti scientifici.
A distanza di molti mesi, gli investigatori cercano soprattutto documenti e testimonianze relativi a quei giorni. Recuperare alimenti deperibili finiti nella raccolta ordinaria appare invece assai più difficile.
Ricina, gli esami tedeschi slittano: altri trenta giorni per oltre 200 reperti
Mentre la polizia ricostruisce la sorte dei rifiuti natalizi, arriva un nuovo rinvio sul fronte delle analisi scientifiche.
La Procura di Larino ha concesso altri trenta giorni agli specialisti del Robert Koch Institute, l’istituto tedesco che cerca eventuali tracce di ricina nei materiali sequestrati durante l’inchiesta.
Gli esperti non consegneranno i risultati prima della fine dell’anno. Lavorano dalla scorsa estate su una quantità considerevole di reperti: oltre settanta alimenti che gli investigatori hanno prelevato nella casa di Pietracatella tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio, ai quali si aggiungono 131 reperti raccolti durante il sopralluogo del 30 luglio.
Complessivamente, gli specialisti devono esaminare oltre duecento elementi per cercare eventuali tracce della sostanza che ha provocato la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.
Gli accertamenti potrebbero aiutare gli investigatori a restringere il campo degli alimenti e degli oggetti da considerare nella ricostruzione dell’avvelenamento. Per il momento, però, l’istituto tedesco non ha comunicato risultati conclusivi.
Il 24 dicembre diventa una data chiave dell’inchiesta
La convocazione dell’operatore ecologico riporta l’attenzione sugli alimenti che la famiglia consumò nei giorni immediatamente precedenti alla morte delle due vittime e su ciò che potrebbe aver gettato nella spazzatura prima dell’avvio degli accertamenti.
Il 24 dicembre, giorno in cui Gianni Di Vita sostiene che la famiglia eliminò gli eventuali avanzi delle cozze e la relativa vaschetta, rappresenta ora un riferimento preciso nella cronologia che la Squadra Mobile cerca di verificare.
Gli investigatori devono rispondere a due domande differenti: dove finirono quegli scarti e se le cozze, oppure altri alimenti presenti nell’abitazione, abbiano avuto un ruolo nell’avvelenamento.
La testimonianza dell’addetto alla raccolta potrebbe chiarire il primo punto. Per il secondo, gli inquirenti attendono ancora le analisi del Robert Koch Institute, che ha ottenuto altri trenta giorni per completare il lavoro.







